Home / Etichette & Prodotti / Binario morto per l’origine della pasta e del riso in etichetta. L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 destinata a non essere applicata. Il pasticcio di Martina e Calenda che dimenticano le regole europee

Binario morto per l’origine della pasta e del riso in etichetta. L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 destinata a non essere applicata. Il pasticcio di Martina e Calenda che dimenticano le regole europee

pasta

Il decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 16-17 agosto che prevede l’indicazione obbligatoria dell’origine della materia prima sulle confezioni di pasta e riso entro il febbraio 2018 probabilmente non diventerà mai operativo. L’indicazione è stata fortemente voluta dai ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che speravano di ricevere un parere positivo dalla Commissione europea, come era successo per il latte.

Per rendersi conto del comportamento azzardato dei due ministri e del perché questa storia sia destinata a concludersi nel peggiore dei modi bisogna fare un passo indietro. Tutto inizia il 12 maggio 2017 con l’invio della richiesta a Bruxelles di poter indicare sulle confezioni di pasta secca e di riso prodotte in Italia l’origine della materia prima. Il 25 luglio 2017, venute a conoscenza della probabile risposta negativa da parte della Commissione, le autorità italiane decidono di ritirare la richiesta, in modo da evitare una bocciatura ufficiale. Il giorno dopo questa decisione abbastanza inusuale, i due ministri firmano un decreto legge, sostanzialmente identico a quello notificato il 12 maggio alla Commissione europea, che prevede dopo 180 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, l’obbligo di indicare l’origine della materia prima in etichetta. Si tratta di una mossa a sorpresa, dal sapore “furbesco”. Un’evidente forzatura da parte italiana, che crea un certo imbarazzo in ambito UE, dove certi comportamenti non sono proprio di casa. La scelta del decreto legge risulta infatti in aperto contrasto con le regole europee, che prevedono prima la notifica alla Commissione e poi un intervallo di 90 giorni per la risposta. In linea con queste norme la pubblicazione può avvenire solo in caso di risposta positiva.

La situazione attuale è davvero strana, perché la Commissione sostiene giustamente di non essere stata informata (visto che la notifica inviata in un primo momento è stata ritirata dall’Italia), e quindi  la legge italiana appare alquanto arbitraria. Tutto ciò porterà molto probabilmente all’avvio di una procedura d’infrazione nei riguardi del nostro Paese, con una possibile sanzione pecuniaria e all’annullamento del provvedimento. La giurisprudenza europea su questi problemi è ormai consolidata, e non ci sono speranze di uscire vittoriosi. Certo i tempi saranno lunghi ma l’esito appare scontato. C’è anche la seria possibilità che le aziende del settore chiedano una sospensione del decreto davanti al Tar del Lazio, per gli evidenti profili di incompatibilità con il diritto comunitario.

Siamo di fronte a un gran pasticcio all’italiana, caratterizzato da scelte propagandistiche da parte dei due ministri Calenda e Martina, sostenute dalla lobby di Coldiretti. Questa sfida all’Europa è un nonsenso destinato a creare grosse difficoltà anche agli addetti ai controlli, che dovranno applicare una legge italiana sulle etichette della pasta e del riso dal valore nullo, visto che in questo contesto il diritto europeo prevale su quello nazionale.

L’altro aspetto inquietante  della vicenda, è la decisione di quasi tutti i giornali di soprassedere su questa storia, dando per scontato la buona fede dell’Italia e la certezza che le etichette cambieranno. Forse tutto ciò serve per poter scrivere tra qualche mese che l’Unione europea per l’ennesima volta non vuole la trasparenza in ambito alimentare e boccia l’Italia che cerca di proteggere il made in Italy! La vicenda della pasta ha un sapore amaro, perché dimostra quanto l’informazione sia monopolizzata dalle lobby ed evidenzia la scarsa voglia dei media di andare oltre i comunicati stampa.

Per le aziende la soluzione migliore per soddisfare le richieste dei consumatori di conoscere l’origine delle materie prime, è di procedere in modo volontario alla modifica delle etichette come fanno già alcune marche di pasta come De Cecco e Voiello, insieme a decine di altri pastifici quando preparano pasta confezionata con 100% grano duro italiano.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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20 Commenti

  1. Non capisco, non è meglio avere una informazione in più che non una in meno sul prodotto che il consumatore acquista?
    E comunque se la legge è un pasticcio all’italiana, anche l’articolo è giornalismo all’italiana: confonde i fatti mescolandoci opinioni.

    • Roberto La Pira

      Certo che è meglio un’informazione in più infatti noi invitiamo i produttori a riportare l’origine come già fanno tanti. Scrivere le opinioni oltre che dare notizie fa parte del giornalismo.

  2. Perfettamente d’accordo.
    Le aziende “serie” che rispettano il consumatore e soprattutto attente alla salute di chi acquista i prodotti devono di loro spontanea volontà, al di la delle proposte dei politici nostrani, indicare autonomamente come riportato nell’articolo di La Pira la provenienza delle materie prime.
    In questo modo baipassiamo tutta la burocrazia europea.
    Cordiali saluti

    • Appunto…di loro spontanea volontà.
      Il decreto parla invece di indicazione obbligatoria non solo dell’origine della semola (ovvero la materia prima per produrre la pasta) ma anche del grano.
      Diciamolo francamente : la bozza di decreto era stata notificata (procedura obbligatoria) alla Commissione europea e poi ritirata perchè i Ministri Martina e Calenda avevano acquisito la certezza che sarebbe stato bocciato dall’esecutivo comunitario e dagli stessi altri Paesi membri UE.
      Per quale motivo ? Semplicemente per assenza di nesso tra qualità e origine del grano….. Non solo, le stesse analisi effettuate dal Crea e finanziate dal Mipaaf hanno dimostrato che il frumento duro importato presenta caratteristiche qualitative (in primis le proteine) largamente superiori al grano nazionale…..

  3. Noin è proprio come scritto nell’articolo. Scrivere, ad esempio, che il grano con cui è stata fatta la pasta è importato da Paesi extraeuropei non è un reato e non occupa che pochissimo spazio nelle etichette. Quel grano potrebbe essere migliore di un grano povero italiani: basta indicare le caratteristiche del grano e l’informazione è completa. Poi quanto ha disposto il Governo italiano è un incentivo a produrre di più – vedasi anche i contributi dati agli agricoltori – e a non sottostare al cappio delle multinazionali e a scelte di grani di cui non si conosce la provenienza, né come è stato coltivato, né quanto è costato. La chiarezza nel mondo alimentare è fondamentale.Basterebbe questo aspetto per appòlaudire la decisione ministeriale, altro che critiche da azzeccagarbugli! Ma da che parte sta “il fatto alimentare”? E’ l’organo dei pastai?

    • Roberto La Pira

      Noi siamo per il massimo della trasparenza in etichetta, tant’è che da anni invitiamo le aziende ad indicare l’origine del grano in etichetta e qualcuno lo fa. Diverso è il comportamento del governo che fa solo pasticci e ha ritirato persino la proposta inviata a Bruxelles sapendo che sarebbe stata bocciata. La strada giusta è quella di convincere le aziende a inserire volontariamente l’origine della pasta in etichetta, non di adottare provvedimenti destinati a naufragare solo per accontentare le lobby e accattivarsi la simpatia dei consumatori.

    • Se la strada giusta per il marketing fosse quella della volontarietà, per questo e tutti gli altri altri prodotti, non ci sarebbe nessun bisogno ne di legiferare ne di discuterne.
      Ma pochi hanno compreso che oggi il made in Italy è un plus a prescindere.
      La paura dei pastai ad indicare l’origine del grano duro impiegato per la pasta fatta in Italia, non gli rende merito e sbagliano di grosso pensando che potrebbero essere penalizzati dichiarando il vero.
      La qualità, il saper fare, la tradizione, il trend e l’evidente capacità di fare meglio di tutti gli altri, anche con materie prime diverse da quelle italiane, non sono eguagliabili e sono riconosciute in tutto il mondo.
      Caffè, salumi, latticini, tonno, olio, succhi e bevande, dolciumi, ecc.. lo dimostrano ampiamente.
      Mentre per il consumatore italiano il vero plus è oggi rappresentato dal made in Italy 100% e dalla trasparenza. Non comprenderlo fa perdere clienti e consensi. Quindi ognuno faccia il suo mestiere al meglio, Governo compreso e per primo avanti a tutti.

  4. Non è un problema del discriminare se nazionale o estero, ma del sapere dove viene coltivato (esattamente, da quale azienda agricola, non da quale nazione).
    Tecnicamente si potrebbe fare del grano perfettamente biologico in un appezzamento contiguo alla centrale di Cernobyl. Così come si potrebbe produrre pasta con grano 100% italiano cresciuto nella terra dei fuochi.
    E chi analizza genericamente le “caratteristiche qualitative” del grano (io comunque le analizzo per conto mio: prima nella pentola e poi nel piatto) al di là del contenuto proteico non va, certo non si preoccupa di analizzare p.es. le quantità di glifosato o di metalli pesanti contenuti.
    Per tanto ho smesso di acquistare pasta che non dichiara la provenienza del grano (italiano o estero poco importa) a prescindere dai sofferti parti di Martina e Calenda (e non m in pare di essere il solo).

  5. giampaolo sodano

    meglio avere la simpatia dei consumatori sempre, che quella degli industriali del cibo per un giorno. comunque, al di là delle battute, non credo che il diritto dei consumatori di conoscere origine, ingredienti e processo di produzione di un alimento che acquistano possa essere soddisfatto dalla spontanea volontà dei signori della pasta a dare tutte le necessarie informazioni.

  6. A questo punto volendo un produttore di pasta destinata al mercato Nazionale ed Europeo, indicare in etichetta volontariamente il Paese d’origine del grano come anche quello dove avviene la trasformazione dello stesso, siamo certi che non commetta un’infrazione?? Direi che “l’ufficio complicazione cose semplici” non resta mai chiuso! Come contenersi con gli imballi se prestampati con l’etichettatura? Prima di procedere sarà opportuno attendere qualche altra puntata della telenovella??

  7. In quale punto del sito De Cecco è dichiarato l’utilizzo di grano italiano?

    • Roberto La Pira

      Sulle etichette della pasta

    • Da nessuna parte.
      Sulla tradizionale quanto inutile parte “poesiole, ricette, ed amenità” della confezione (peraltro comune al 90% dei prodotti), dice “con le migliori farine italiane ed internazionali” e, soprattutto, sulla parte “Ingredienti” (la sola che faccia testo) dice “farina di semola di grano duro.”.
      E’ uno dei motivi per cui ho smesso di usarla, dal punto di vista organolettico era ed è mediamente la mia preferita, ma da dove venga il grano delle semole usate, non è chiaro.

  8. Il consumatore attento sa leggere l’etichetta e sa già quali prodotti sono solo con grano italiano acquistando prodotti biologici dove è obbligatori indicare l’origine del grano, o come altre aziende non bio già lo indicano spontaeamente chi non lo vuole indicare pazienza, sarà il consumatore a decidere cosa accquistare in base alle sue esigenze. Non credo che questa legge italian sia utile anzi è solo un aumentare i costi per le piccole imprese chei devono adeguare in fretta e furia le etichette, che sono un costo non indifferente

    • Alcune considerazioni :
      – la mancata notifica (obbligatoria) dello schema di Decreto alla Commissione europea da parte dell’Italia apre le porte ad una procedura di infrazione e quindi, con tutta probabilità, anche all’applicazione di sanzioni pecuniarie a carico dell’erario e quindi di tutti noi. Inaccettabile tanto più che i Ministri hanno scelto volontariamente di non notificare il Decreto avendo loro acquisito la certezza che sarebbe stato bocciato dalla Commissione europea e dagli altri Stati membri per palese assenza di legame (scientificamente provato) tra l’origine del grano e la sua qualità ;
      – la materia dell’etichettatura di origine sarà con tutta probabilità regolamentata a livello comunitario nel corso dei prossimi mesi. Obbligando in tal modo l’Industria della pasta a modificare nuovamente le confezioni dei propri prodotti. E trattasi di investimenti valutabili in milioni di Euro ;
      – lo stoccaggio del grano e della semola è attualmente effettuato sulla base delle caratteristiche qualitative riscontrate. Il decreto obbliga l’industria molitoria ad ingenti investimenti per consentire anche lo stoccaggio sulla base dell’origine del grano. Investimenti inutili da completare nell’arco di pochi mesi. In poche parole impossibile da effettuare ;
      – l’Italia è largamente deficitaria in grano duro. Il Decreto si tradurrà inevitabilmente in un incremento della richiesta di grano duro nazionale da parte dell’Industria molitoria e pastaria accentuando in tal modo lo squilibrio tra offerta e domanda. Risultato ? incremento del prezzo del grano duro nazionale senza che ci sia un riscontro sul piano qualitativo. Anzi…. avendo acquisito la certezza di commercializzare il loro prodotto, gli imprenditori agricoli potrebbero anche rinunciare a una parte egli attuali investimenti sulle buone pratiche agricole. In altre parole, prezzo più elevato e qualità più scadente.

    • Roberto La Pira

      Ma basta indicare sull’etichetta i tre quattro paesi di origine del grano e i consumatori sono soddisfatti. Lo si fa già per la pasta made in Italy senza costi aggiuntivi e senza leggi!!!. Se ci sarà una norma nuova europea il legislatore lascia sempre il tempo per smaltire le etichette . Non vedo proprio questi grandi costi.

  9. sono d’accordo……. “la volontà” non è uguale ad un obbligo di legge …….
    la tutela “generale” dei consumatori non puo essere demandata ai soli che hanno tale volontà….. ci sono tanti consumatori ignari …..che devono essere “aiutati”….appunto……anche dalle leggi ….

  10. Dr La Pira, come saprà, la pasta è fatta di miscele di semole esse stesse ottenute da miscele di grano. Esistono ovviamente delle eccezioni (vds la sola varietà Aureo per la pasta Voiello) ma costituiscono comunque prodotti di nicchia con volumi produttivi che non possono essere oltre misura incrementati.
    Il mugnaio deve fornire al pastaio una semola che risponda alle esigenze del suo cliente. E per questo motivo, esso è nell’obbligo di individuare quei grani che, in miscela, possono consentire la produzione di una semola che rispetta le rigide esigenze dei pastai, i quali a loro volta devono proporre una qualità costante al consumatore.
    Questo significa che il mugnaio deve continuamente variare l’origine della materia prima da lui acquistata in funzione di quella che è la disponibilità sul mercato di grani aventi le caratteristiche da lui richieste. Pertanto, a titolo esemplificativo, la pasta prodotta da un pastificio potrebbe avere decine di etichette diverse in funzione dell’origine del grano pur non essendoci nessuna differenza per quanto riguarda le caratteristiche stesse del prodotto. Lei si immagina il consumatore che di fronte alle confezioni perfettamente allineate di pasta Barilla o Divella o De Cecco in un supermercato va alla ricerca di quella prodotta in prevalenza con grano nazionale scartando invece quella, seppure assolutamente identica per quanto riguarda le caratteristiche qualitative, avente una prevalenza di grano estero ? Concorderà con me che la situazione è semplicemente ingestibile.

    • Roberto La Pira

      Ribadisco il concetto. Prima di tutto i produttori devono dire in modo chiaro che Coldiretti disinforma e spiegare che la pasta italiana è buona perché miscelata con grano straniero. Poi possono scrivere sulle etichette i nomi dei paesi di origine del grano duro miscelato a quello italiano sono 3-4 al massimo, e questa dicitura vale per tutti tipi di pasta, non bisogna cambiarla. Semplice! Oppure scrivere pasta ottenuta da grano italiano e dal grano importato da paesi UE, extra UE o indicare i nomi dei Paesi. Diciamo che forse cambiare l’etichetta è facile , mentre chiedere a Barilla e alle altre aziende di dire con chiarezza che Coldiretti racconta molte storielle è più difficile,e forse non lo vogliono nemmeno fare.

  11. E’ l’ennesima volta che i ministri italiani (in particolare quelli agricoli) varano norme in materia di etichettatura d’origine in palese conflitto con la legislazione europea. Lo fanno per il semplice motivo che in Italia non si può fare politica senza “fare l’inchino” alla coldiretti, che detiene una forza mediatica indiscutibile e che nel tempo ha saputo accreditarsi come una sorta di partito trasversale che tutela gli interessi degli italiani (tutti, non solo i contadini) contro il malvagio oppressore straniero. Un Ministro che ha provato a non genuflettersi l’ha pagata cara … e alla fine si è arreso. In verità la coldiretti, commissionando norme impossibili, fa solo rischiare agli italiani (almeno a quelli che pagano le tasse) di doversi fare carico delle sanzioni dell’UE dopo aver pagato immotivatamente più cari i prodotti agroalimentari nazionali. La soluzione sarebbe introdurre una norma che preveda la responsabilità economica diretta dei governanti per comportamenti autolesionistici come quello in parola. Norma che, ovviamente, nessun politico proporrà mai!
    Se l’italianità è un plus, come mai coldiretti non chiede una norma per far dichiarare l’origine dei mangimi che hanno alimentato il bestiame? I mangimi sono prodotti agricoli, quindi tutelerebbe in primis i suoi iscritti, non vi pare? Meditate gente, meditate, come fa Roberto e non criticatelo se, praticamente solo, si rifiuta di “fare l’inchino”. Chi prende quest’abitudine, infatti, prima o poi finisce come schettino. (l’uso delle maiuscole utilizzate è proporzionale al sentimento di stima)

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