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Semi: scambi, banche e burocrazia. Occorre restituire alle sementi il fondamentale ruolo di bene comune

La biodiversità passa attraverso i semi, che oggi non sono più patrimonio di tutti

Basta andare sul sito di Rete Semi Rurali, una delle numerose associazioni che si occupa di valorizzare la diversità agricola, per verificare il fitto calendario di iniziative che prevedono lo scambio di sementi. “Una Babele di semi” questo il titolo della giornata di scambio di semi autoprodotti che si è svolta a Torino domenica scorsa. La condivisione di piccole quantità di sementi, su cui si è fondato l’evento, prevede i principi della reciprocità e dell’impegno a riprodurli e ripiantarli, per diffonderli e migliorare la loro adattabilità. Si tratta di appuntamenti che percorrono tutto lo stivale, da Sud a Nord; possono essere tematici o accompagnati da corsi, portano nomi antichi o evocativi ma hanno tutti lo stesso obiettivo: sostenere i saperi contadini e la diffusione di una moltitudine di varietà.

La biodiversità passa attraverso i semi, ma questi, oggi, non sono più patrimonio di tutti, sono piuttosto monopolio di poche multinazionali dell’agrochimica. Le specie coltivate diminuiscono e i contadini sono sempre più vincolati a grandi e piccole compagnie per il loro acquisto. La diffusione mondiale dell’agricoltura industriale, inoltre, ha eroso la diversità soprattutto di “varietà locali” arrivando a preoccupare anche le istituzioni, nazionali e internazionali.

In questo contesto sono nate le prime banche dei semi ufficiali, quelle che si trovano nelle università, nei centri regionali e nazionali di ricerca, anche in Italia. Il termine preciso è quello di banche del germoplasma, ovvero luoghi che conservano le sementi fuori dalla terra allo scopo di preservare la biodiversità e la sicurezza alimentare. All’origine di queste banche, nate in tutto il mondo, ci sono la Global Strategy for Plant Conservation del 2002 e la European Plant Conservation Strategy del 2004, due convenzioni che prevedono la conservazione ex situ del 60% delle specie a rischio.

Anche l’Italia ha adottato misure per conservare le specie che si andavano perdendo sul territorio nazionale. Gran parte del lavoro, per molto tempo, lo hanno fatto gli orti botanici, conservando la flora spontanea, finché diverse regioni sono riuscite a realizzare delle vere e proprie banche dei semi.

Esiste anche un sistema informale o locale di produzione delle sementi

Dal 2005 in Italia esiste una rete denominata RIBES che riunisce  le banche del germoplasma per la conservazione della flora spontanea. Si tratta di 15 siti distribuiti su tutto il territorio nazionale da Sud a Nord che oltre a conservare i semi, si occupano anche di diffondere le tecniche di raccolta e di individuazione delle specie a rischio estinzione. Nello stesso anno in cui è stata fondata la rete è nata la Lombardy Seed Bank, la banca del germoplasma delle Piante Lombarde la cui sede centrale è il Centro Flora Autoctona della Regione Lombardia. I semi vengono conservati in sacchetti di stoffa, fatti essiccare e poi stoccati in freezer a -18 gradi centigradi.

L’altro elemento fondamentale di questo fenomeno è il contadino. Gran parte degli agricoltori oggi si rivolge a sistemi sementieri formali, rifornendosi da aziende esterne alla propria. Esiste però anche un sistema informale o locale di produzione, che esula dalla sola funzione commerciale. La legge infatti permette all’agricoltore di produrre i semi che poi utilizzerà. In questo sistema circolare il contadino torna a essere protagonista anche della selezione e riacquisisce quel ruolo che ha ricoperto per secoli.

A separare questi due sistemi ci pensa la legge che richiede una licenza sementiera anche al contadino, nel caso voglia commercializzare i semi da lui prodotti. Ulteriore limite all’autoproduzione è il fatto che, per poter commercializzare un seme, la varietà deve essere registrata e iscritta ad un catalogo ufficiale. Il registro è la garanzia che il seme risponda ai tre criteri fondamentali per la vendita. Quindi questi devono essere: uniformi, stabili e distinti. Esiste un’unica eccezione per il contadino che vuole vendere sementi da lui prodotte: quella di iscrivere la varietà in un registro dedicato alla conservazione, ovvero alla salvaguardia di specie in via di estinzione. Il contadino potrà venderli solo se si trova nell’area di origine di quella specifica varietà, oltre a mantenere degli standard fitosanitari certificati. Sono escluse dall’auto produzione le varietà commerciali protette da royalties o copyright.

Semi
Il ruolo di selezionatori e ricercatori ha trasformato i contadini in custodi di semi o seed saver

In risposta alla burocrazia del sistema, in Italia, e nel mondo, si è diffuso lo scambio di sementi tra agricoltori che, per non violare la legge, deve esulare dallo scopo commerciale.

Proprio la legislazione e l’evoluzione dei sistemi sementieri hanno portato alla nascita di Rete Semi Rurali, nel 2007, un network che riunisce 30 associazioni. La Rete si occupa di valorizzare la biodiversità agricola, di conservarla e di diffonderla. Tra le attività c’è lo scambio che deve seguire alcune modalità, per garantire i diritti degli agricoltori. Le sementi devono essere frutto della selezione e della produzione contadina, in modiche quantità. Inoltre gli agricoltori sono invitati a condividere le loro conoscenze e non può sussistere alcun tipo di proprietà intellettuale. Tra le tante adesioni ricordiamo: l’Associazione per la Solidarietà della Campagna Italiana (ASCI), Archeologia Arborea, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB), Civiltà Contadina, il Consorzio della Quarantina, il Coordinamento Toscano Produttori Biologici (CTPB) e il Centro Internazionale Crocevia (CIC).

Il nuovo ruolo di selezionatori e ricercatori ha trasformato i contadini in custodi o seed savers. Sono molte le realtà in Italia che promuovono questa attività. Tra le tante iniziative i seed savers di Civiltà Contadina salvano e condividono varietà di ortaggi, cereali e legumi della tradizione. L’associazione ha realizzato un’Arca, dove si trovano varietà antiche di fagioli o melanzane. I custodi ricevono alcune di queste sementi per poterle piantare e restituire a fine stagione, in modo da garantire ad altri la medesima possibilità. Iniziativa simile è quella di Cereali in Rete, un network che unisce i custodi di semi che coltivano varietà antiche di cereali in tutta Italia, per poter fare scambi anche di conoscenze.

Il rischio che tutto il sistema sia controllato dalla burocrazia è molto elevato, per questo si diffondono reti alternative che propongono lo scambio o il dono; per restituire al seme il valore di bene comune.

Marta Gatti

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2 Commenti

  1. È un argomento molto interessante e mi chiedo se qualche forza politica voglia farsi carico del problema di salvare le sementi con una inversione di rotta in cui di deburocratizza il sistema sementiero.

  2. emilio locatelli

    Bell’articolo e molto particolareggiato, grazie! Trattando un tema di importanza capitale per la varietà genetica che questa comporta, es, il trovare varietà ancora in Natura di piante attualmente domesticate sì da poterle ibridare per introdurre caratteristiche “nuove”, quali la rinnovata resistenza alle malattie o alla siccità. Ma quand’è che i “politici” o chi per “essi” (?) la capiranno che l’omologazione e l’eccessiva pianificazione a tavolino è deleteria sia in ambito della Natura e pure in ambito finanziario e politico ??? [Leggasi globalizzazione, intesa come ideologia e come tale “da non mettere in discussione” ???]Una nota finale: ma “nella regione Lombaria quale Lingua si parla??? Lombardy Seed Bank non mi risulta che sia la lingua del milanese Porta e neppure quella del fiorentino Dante… Grazie per l’attenzione, e.l.

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