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Sicurezza alimentare e made in Italy non sempre vanno a braccetto. I controlli sono tanti ma si può ancora migliorare

I motivi per cui scatta un’allerta alimentare sono tanti: ci può essere un errore in etichetta, un allergene non dichiarato, un documento di accompagnamento non valido… oppure un problema in grado di provocare serie ripercussioni sulla salute dei consumatori, come una contaminazione batterica o la presenza di metalli pesanti oltre i limiti consentiti. Quando una di queste problematiche interessa un prodotto esportato all’estero, gli organi di controllo o le stesse aziende inviano anche una segnalazione a Bruxelles, al Sistema Europeo di Allerta Rapido per Alimenti e Mangimi (RASFF), che notifica in tempo reale alle autorità sanitarie dei vari Paesi l’elenco dei prodotti che presentano rischi diretti o indiretti per la salute pubblica, compresi quelli collegati a materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti (Moca). Ogni settimana Il Fatto Alimentare riporta i richiami pubblicati dal Ministero della salute, dalle aziende e anche le notifiche del Rasff che possono interessare i consumatori e gli addetti ai lavori italiani. Non sempre però le schede delle segnalazioni forniscono i dettagli utili per identificare la marca, il lotto o l’azienda produttrice.

Negli anni passati, l’Italia si è sempre piazzata al primo posto per numero di segnalazioni, a riconferma di una lodevole organizzazione nel settore dei controlli pubblici ufficiali nell’ambito agroalimentare.

sicurezza alimentare
Esiste una supposta superiorità qualitativa del made in Italy in materia di sicurezza alimentare

Questa struttura di controlli invidiata da molti altri Paesi non deve però essere confusa con una supposta superiorità qualitativa del made in Italy in materia di sicurezza alimentare. Nonostante il continuo lavoro degli organi di controllo degli uffici veterinari e delle Asl, anche i nostri prodotti sono richiamati dal mercato europeo. Nel 2016 le notifiche per non conformità sono state 106 su un totale di 2.921, di cui ben 60 erano allerta e dieci riguardavano mangimi. Questo dato viene spesso dimenticato dai media che puntano il dito contro le magagne e i presunti rischi dei prodotti importati da Canada, Turchia e da altri Paesi non UE.

“Non rara – spiega Giovanni Ballarini in un articolo sul sito dell’Accademia dei Georgofili – è la disinformazione che deriva dal riportare “mezze verità”, cioè dati parziali o di comodo, come quello recente di considerare soltanto le allerte che riguardano i paesi esteri dai quali arrivano gli alimenti in Italia e non quelli che l’Italia esporta, mentre la conoscenza di questi ultimi è molto importante per migliorare le nostre produzioni e le nostre esportazioni, senza cullarci nella falsa illusione che siamo i migliori del mondo, abbiamo un numero elevatissimo di DOP e IGP ecc. ecc.”

“Ci si può chiedere – continua Ballarini – quale sia il significato di questi numeri, apparentemente bassi, ma se li si considera come segnali d’allarme sono invece preoccupanti e dovrebbero indurre a migliorare le nostre produzioni destinate alla gran parte della popolazione che certamente non può nutrirsi solo di prodotti d’élite.”

Per capire come funziona il servizio di allerta alimentare e come viene effettuato il ritiro dei prodotti dai punti vendita leggi il libro “Scaffali in allerta” edito da Il Fatto Alimentare. È l’unico testo  pubblicato in Italia che  rivela i segreti e le criticità di un sistema che funziona poco e male. Ogni anno in Italia vengono ritirati dagli scaffali dei punti vendita almeno 1.000 prodotti alimentari. Nel 10-20% dei casi si tratta di prodotti che possono nuocere alla salute dei consumatori, e per questo scatta l’allerta. Il libro di 169 pagine racconta 15 casi di richiami che hanno fatto scalpore.

I lettori  interessati a ricevere l’ebook, possono fare una donazione libera e ricevere in omaggio il libro  in formato pdf  “Scaffali in allerta”, scrivendo in redazione all’indirizzo ilfattoalimentare@ilfattoalimentare.it

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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