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La tassa sui cibi poco sani serve, anche se di pochi centesimi. Due studi spiegano le dinamiche delle scelte di acquisto delle fasce sociali più a rischio

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Piccoli incentivi economici finalizzati all’acquisto di alimenti “sani” funzionano

Gli incentivi economici finalizzati all’acquisto di alimenti e bevande sane funzionano. Lo dimostrano due studi pubblicati in questi giorni, dai quali emerge che sia la fat tax (tassa sul grasso) entrata in vigore in Messico un paio di anni fa, sia una forma di incentivo  presente nel mercato statunitense, determinano in tempi breve un cambiamento sulle abitudini di acquisto favorendo cibi più equilibrati da un punto di vista nutritivo. L’effetto risulta più marcato nelle fasce di popolazione che conoscono poco le regole del mangiare sano, nelle fasce più disagiate dove si riscontrano maggiormente problemi di obesità e di patologie associate.

Nel primo documento apparso sul British Medical Journal, i ricercatori dell’Instituto Nacional de Salud Publica di Cuernavaca, in Messico, hanno valutato l’andamento dei consumi di oltre 6.000 persone dislocate in 53 città con più di 5.000 abitanti. Le persone hanno fornito oltre 205.000 osservazioni sugli acquisti di prodotti alimentari facendo un confronto con il biennio precedente l’introduzione della tassa (2012-2014).  La decisione presa dalle autorità di aumentare di un peso (circa 5 centesimi di euro) il prezzo di  un litro di bevande dolci ha comportato una diminuzione dei consumi del 6%, calo che ha raggiunto il 12% alla fine dell’anno.  Analizzando la tipologia di popolazione coinvolta in base alle fasce reddito, il risultato è stato ancora più significativo. Tra le persone meno abbienti si è registrato un calo superiore alla media del 9% in un anno e del 17% nel mese di dicembre.
Nello stesso intervallo di tempo, le bibite non tassate hanno avuto un incremento di vendite del 4%, tendenza innescata dalla maggiore richiesta di bottiglie di acqua minerale che ha sostituito le bibite.

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Anche un risparmio del 5% sul costo di un prodotto può fare la differenza

Nel secondo studio i  ricercatori della Northwestern University hanno verificato le differenze tra due tipologie di latte vendute. Il primo gruppo comprende confezioni con lo stesso prezzo, indipendentemente dal contenuto di grassi. Nel secondo gruppo troviamo bottiglie o cartocci con un listino variabile per cui risulta meno costoso  quello scremato, più caro quello con l’1-2%, di grassi per arrivare a quello intero, il più costoso. Come riferito su Marketing Science, gli autori hanno controllato le vendite nell’arco di sei anni in oltre 1.700 supermercati, e hanno visto che, laddove non ci sono differenze di prezzo, le persone tendono a scegliere il latte intero, soprattutto se abitano in quartieri poveri (si comporta così il 52% dei clienti). Nei quartieri residenziali, dove maggiore è il livello di istruzione e consapevolezza, solo il 25% dei clienti acquista latte intero, a parità di prezzo. Quando però il prezzo è differenziato e il latte intero risulta il più costoso, anche solo di 14 centesimi (pari a circa 0,12 euro), le cose cambiano. Le persone si orientano verso il latte più magro, soprattutto quando provengono da fasce di popolazione più disagiate. Questo vuol dire che anche un risparmio del 5% sul prezzo di un prodotto può fare la differenza.

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Una tassazione minima dei cibi troppo grassi o troppo zuccherati modifica i comportamenti di acquisto

Questi risultati modificano la credenza secondo cui una tassa minima su alcuni tipi di cibo risulti poco incisiva. Le fasce di popolazione con abitudini alimentari scorrette  sono anche quelle con un reddito familiare critico e quindi più pronte a cambiare abitudini di fronte a piccole modifiche di prezzo. L’altra conclusione è che la strategia più efficace per modificare le abitudini a tavola è basata sulla  moral suasion, cioè sull’incoraggiamento a preferire alimenti più sani rispetto ad altri  anche solo per motivi economici.

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  Agnese Codignola

Agnese Codignola
giornalista scientifica

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4 Commenti

  1. Ma chi decide cosa è cibo salutare e cosa no?
    Io non sono affatto convinto che il latte magro sia meglio dell’intero. A questo punto quale futuro per il burro e le uova ad esempio? Sarei d’accordo se tale tassa venisse applicata sulle bevande dolci ed il junk food in generale ma tassare le basi alimentari in base alle tendenze del momento è una cosa folle ed a lungo andare controproducente sulla salute della popolazione.

    • Roberto La Pira

      L’esempio del latte intero e magro in questo contesto viene utilizzato per evidenziare il cambiamento del comportamento di acquisto di fronte ad una differenza di prezzo anche marginale per alcune fasce di popolazione. La tassa sulle bibite in Messico ha funzionato e in questo caso è difficile parlare di alimento sano

    • Tra l’altro è proprio un esempio infelice. Latte intero vuol dire maggior apporto di calorie a basso prezzo. Se si è ricchi è grassi è utile (forse) consumare latte scremato. Se si è poveri si fa pagare di più il prodotto migliore ?

  2. Sono totalmente contrario, fortunatamente non siamo il Messico (anche se di questo passo l’obbiettivo non è lontano…) e quindi abbiamo una cultura alimentare ed un reddito pro capite medio superiore, l’eventuale tassa aggiuntiva non modificherebbe il comportamento d’acquisto. Chi decide cosa è sano e cosa no ? i nostri governanti sono già pesantemente condizionati dalle lobby della grande industria, sono abbastanza certo, ad esempio, che una famosa crema spalmabile verrebbe considerata più che salutare.
    E poi vogliano creare un ulteriore rubinetto per alimentare lo spreco di soldi pubblici ? Cosa ne farebbe lo stato degli introiti aggiuntivi ?