Un sì convinto a misure pubbliche che promuovano un’alimentazione più sana – dall’educazione nelle scuole alla regolamentazione delle pubblicità, dalle campagne informative ai buoni per le famiglie a basso reddito – a patto che queste non comportino un aumento delle tasse. Ecco, in sintesi, la posizione degli italiani sulle politiche nutrizionali governative, come emerge dai risultati preliminari dello studio europeo Eatwell, presentati nei giorni scorsi alla Fens European Nutrition Conference di Madrid.

«Visto l’aumento dell’obesità, che in alcuni paesi ha assunto dimensioni epidemiche, in tutta Europa sono state avviate negli ultimi anni moltissime politiche destinate a scoraggiare le pessime abitudini alimentari», racconta l’economista Mario Mazzocchi dell’Università di Bologna, uno dei responsabili di Eatwell. «A questo punto, i governi hanno bisogno di sapere quali hanno effettivamente funzionato e quanto siano soddisfatti i loro cittadini delle varie misure applicate. Proprio questo è lo scopo del progetto, partito nel 2009 e destinato a concludersi l’anno prossimo». 

 

Per prima cosa, i ricercatori hanno identificato oltre 100 politiche nutrizionali europee e hanno cercato di valutarne l’efficacia. Le misure individuate possono essere grossolanamente suddivise in due gruppi: quelle che puntano a promuovere scelte informate, basate soprattutto su campagne educative, e quelle che modificano il mercato, per esempio imponendo tasse sui cibi grassi (come accaduto in Danimarca) o le bevande zuccherate (il recente caso francese). «Le prime non hanno avuto un grande impatto sui comportamenti dei consumatori», commenta Mazzocchi. «Va detto però che questo tipo di misure suscita in genere una forte risposta dell’industria, che può avere un effetto complessivo positivo». Lo aveva raccontato anche Il Fatto Alimentare a proposito della riduzione del contenuto di sale nel pane industriale in Gran Bretagna.

 

Pochissimi effetti anche per la tassazione di cibi “cattivi”: «In genere i consumatori non vengono troppo scoraggiati, perché l’aumento del prezzo è molto contenuto, meno dell’1%. In compenso, queste misure portano introiti notevolissimi alle casse dello stato». Se nessuna delle singole politiche applicate si è rivelata particolarmente efficace, questo non significa che servano a poco: «Se applicate insieme possono avere un effetto sinergico importante», afferma l’esperto.

 

Quanto all’accettazione delle politiche, va detto anzitutto che Mazzocchi e colleghi l’hanno valutato tramite questionari online distribuiti a circa 3000 cittadini di cinque paesi: Italia, Belgio, Danimarca, Regno Unito e Polonia. La prima cosa che è balzata agli occhi dei ricercatori è che, in generale, il grado di sostegno dipende dall’opinione dei cittadini sull’origine dell’obesità: se pensano che dipenda da fattori esterni (come la presenza di cibo di scarsa qualità nelle mense o l’eccesso di distributori di merendine nelle scuole) sono più disposti ad accettare e sostenere misure nutrizionali “salutistiche”. Se invece pensano che dipenda da cause individuali (incapacità di controllare l’appetito e la golosità) sono meno disposti. Sempre in generale, è emerso che le misure più “popolari” sono quelle relative all’educazione nelle scuole e a una rigorosa etichettatura. Decisamente poco amati, invece, il controllo del valore nutrizionale dei pasti delle mense e l’introduzione di messaggi di allarme (tipo “Il fumo uccide” sul pacchetto di sigarette) su cibi e bevande.

Gli italiani sono tra gli europei più favorevoli, a priori, all’idea di interventi pubblici per migliorare l’alimentazione. Allo stesso tempo, però, non sono disponibili all’ipotesi di aumentare le tasse per ricavare i fondi necessari a raggiungere l’obiettivo. Il problema per il momento non si pone: «Le politiche nutrizionali italiane sono scarse, frammentarie e praticamente prive di finanziamenti», afferma Mazzocchi. «Da noi, come in tutti i paesi dell’area mediterranea, si è cominciato relativamente da poco a parlare di obesità infantile e non abbiamo ancora affrontato la situazione seriamente, anche se è il momento di farlo».

 

Completamente opposta la posizione dei danesi, che sono tutto sommato poco sensibili al concetto di politiche nutrizionali pubbliche, ma allo stesso tempo accettano di buon grado sia misure fiscali (come appunto la tassa sui grassi) sia l’ipotesi di un aumento delle tasse. «Del resto», commenta Mazzocchi, «I danesi sono abituati a pagare molte tasse e hanno fiducia nel loro sistema fiscale. In Italia, invece, il discorso “tasse” è sempre impopolare, anche per il fenomeno dell’evasione fiscale».
Negli altri paesi analizzati, Gran Bretagna, Polonia e Belgio, le politiche nutrizionali sembrano interessare poco e i cittadini sarebbero disposti a farne anche a meno, in cambio di una riduzione del prelievo fiscale.

Valentina Murelli

 

Foto: Photos.com

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vic
vic
4 Novembre 2011 09:07

Ben venga l’educazione nelle scuole che però non deve limitarsi a progetti extracurricolari tenuti da docenti particolarmente sensibili alle problematiche sulla salute dei propri alunni. L’educazione alimentare per essere efficace deve essere inserita come disciplina curricolare, esattamente come storia, lettere, con tanto di programmazione annule da parte di docenti e impegno nello studio con interrogazioni periodiche per gli alunni. Solo così si combatte l’infinita ignoranza che spopola in merito all’alimentazione tra i giovani e meno giovani nel nostro paese

PAOLO
PAOLO
9 Novembre 2011 18:17

Siamo purtroppo lontani anni luce da questi programmi.Sono pochi gli insegnanti sensibili a questo discorso, e tantomeno i politici e…. per nulla il ministro all’istruzione!!