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Pasta Day: perché nel giorno dedicato alla pasta le aziende non dicono che il 40% del grano è importato ed è anche di ottima qualità?

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Le aziende cercano di nascondere l’origine della materia prima

La pasta è il piatto italiano per eccellenza, tanto e ogni anno il 25 ottobre si celebra il World Pasta Day. A dispetto di quanto molti consumatori pensano la pasta che compriamo al supermercato non sempre parla italiano, visto che  il 30-40% della semola utilizzata nei pastifici arriva dall’estero.

Più volte abbiamo evidenziato la scarsa trasparenza delle aziende  che cercano in tutti i modi di nascondere l’origine della materia prima, anche se la gente vuole sapere da dove viene il grano della pasta: Barilla, Divella, De Cecco, Agnesi… Si tratta di un’informazione che la maggior parte delle aziende non vuole dare perché teme di dire ai consumatori una verità “scomoda” sul prodotto simbolo del made in Italy. La realtà è però molto semplice, spaghetti e maccheroni sono ottenuti con grano italiano, mischiato a quello di altri Paesi quali Canada, Stati Uniti, Australia, Ucraina che esportano in Italia un grano duro di ottima qualità, necessario per produrre un prodotto che poi vendiamo in tutto il mondo.

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La produzione nazionale di grano duro non è in grado di coprire il fabbisogno interno

Ma allora la  dicitura “made in Italy” presente su molte confezioni di pasta ottenuta con il 30 -40% di grano duro importato è corretta. La risposta è affermativa. Gli spaghetti possono riportare la scritta perché il grano estero viene prima mischiato con grano duro di provenienza nazionale,  poi trasformato in semola destinata ad essere miscelata con acqua per diventare alla fine pasta. Secondo la legge tutte queste operazioni condotte sul nostro territorio autorizzano la scritta “made in Italy”. La bontà della pasta in ogni caso non è solo legata all’origine della materia prima, ma anche e soprattutto alla qualità del grano  italiano e straniero e alla capacità di saper produrre  una buona pasta. Barilla ad esempio ha dichiarato nel febbraio 2014 a Il Fatto Alimentare che il 20% del grano proviene dall’estero. Divella ci ha scritto che la percentuale oscilla  dal 40-50% e proviene da: Australia, America e Canada.  De Cecco non ha indicato la provenienza, ma ha tranquillamente ammesso che da sempre la pasta si fa anche con grano importato. Granoro dichiara nel sito che utilizza grano italiano mischiato con  quello australiano, americano e anche europeo.   È vero che in commercio esistono spaghetti prodotti utilizzando 100% del grano italiano ma si tratta di piccole quantità distribuite a livello locale. In questi casi l’origine  della materia prima è  scritto con una certa evidenza in modo  ben visibile sulle confezioni. Il problema è che la produzione nazionale di grano duro di alta qualità (Puglia, Sicilia…) non è assolutamente in grado di coprire il fabbisogno interno e per questo si importa.

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L’Italia sa trasformare le materie prime per ottenere un prodotto eccellente

Ci sono altri settori dove il “made in Italy” è molto gradito, come quello del cioccolato e del caffè, non perché la materia prima è italiana , ma perché la sappiamo trasformare. Anche per l’olio extravergine di oliva (escluse le DOP) la qualità si ottiene spesso miscelando materia prima proveniente da diversi paesi. Quest’anno abbiamo importato da Spagna, Grecia e altri paesi come Tunisia e Marocco l’80% dell’olio che è stato imbottigliato in Italia. Anche a noi piacerebbe poter leggere in etichetta l’origine delle materie prime ma pochi lo fanno in modo trasparente anche se nessuno lo vieta. In ogni caso deve essere chiaro che l’uso di ingredienti e materie prime italiane non equivale in assoluto a un attestato di qualità superiore del prodotto. L’indicazione si potrebbe riportare sull’etichetta, oppure digitando sul sito internet il numero di lotto, come fanno da tempo alcune aziende alimentari e catene di supermercati.

Di seguito pubblichiamo un’infografica creata da Aidepi in occasione del World Pasta Day, in cui si sfatano i dieci falsi miti più diffusi sulla pasta.

Clicca sull’infografica per ingrandirla:

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Foto e Infografica: Aidepi

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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22 Commenti

  1. Aggiungerei pure la Molisana che pure sul suo sito ammette di usare, nel caso non riesca ad avere grano italiano a sufficienza, quello di Canada USA o Australia (letto sul sito a febbraio 2014)

  2. L’olio per legge ( Reg. CE 182/09) ha l’indicazione d’origine della materia prima in fronte etichetta

  3. Di conseguenza bandierine e scritte “made in Italy” sono vietatissime se il prodotto non è 100% italiano, la costituzione di un blend giustamente non è riconosciuta come trasformazione sostanziale della materia prima.

  4. Tempo addietro era apparsa la notizia che grano radioattivo proveniente dall’Ucraina, per non danneggiare l’economia di quel paese, veniva comunque immesso nella rete distributiva europea, miscelandolo con grano di altra provenienza al fine di attenuarne la pericolosità. Era veritiera tale notizia? Nel qual caso quali tutele abbiamo?
    Lo stesso problema potrebbe sussistere con l’olio di girasole (ne sono stati già respinti alcuni lotti) che pare ora essere il candidato numero uno per sostituire l’olio di palma.

  5. Considerando che in alcuni paesi come USA e Canada non esiste la dicitura “No Ogm” e quindi non è distinguibile ciò che è ogm da ciò che non lo è, come si abbina questa cosa con il fatto che molti marchi usano il 40% di grano che non possono dichiarare essere No OGM e con la legge italiana che non permette l’uso di OGM se non sotto percentuali minime divute a “contaminazioni”?

  6. Certo, ma se lo Stato dove si compra il grano duro non ha per legge (attenzione che il TTIP vuole fare la stessa cosa in Europa) la distinzione tra OGM e NON OGM, come fai a mettere la dicitura in Italia?
    Fatta la legge…trovato l’inganno…

    • Valeria Nardi

      Se un’azienda italiana che produce pasta, compra grano in Canada, dovrà per forza comprarlo non GM se poi non vuole essere costretta a scrivere in etichetta “prodotto OGM”. e come può vedere girando per i supermercati, queste scritte non sono per niente frequenti.

  7. Il problema non e’ la qualita’dei grani esteri,ma il loro stoccaggio in cisterne per lunghi periodi dovuti al trasporto(vedi navi e tir).In queste cisterne, dove le condizioni di temperatura ed umidita’ non sono ottimali, si sviluppano muffe che danno luogo alle micotossine(dannosissime specialmente per i bambini piccoli).Cosa che non avviene per il grano italiano a KM ZERO(filiera cortissima, vedi raccolta del grano,macinatura e lavorazione in pastificio con tempi di stoccaggio ridotti al minimo) di molte piccole aziende che fanno veramente una pasta di qualita’.Sta a noi consumatori, prima di comprare,informarsi sulle aziende che fanno questo tipo di prodotto.

    • Valeria Nardi

      Gentile Biagio,
      le micotossine, come giustamente evidenzia Lei, sono sostanze chimiche prodotte da alcune muffe, molte di esse sono pericolose. Per questo sono oggetto di controlli e monitoraggi, e sono ammesse dalla normativa soltanto in piccolissime dosi, espresse in parti per miliardo (ppb). Le norme dedicate dettano due livelli di sicurezza: uno per gli adulti e uno, molto più restrittivo, per lattanti e bambini. La legge viene applicata a prescindere che il prodotto sia stato fatto con grani nazionali o esteri.

  8. Riguardo al punto uno della lista forse è il caso di evidenziare che quanto è scritto è solo semantica perchè la caloria non è solo un numero ma anche una qualità.
    E’ vero che non è la pasta in se che fa ingrassare, ma l’energia apportata dagli zuccheri della pasta fa schizzare in alto la glicemia con conseguente aumento di insulina. Questo di fatto trasformerà gli zuccheri della pasta in grasso perchè (in mancanza di attività fisica subito dopo il consumo), il corpo non sa che farsene di tutto quel picco energetico. Quindi è vero, non è la pasta che fa ingrassare ma l’aumento del grasso che essa induce. Se si considera poi che il condimento della pasta ha sempre come base l’olio (che comunque è in quantità insufficiente a rallentare l’indice glicemico) viene da se cosa significa ingerire un piatto fatto da 100gr di pasta (quantità pesata a crudo che è il riferimento per una porzione) con il sugo. Questo discorso ovviamente vale anche per pane, cracker ecc… Da questo punto di vista le farine integrali (veramente integrali) aiutano a ridurre l’indice glicemico.

  9. Nutro seri dubbi riguardo il punto 7 ovvero quando bisogna versare il sale.
    “Tradizionalmente” lo si fa dopo l’ebollizione, così sempre ci è stato detto e quindi tramandato. Ma non esiste alcuna correlazione con l’esito della cottura della pasta, né tanto meno con i tempi di ebollizione. Così leggo e così ho avuto modo personalmente di verificare. Anzi, trovo più utile versare il sale quando l’acqua abbia raggiunto la temperatura giusta per poterla assaggiare, senza incorrere in scottature.

    • Con il tempo di ebollizione c’entra eccome, aggiungendo sale, si aggiunge a quella che sarà una soluzione un componente con un punto di ebollizione superiore ergo questa necessiterà di più energia. Per lo stesso principio aggiungendo sale si abbassa il punto di congelamento dell’acqua. Basta giocare con un diagramma di stato e diventa evidente

    • Dubito fortemente che due o tre cucchiaini di sale ritardino l’ebollizione tanto da rendersene conto o da parlare di risparmio energetico e quant’altro.
      Non sarò un chimico ma provando a salare l’acqua prima e dopo l’ebollizione non ho notato grosse differenze.
      Comunque mi rifaccio anche a questo articolo:
      http://www.murlocultura.com/site/murlocultura/35-anno-2012/murlocultura-2012-nr-1/91-quando-si-sala-l-acqua-per-la-pasta

    • Ognuno è libero di credere a quello che vuole. Il fenomeno si chiama “innalzamento ebullioscopico”. L’innalzamento ebullioscopico è proporzionale alla molalità della soluzione (è una proprietà colligativa).
      se la pasta la facessi una volta nella vita, FORSE il tuo ragionamento avrebbe senso, ma pensa al numero di persone che ogni giorno, più volte al giorno cuociono una pasta o un riso,potrebbero risparmiare anche solo una minima porzione ciascuno di energia non rinnovabile. Facendo ragionamenti su scala, talvolta aspetti trascurabili fanno la differenza. E tanto per farti un esempio, facendo studi di LCA, si è scoperto che la maggior impronta energetica nell’intero ciclo vitale di una pasta , considerando dalla semina, all’acqua, al carburante di trattori e camion che l’anno portata ai punti vendita, la lasciamo noi consumatori, nel momento in cui la cuociamo a casa.
      Ps: sono biotecnologo dei prodotti alimentari

    • Claudio (l'altro)

      Il punto di ebollizione di un litro di acqua aumenta di UN grado Celsius ogni SESSANTA grammi di sale aggiunti. Considerando che in un litro di acqua per la pasta ci vanno circa CINQUE grammi di sale, la differenza tra aggiungerlo prima e dopo è praticamente nulla.
      Il vantaggio di aggiungerlo subito è che così è più difficile dimenticarsi di salare l’acqua, lo svantaggio è che se la pentola è in acciaio si ossida il fondo.
      Il coperchio invece fa una grossa differenza, a temperatura ambiente (20-25 °C) il tempo di ebollizione si riduce di almeno 10 minuti se non di più.

    • Ringrazio Claudio per aver spiegato cosa intendevo dire al biotecnologo.

  10. la macinazione indicata nel punto 9 non è effettuata dal pastificio ma dal molino

  11. Mah, sarà…però per mia logica, sicuramente sbagliata, se una pasta anche se fatta in Italia ma con grano non italiano; per me non è italiana. Almeno non lo è al 100%.
    Sarà migliore quella che arriva dall’Ucraina? Forse! Ma non abbiate paura, ve lo dico con certezza nella prossima vita.

  12. x la signora Valeria
    da quello che ricordo , in italia non possiamo produrre per legge OGM, ma le aziende “sono obbligate per legge” ad indicare che i loro prodotti sono stati “miscelati” ,nel caso del grano, (o addizionati, trasformati, etc etc ) con GM? e quindi indicarlo OBBLIGATORIAMENTE IN ETICHETTA?
    “pasta realizzata con ingredienti OGM” ?

    io non ho visto mai nessuna indicazione in tal senso qui in Italia (su nessun prodotto) , quindi tutte le aziende che importato dall’estero qui da noi, importano prodotti non GM?

    mi chiedo inoltre se….. in un grano o farina GM , si riesca a controllare tale “parametro/caratteristica” (sempre se questa supera lo 0.9% visto che se siamo sotto , è considerabile NON OGM)

    questa riflessione è rivolta a tutti e non alla Signora
    aggiungo infine, rispetto alla “buona lavorazione italiana / MADE IN ITALY
    allora possiamo fare anche un ottimo SAN DANIELE con dei maiali che arrivano dalla ROMANIA (esempio) tanto li sono stati solo allevati-nutriti-etc ma poi la sapiente conoscenza italiana darà la “QUALITA’ MADE IN”
    stessa cosa con i pomodori cinesi per fare i CONCENTRATI

    allora se vale per la pasta……vale per tutti?….tutto più diventare MADE IN ITALY
    compongo una passata di pomodoro 40% cinese e 60% italiana , con la sapienza ITALANA ed ecco MADE IN

    mahhhhhhhhhh

    p.s. ai 10′ punti precedenti aggiungerei un 11 mito da sfatare …LA PASTA E’ FATTA DI SOLA FARINA/GRANO ITALIANO…. . .. ovviamente si prova a sfatare solo miti che fanno comodo .. ..
    non ha insegnato nulla quanto sta accadendo con l’olio di palma a questi produttori????
    ‘State attenti che spendere tanti soldi in campagne con “POCA ETICA” , non paga’

    • Valeria Nardi

      Riguardo l’obbligo di indicazione: se la percentuale di ingredienti supera lo 0,9% in Italia è obbligatorio scrivere che contiene ogm. se al supermercato non si trova questa scritta è perché ai consumatori non piace e quindi il prodotto non si vende.