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Parmigiano Reggiano e Grana Padano: il pascolo per le vacche è un miraggio. I consorzi: il livello di benessere è buono ma miglioreremo

Parmigiano Reggiano e Grana Padano sono eccellenze del made in Italy, eppure l’immagine di questi prodotti, legata alla genuinità e alla qualità, rischia di appannarsi a causa della scarsa attenzione per il benessere animale. Se la pubblicità ci rimanda un’immagine idilliaca di mucche al pascolo, infatti, per la maggior parte delle vacche italiane, il pascolo è un miraggio: a mettere in luce le criticità degli allevamenti che producono le nostre eccellenze casearie è stata l’associazione CIWF, che nell’estate del 2017 ha realizzato una video inchiesta mostrando le condizioni degli animali nelle stalle. E che ribatte alla presa di posizione dei grandi produttori con richieste precise. In particolare, che i Consorzi del Grana Padano e Parmigiano Reggiano includano nel loro standard di produzione almeno 100 giorni di pascolo per le vacche da latte della loro filiera, che il benessere animale diventi parte integrante delle eccellenze del made in Italy, e di conseguenza che le etichette dei prodotti riportino indicazioni sul metodo di produzione, permettendo ai consumatori di compiere scelte rispettose del benessere animale.

Finora la denuncia del CIWF è stata ripresa soprattutto all’estero, con centinaia di articoli. Dal Daily Mail, che titola “Cows suffer to make parmesan” a France 24 al belga Metro, ma anche in Germania, Grecia, Finlandia, Svezia e perfino Colombia, Argentina, Emirati Arabi, Giappone e altri paesi ancora.

Una figuraccia internazionale che rischia di appannare l’immagine di un prodotto che è presentato come “100% naturale” e tradizionale. E probabilmente non è un caso che le denunce più nette arrivino proprio da paesi sono anche produttori di latte e formaggi. Resta il fatto che la produzione “a pascolo zero” (o quasi) di questi formaggi è un’anomalia anche nel panorama europeo: nel suo ultimo libro Dead Zone il direttore di CIWF Philip Lymbery  ha raccolto dichiarazioni dei rappresentanti di Parmigiano Reggiano e Grana Padano, da cui emerge che solo l’1% delle vacche che danno il latte utilizzato per il Parmigiano ha accesso al pascolo, mentre per il Grana Padano la percentuale sale al 30% , ma non si specifica se si tratti di pascolo vero e proprio o solo di cortili esterni. In altri paesi la situazione è diversa: secondo dati forniti da CIWF, in Olanda avrebbe accesso al pascolo – almeno per sei ore il giorno e per 120 giorni l’anno – circa il 70% delle mucche da latte, all’incirca un milione di capi, mentre in Francia secondo dati ufficiali oltre il 90% degli animali avrebbe accesso al pascolo, in Irlanda si sfiora il 98% e la Gran Bretagna è intorno all’83% .

Di fronte alla denuncia, i produttori rispondono rifiutando di essere collegati a “pochi esempi non virtuosi” e affermano il loro impegno a tutela del benessere animale. Il Consorzio Grana Padano ha diffuso una nota in cui si fa riferimento a uno studio realizzato in collaborazione con il MIPAAF, da cui risulterebbe negli allevamenti un livello di benessere animale “decisamente buono”, annunciando un ulteriore miglioramento di tutto il sistema e la prossima introduzione di un dispositivo in grado di misurare il benessere animale in modo definitivo.

ParmigianoDal Consorzio Parmigiano Reggiano, dopo una prima dichiarazione rilasciata alla stampa straniera, in cui si ribadiva che nel disciplinare di produzione non c’è nessuna menzione del benessere animale, perché non influirebbe, se non marginalmente, sulla qualità del prodotto è arrivata una nota in cui si ricorda che “la filiera è sottoposta a controlli e si attiene scrupolosamente alla normativa in materia di benessere animale”, facendo notare come il campione di allevamenti esaminati da CIWF – 9 su un totale di 8.000 stalle – non sarebbe significativo. La nota precisa inoltre che “il Consorzio (…) si sta impegnando in un progetto di certificazione e trasparenza del benessere animale”.

Il modello è quello del Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale (CReNBA) con sede presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia ed Emilia-Romagna. Un protocollo che, pur rappresentando uno sforzo apprezzabile per valutare le condizioni delle stalle con un sistema che prende in considerazione diversi fattori, tra cui alcuni indicatori di benessere animale (numero di trattamenti per mastiti, pulizia degli animali, fuga dall’uomo, ecc.), ”rappresenta un’analisi dello stato di una stalla e non una garanzia del rispetto del benessere animale“, come ricorda la direttrice di CIWF Italia Onlus Anna Maria Pisapia.

mucche allevamento latte mungereIn realtà, il video dell’associazione non denuncia maltrattamenti, ma solleva una questione importante, ossia la necessità per questi animali di avere accesso al pascolo: “Per erbivori ruminanti come le vacche non esiste benessere senza messa al pascolo”, spiega Pisapia. In questo modo, si legge in una nota del CIWF “le vacche dovrebbero poter decidere quando stare nel capannone e quando andare al pascolo, poter camminare su una superficie morbida anziché sul cemento correndo così meno rischi di sviluppare zoppie, avere libero accesso al cibo e a luoghi per riposarsi senza essere ostacolate da altre vacche dominanti del gruppo, regolare la loro dieta e non essere costrette a camminare sopra gli escrementi come avviene nei capannoni “. Vivere, insomma, una vita più naturale, anche se il Consorzio Parmigiano Reggiano afferma nella sua nota che “non c’è una correlazione diretta tra pascolo e “vita felice” della bovina”.

Ed è plausibile che qualunque allevamento moderno, con animali ipersfruttati e selezionati per massimizzare la produzione di latte, possa impressionare chi ha negli occhi l’immagine idilliaca di animali al pascolo. È vero però che le criticità ci sono e che qualcosa si può fare. E già oggi la situazione dei due consorzi mostra delle differenze. Nel Parmigiano Reggiano è vietato l’uso degli insilati e di additivi, mentre le vacche che forniscono il latte per il Grana Padano possono essere nutrite anche con insilati, che se mal conservati, possono favorire la proliferazione di batteri, e per evitare la contaminazione, viene utilizzato il lisozima, una sostanza derivata dall’uovo che riduce la carica batterica. Mentre negli allevamenti utilizzati per il Parmigiano Reggiano l’alimentazione e la produzione di latte sono meno intensive, e questo consente alle vacche di avere una vita più lunga, che può arrivare anche fino a dieci anni. Trascorsi, comunque, all’interno di una stalla.

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  Paola Emila Cicerone

Paola Emila Cicerone

giornalista scientifica

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12 Commenti

  1. Per avere accesso al pascolo le bovine devono avere terreni adatti ,il terreno della pianura padana non è adatto al pascolo vista la sua composizione ,si devè dire anche che i terreni coltivati danno la possibilità di avere degli ottimi foraggi immaginate le vacche al pascolo pestato tutto dopo non cresce più nulla .gli allevatori da parmigiano reggiano hanno molto a cuore la salute e il benessere dei propri animali perché fa parte del loro reddito averne cura credo che siamo in una fase ascendente di mercato del prodotto e che qualcuno voglia creare degli squilibri

  2. Non si può pero ignorare che la condizione ideale per le mucche da latte o no sarebbe il pascolo.
    Dire che non influisce sulla qualità del latte è come al solito il punto di vista dell’uomo che si crede al centro del creato e tutto il resto,flora e fauna, deve essere solo al suo servizio.

    • fabrizio_caiofabricius

      Le confesso che sono un uomo e, seppur parco, ho la teribbbbile abitudine di mangiucchiare qualcosa…ma sono disponibile a tornare a brucare solo bacche e radici se mi si garantisce (da Autorità Creatrice ) che le relative piante in fondo son felici di essere brucate.

  3. Sarebbe anche da ricordare che siamo uno dei pochi paesi con standard di salute del latte più restrittivi al mondo. cosa che non è da sola accomunabile con il pascolo. Perché tutto bello ma la vacca produce in base a quello che mangia, se defeca o urina in un punto nello stesso punto può anche mangiarci quindi rischi di contaminazioni batteriche e fungine. in altri paesi europei vero il pascolo c’è, ma il latte viene tutto pastorizzato anche quello per la trasformazione a formaggio, e i valori soglia sono tutti aumentati.
    e come mi piace ricordare le principali zoonosi son partite tutte o quasi sempre dal nord Europa con i loro poco efficienti servizi veterinari.

  4. fabrizio_caiofabricius

    E no, eh!

    Dopo la pasta, cerchiamo di non demonizzare un’altra eccellenza simbolo dell’agroalimentare italiano: il meraviglioso ed equilibrato Parmigiano Reggiano!

    E’ forse possibile ed auspicabile aumentare le ore di pascolo, ma come ha spiegato bene il lettore esperto Angelo, bisogna tener presente non solo i vantaggi ma anche i rischi di contaminazione microbiologica.

    C’è un eccesso di diffidenza per la chimica di sintesi, forse giustificato dagli eccessi del secolo scorso, ma, con il progresso tecnologico ci siamo anche fortunatamente dimenticati che virus, batteri e funghi sono stati i principali nemici dell’umanità, ma sono ancora tutti lì, pronti a ghermire una volta “abbassata la guardia” come sta a testimoniare la strage dovuta ai germogli di leguminose di qualche anno fa in Germania

    SMETTIAMOLA DI FARCI DEL MALE DA SOLI.
    L’agroalimentare che tira è benessere identitario, paesaggistico, idrogeologico per il territorio e per i suoi abitanti= NOI ITALIANI.

    Pasta e Parmigiano sono protagonisti per loro stessi e , soprattutto, come traino di altre esportazioni che significano RIPRESA ECONOMICA e LAVORO PER I NOSTRI FIGLI.

    Nessuna indulgenza verso le frodi, ma rispetto ed orgoglio per il nostro buon cibo.

  5. Credo che i calcoli fatti sulle percentuali delle ore di pascolo accomunino il pascolo al paddock,che sono cose diverse.Per un ventennio 1984-2008 ho bazzicato in lungo e in largo il Nord Europa e i Paesi Bassi,di vacche al pascolo a ruminare ne ho visto poche.
    Aldilà quindi di dati (forse) stumentali,atti a sminuire una produzione che si vende bene e crea economia,noto che come al solito quando si tenta di leggere dei dati in maniera etica ed etologicamente indiscutibile,le risposte sono di 2 tipi : 1) beffardamente ironiche.2) posti di lavoro,autolesionismo patriottico et…
    Poi ci sono le risposte peggiori : tipo quella che le vacche al pascolo produrrebbero latte contaminato perche mangiano dove defecano e urinano.Basterebbe,senza scomodare esperti in materia, che (non solo le vacche), gli animali al pascolo non confondono letamaio con pascolo.
    Valutare le condizioni di animali da reddito considerando solo il conto economico è tipico dei bipedi umani con una visione circoscritta dell’insieme: Io so io e voi nun siete…. cit. Alberto Sordi.

  6. Volete un Parmigiano Reggiano o un Grana Padano più “etico” per gli animali? Beh, allora compratene la versione Biologica (a caro prezzo, eh, ma la coscienza pulita ha pur un prezzo, no?).

  7. Infatti la causa che sta alla base dei problemi ambientali è che il cibo costa poco,e costa poco perchè i costi li stiamo diluendo alle generazioni future.Non si tratta di coscienza pulita ma di consapevolezza e visione.
    Il caro prezzo che citi è molto relativo,personalmente compro,tramite GAS,parmigiano reggiano biologico delle colline Modenesi,prezzo 17 euro il kg. 24/36 mesi.é alto?

  8. Con un ha di pascolo ci si mantiene 1 vacca e solo in primavera e in estate se il pascolo stesso è irrigabile. Con un ha di mais ce ne mantengo 4 tutto l’anno. Senza calcolare poi la resa in latte di uno e dell’altro. Se poi dopo il mais semino su quello stesso ha un erbaio da raccogliere in primavera, ci mantengo pure vitelle e manze. Fate un po’ voi i conti…….

  9. fabrizio_caiofabricius

    In effetti è vero di lavoro ce n’è così tanto per i nostri ragazzi che sarebbe invece ora di chiudere pastifici e caseifici antropocentrici e dedicarsifinalmente alla contemplazione ascetica del creato.
    Se a ‘na certa ce verrà volgare fame, dall’alto dell’attichetto pariolo ordineremo a quel rozzo del cameriere pane e supponenza

  10. Claudio Buttura

    Non è tutto oro ciò che luccica… neppure nel piatto delle semprelodate ‘eccellenze’. Forse luccica solo il piatto?

  11. solo 4 specifiche :
    1- per il VERO PARMIGIANO REGGIANO si utilizzavano ALTRE RAZZE BOVINE ( rossa,pezzata rossa o bruna )
    2- per puri scopi lucrativi si è introdotta la aliena FRISONA poi sempre più selezionata x produrre quantità enormi di latte, quando non acute le mastiti croniche, dette “silenti” sono all’ordine del giorno riversando composti non benefici nel latte
    3- mediamente queste mucche spremute come limoni campano 4 ANNI (se và bene ! ), 10 anni come riporta l’articolo solo in rarissimi casi.
    4 – senza pascolo e alimentazione ad erba fresca la composizione dei lipidi del latte è carente dei preziosi OMEGA 3 e tutte quegli antiossidanti presenti nei vegetali ” vivi ” mentre prevalgono i più nocivi grassi saturi

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