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L’Italia detiene il record europeo per il consumo di acqua minerale: costi esorbitanti e inquinamento. Si ricicla solo il 25% degli imballaggi in plastica

bottiglie plastica
L’Italia detiene il record europeo per il consumo di acqua minerale in bottiglie di plastica

Siamo in prossimità della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), che  si pone l’obiettivo di sensibilizzare la gente sulla sostenibilità, la corretta gestione dei rifiuti, il riutilizzo dei prodotti, le strategie di riciclaggio dei materiali. In questa occasione è emerso un primato italiano che non è il caso di vantare: siamo il paese europeo che detiene il record per il consumo di acqua minerale in bottiglie di plastica.

Questo fatto merita una riflessione approfondita vista l’energia necessaria a produrre una bottiglia di plastica, il basso tasso di riciclo e l’impatto ambientale del materiale post-utilizzo. Secondo un articolo del 2009 della rivista Environmental Research Letters, per fabbricare una bottiglia di polietilene tereftalato (più noto con la sigla PET), riempirla, trasportare e tenerla al fresco serve un’energia pari a circa duemila volte quella necessaria per ottenere la stessa quantità d’acqua da un rubinetto collegato all’acquedotto.

bottiglie di plastica PET
Utilizzando acqua in bottiglie di plastica si utilizza un’energia pari a circa duemila volte quella necessaria per per la stessa acqua da un rubinetto

La quantità di energia necessaria per produrre e consegnare l’acqua minerale varia in relazione al posizionamento della fonte (in Italia l’acqua minerale proviene quasi tutta da sorgenti naturali, ma si trova anche quella purificata), alla distanza tra il luogo di origine e il consumatore, e al tipo di materiale e di imballaggio. Negli ultimi anni le aziende produttrici hanno cominciato a utilizzare bottiglie più sottili per ridurre il consumo di plastica. Quando l’acqua viene consumata a breve distanza dalla fonte (entro 200 chilometri), l’energia necessaria al trasporto è minore di quella necessaria per realizzare la bottiglia di plastica. Quando il luogo di destinazione si allontana il bilancio energetico del trasporto può anche superare quello necessario per realizzare le confezioni.

Dal 1950 al 2009 la produzione di plastica è aumentata da 5,5 milioni a 100 milioni di tonnellate. Nel 2007 sono stati venduti più di 200 miliardi di litri d’acqua in bottiglia, principalmente in Europa e nel Nord America. Gli Stati Uniti sono il primo paese per consumo con 49,4 miliardi di bottiglie. L’Italia, che secondo il Censis è il primo paese europeo per consumo di minerale, nel 2015 il 65 per cento delle bottiglie era di plastica e il consumo pro capite era 208 litri, in proporzione più alto di quello degli americani.

plastica riciclo
Una quantità di plastica compresa tra 5 e 13 milioni di tonnellate finisce ogni anno negli oceani

Visto che le bottiglie monouso in PET  dell’acqua minerale non dovrebbbro essere riutilizzate per usi alimentari: l’unica possibilità è riciclarle. Attualmente però solo il 14% della plastica viene recuperata. Secondo l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori materie plastiche (ASSORIMAP), in Italia si ricicla circa il 25 per cento della plastica venduta come imballaggio di prodotti.

E il resto? Una quantità compresa tra 5 e 13 milioni di tonnellate finisce ogni anno negli oceani, dove già si trovano 110 milioni di tonnellate di plastica. Secondo uno studio del 2015 si parla di più o meno 8 milioni l’anno e si prospetta che nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci. Circa la metà di tutta la plastica che si trova negli oceani proviene da quattro paesi: Cina, Indonesia, Filippine e Vietnam e galleggia nel Pacifico tra la California e le Hawaii. Solo una piccola porzione dei rifiuti plastici galleggia in grandi isole di rifiuti, e gli scienziati non sono ancora riusciti a capire dove finisca la rimanente quota riversata negli oceani.

acqua minerale
Circa la metà della plastica che si trova negli oceani proviene da: Cina, Indonesia, Filippine e Vietnam

L’ipotesi più condivisa è che la plastica si degradi molto più rapidamente di quanto ipotizzato e venga mangiata da numerose specie marine. Le correnti e la costante esposizione alle radiazioni solari riducono la plastica in frammenti piccolissimi dalle dimensioni paragonabili a quelle del plancton (sostanza basilare per l’alimentazione di numerose specie che vivono negli oceani).  A questo punto gli animali acquatici mangiano la plastica e la digeriscono, come è stato studiato qualche anno fa nel Lago di Garda. Un’altra ipotesi è che parte della plastica finisca congelata nel ghiaccio del Mar Glaciale Artico.

Come consumare meno plastica? Scegliendo bottiglie riutilizzabili, meglio ancora se in vetro e riempiendole con acqua del rubinetto. Nei locali pubblici si può chiedere di bere l’acqua dell’acquedotto servita in brocche in vetro.
Non si deve aver paura dell’acqua che esce dal rubinetto: esistono tecniche che permettono di migliorarne la qualità, se necessario, filtrando il calcare, il cloro e alcuni metalli – come piombo e rame – che potrebbero arrivare dai tubi domestici o abbattendone la carica batterica. L’acqua del rubinetto costa 250 volte meno dell’acqua minerale e limita di oltre il 75% le emissioni di anidride carbonica. Senza dimenticare che in molte località italiane esistono le “case dell’acqua”: punti di trattamento e distribuzione di acqua di acquedotto che hanno l’ambizione di avvicinare i cittadini alla qualità dell’acqua del sindaco e offrire acqua fresca e anche frizzante.

acqua rubinetto
Per risolvere il problema bisognerebbe scegliere acqua del rubinetto in brocche di vetro e bottiglie riutilizzabili

Negli ultimi giorni stanno circolando notizie secondo cui le bottiglie di plastica avrebbero il potere di causare gravi malattie come cancro, diabete…. Si tratta di informazioni che dovrebbero derivare da uno studio condotto da un team di ricercatori della NYU Langone (un centro medico universitario situato in New York , New York , Stati Uniti d’America, affiliato con la New York University). Ma è davvero così? In realtà i ricercatori non hanno mai parlato di queste malattie come direttamente attribuibili alle bottiglie di plastica. Nel loro studio “Exposure to endocrine-disrupting chemicals in the USA: a population-based disease burden and cost analysis”, hanno parlato dei costi annuali che la sanità USA è costretta ad affrontare a causa dell’esposizione quotidiana dei consumatori a sostanze chimiche pericolose che si trovano in bottiglie di plastica, lattine per alimenti in metallo, detergenti, ritardanti di fiamma, giocattoli, cosmetici e pesticidi (oltre $ 340.000.000.000, secondo una dettagliata analisi economica). Ma alcune testate giornalistiche (anche italiane) hanno travisato la ricerca.

acqua
Le bottiglie di plastica tradizionali, generalmente costituite da PET non contengono ftalati

Il Dailymail è il primo a storpiare l’informazione affermando che, secondo i ricercatori «vi sono prodotti chimici pericolosi in molti oggetti di uso comune, come le bottiglie di acqua, che causano il cancro, il diabete, l’ADHD e l’autismo. Con un costo sanitario di oltre $ 340 miliardi l’anno» e affermando appena dopo il titolo che sono proprio le bottiglie per l’acqua a causare tutti questi effetti:La stessa testata giornalistica affianca l’articolo ad affermazioni ancora una volta insensate, come il fatto che il PET (polietileneterftalato) conterrebbe e rilascerebbe ftalati o che gli ftalati sono banditi in Europa nei materiali a contatto con alimenti.

È abbastanza evidente che la capacità destreggiarsi tra le migliaia di informazioni buttate in rete e l’abilità di approfondire le notizie presentate dai media siano ormai caratteristiche imprescindibili per il consumatore. Ricordiamo ancora una volta che le bottiglie di plastica tradizionali, generalmente costituite da PET (polietilentereftalato) non contengono ftalati, contrariamente a quanto possa apparire leggendo il nome completo.

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  Luca Foltran

Luca Foltran

esperto sicurezza dei materiali

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6 Commenti

  1. Buongiorno.
    Considerato che ultimamente l’acqua potabile è minacciata da nuove e pericolose sostanze inquinanti, come i PFC (di cui ha parlato anche questo sito), non si potrebbe reintrodurre l’uso massiccio delle bottiglie di vetro, organizzando la restituzione del vuoto presso gli stessi supermercati che vendono l’acqua in bottiglia?
    Il credito, riconosciuto al cliente con la resa del vuoto a rendere, verrebbe usato per l’acquisto di nuove bottiglie di acqua minerale, ed i supermercati rappresenterebbero il punto di raccolta del vetro destinato ad essere poi riutilizzato per la produzione di acqua minerale in bottiglia.
    In questo modo si ridurrebbe la quantità di plastica utilizzata, a favore del vetro.

    • Purtroppo il sistema non è economicamente premiante. La gestione con le bottiglie di plastica è one-way(produttore-distributore-vendita), mentre quella con le bottiglie di vetro contempla anche il ciclo inverso. A questo si aggiungono i costi della materia prima (vetro) e del ritrattamento (igienizzazione) delle bottiglie. Il tutto fa lievitare il prezzo di vendita ed il consumatore non è disposto a pagare una litro di acqua in vetro quanto mediamente gli costa un metro cubo di acqua “pubblica”. La soluzione è nel ritorno all’acqua “di rubinetto” purchè le aziende pubbliche e private che si occupano della distribuzione siano costrette, per legge, a garantire la qualità dell’acqua distribuita

  2. Se abbiamo consumi pro capite di acqua in bottiglia superiore agli americani, e simile a quello di paesi del terzo mondo ove l’acqua potabile è scarsamente disponibile, facciamoci delle domande sul livello di conoscenza e di informazione degli italiani n merito, frutto di anni di campagne che hanno demonizzato l’acqua del rubinetto, che invece è mediamente migliore e più controllata di quella in bottiglia.

  3. Ad di là delle osservazioni sul consumo di acqua in bottiglia, colpisce l’enorme quantità di bottiglie in plastica che NON vengono riciclate. E’ questo il dato su cui riflettere e dal quale partire per impostare campagne di sensibilizzazione al riciclo anche con contenitori pubblici specificamente dedicati solo a questa tipologia di rifiuto (penso alle grandi città ma non solo, dove spesso queste bottiglie finiscono nei cestini dell’indifferenziata e da qui o in discarica o al termovalorizzatore) magari anche con una piccola incentivazione economica del tipo 1 centesimo di euro/bottiglia inserita come già si fa in altre parti del mondo e posizionati in luoghi molto frequentati quindi ad esempio i parcheggi dei centri commerciali.

  4. Le considerazioni dei quattro commenti all’articolo, se sommate ed applicate al consumo, sarebbero già la soluzione del problema:
    – Più acqua buona di rubinetto, anche trattata in quelle zone dove non perfetta.
    – Più bottiglie di vetro dove è organizzabile facilmente dall’imbottigliatore vicino.
    – Molto più riciclo dei vuoti di plastica.
    – Meno pubblicità ingannatoria sui benefici salutistici di acque minerali miracolose.

    • GIUSTO!
      io per esempio ho un sistema di trattamento e i benefici sono incalcolabili.
      speriamo come sempre che il piccolo impegno di ognuno sia seguito da tanti.