Home / Recensioni & Eventi / Meatonomics: i retroscena economici del consumo di carne raccontati in un libro che ha fatto discutere negli Stati Uniti

Meatonomics: i retroscena economici del consumo di carne raccontati in un libro che ha fatto discutere negli Stati Uniti

carneI consumatori non sono messi nella condizione giusta per poter scegliere consapevolmente, a causa dell’insieme di messaggi sbagliati, normative accomodanti e tassazioni agevolate. Per questo continuano a mangiare troppa carne, a prescindere dalle conseguenze sulla salute e sul pianeta. E sono incoraggiati a mangiarne sempre di più: il consumo, secondo l’ultimo rapporto della Chatham House, aumenterà del 75% entro il 2050, e già nel 2025 sarà più elevato del 16% rispetto a quello del periodo 2013-2015. A meno che non si intraprenda una strada simile a quella aperta a metà degli anni sessanta dalla pubblicazione dei primi studi indipendenti sui danni da fumo, che ha portato il numero di fumatori a scendere dal 42% al 15% (negli Stati Uniti). Del resto, lo Iarc di Lione ha inserito la carne processata (salumi ecc.) nella stessa categoria dei cancerogeni dell’amianto, e quindi andrebbe trattata allo stesso modo del fumo.

David Robinson Simon, avvocato e scrittore, in un libro appena pubblicato negli Stati Uniti, dove ha fatto molto rumore, intitolato “Meatonomics”Ha deciso di sottolineare gli aspetti economici del consumo di carne, e non quelli associati a salute, etica o all’ambiente. Simon afferma di voler togliere a tutti l’argomento della libertà di scelta spesso invocato da chi vuole spingere a consumare più carne, per affermare che oggi non ci sono le condizioni per scegliere liberamente, perché il mercato è artefatto. Per capire quanto spazio di manovra ci sia, Simon fornisce due numeri: nei soli Stati Uniti i costi collaterali dell’eccesso di carne sono pari a 414 miliardi di dollari all’anno, spesi per i tre quarti in cure mediche; inoltre, un hamburger, se non fosse sostenuto dai sussidi statali, dovrebbe costare non meno di 11 dollari, contro gli attuali quattro.

Il maggior consumatore di carne al mondo è l’Australia con 93 chili pro capite all’anno

E poi parla dell’Australia, il maggior consumatore di carne al mondo (93 i chilogrammi pro capite all’anno), perché ciò che accade lì è illuminante. Secondo Simon, infatti, il governo è totalmente dalla parte degli allevatori e negli ultimi anni ha smantellato i programmi per la valutazione del benessere animale, sciolto il comitato di garanzia esistente e suddiviso le competenze tra vari ministeri; inoltre ha accantonato il progetto di istituire un commissario indipendente per la valutazione della catena dell’export. Le autorità australiane hanno anche contribuito a finanziare molti studi, supportati da una decina di grandi produttori, che costituiscono di fatto l’unica voce, o quasi, della ricerca australiana nel settore. In un rapporto reso pubblico, la stessa Commissione per la produttività (del governo) ha riconosciuto l’esistenza di un enorme conflitto di interessi e di uno sbilanciamento molto vistoso verso gli studi finanziati dalle aziende. Di conseguenza, nel 2016 ha raccomandato l’istituzione di un corpo di ricercatori indipendenti, che sia in grado di condurre studi sul benessere animale e in generale sulla filiera della carne, e di indirizzare le future legislazioni.

Per capire meglio fino a che punto la situazione si sia deteriorata negli ultimi anni, Simon cita un dato riferito dall’organizzazione di settore, la Meat and Livestock Australia (MLA), attraverso la campagna “You’re Better on Beef”: il numero di madri che limitano le carni rosse ai propri figli si è ridotto del 20%. Da qui la domanda: è giusto che un governo spinga a consumare carne quando certamente non fa lo stesso con il fumo o l’amianto? Ovvia la risposta della MLA: il consiglio è a consumare carne all’interno di una dieta bilanciata, in accordo con le National Health and Medical Research Council.

Secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change, sarebbe necessaria una tassa del 40% sulla carne e del 20% sui latticini

Ma Simon non è disposto a credere all’MLA, e chiede l’introduzione di una tassa su carne e latticini piuttosto elevata e tale da riequilibrare il mercato, in accordo con la proposta contenuta in uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su Nature Climate Change nel 2016, che ha dimostrato come per controbilanciare i danni ambientali sarebbe necessaria una tassazione del 40% sulla carne e del 20% sul latte. Negli Stati Uniti la situazione non è molto diversa da quella australiana, come dimostra appunto la distorsione dei prezzi al consumatore, tenuti artificialmente bassi dai sussidi statali.

Simon, infine, chiama in causa anche i medici, che non farebbero abbastanza per scoraggiare il consumo eccessivo di carne e non illustrerebbero a sufficienza i rischi a esso associati, limitandosi a farlo dopo che alcune malattie come il cancro del colon o il diabete si sono già manifestate. Si notano – conclude l’autore – piccoli segnali positivi come l’aumento di vegetariani e vegani e iniziative come il lunedì senza carne, ma è evidente che è arrivato il momento di cambiare passo.

© Riproduzione riservata

sostieni

Le donazioni si possono fare:

* Con Carta di credito (attraverso PayPal). Clicca qui

* Con bonifico bancario: IBAN: IT 77 Q 02008 01622 000110003264

 indicando come causale: sostieni Ilfattoalimentare 2017. Clicca qui

  Agnese Codignola

Agnese Codignola

giornalista scientifica

Guarda qui

Master in “Storia e cultura dell’alimentazione”: aperte le iscrizioni per la nuova edizione. Al via da gennaio all’Università di Bologna

“Il cibo è un fondamentale elemento costitutivo del nostro patrimonio culturale. Il tema dell’alimentazione coinvolge …

6 Commenti

  1. Lo IARC ha messo la CARNE PROCESSATA nella stessa lista dei cancerogeni dell’amianto e non la carne.
    La CARNE ROSSA si trova invece nella lista 2A, quella dei probabili cancerogeni. Dove il termine probabile significa che ci sono evidenze sugli animali di laboratorio (ma non sull’uomo).
    Qualsiasi altro tipo di carne non è menzionato.
    Consiglio inoltre la lettura di http://www.airc.it/cancro/disinformazione/cancerogeni-gruppo-1/
    pagina di cui cito le conclusioni:
    “Quando leggiamo che una sostanza o un agente è stato inserito in una delle liste dello IARC, non è il caso di farsi prendere dal panico. È necessario capire quali sono i reali margini di rischio ed entro che dosi e limiti vale la pena di preoccuparsi davvero.”

    • La IARC ha messo la carne processata nella lista dei carcinogeni, ma non la carne in generale. Per carne processata si intende?
      Carne lavorata con aromi come per l’affumicatura, addizionata di sale, addizionata di conservanti?
      Il potenziale cancerogeno della carne lavorata è attribuito non alla carne in se ma hai prodotti sviluppati in seguito alla cottura? N-nitrosoammine o idrocarburi policiclici aromatici? Questi però non sono nella lista numero 1 della IARC come nella stessa lista non compare il cloruro di sodio. Se sanno che i potenziali cancerogeni sono i conservanti, perché non identificarli e classificarli nelle liste?
      In conservanti poi sono aggiunti solo alle carni definite lavorate?

      Se sai che una sostanza è mortale in quantità 10, nel tuo corpo vorresti averne 0, 1 o 10?

  2. È un libro molto interessante e curato che consiglio a chiunque. Ma NON È APPENA USCITO. È in circolazione almeno da tre-quattro anni.

  3. paola menchinelli

    Purtroppo i media stanno dando grande risalto ai risultati di una ricerca americana durante l’ultimo Congresso di Cardiologia Europeo, secondo cui i grassi, e quindi anche la carne fanno meno male dei carboidrati, senza sottolinerare la necessità di ridurrne i consumi, non solo per la propria salute ma soprattutto per l’impatto ambientale http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/alimentazione/2017/08/29/il-rischio-per-cuore-arriva-dai-carboidrati-e-non-dai-grassi_edd13167-f0c7-4743-9ac6-5ef440591d3d.html

  4. PEr fortuna non siamo nè americani nè australiani e abbiamo tutti gli elementi per valutare e mangiare quello che ci pare di conseguenza.

  5. Il consumo di carne ha raggiunto cifre astronomiche e tutto per garantire il raggiungimento del profitto. False teorie mediche sull’assunzione di proteine “nobili”, tradizioni consolidate (sagre e ricorrenze religiose), grande distribuzione concentrata prevalentemente su derivati ed affini, ricette televisive molto invasive…hanno costituito uno status sociale di primo livello in cui la carne è presente ovunque. Se consideriamo che 50 anni addietro non era assolutamente così il danno è puramente doppio.
    Ma perchè tutto questo? la responsabilità è di tutti, consumatori, istituzioni e addetti ai lavori…senza dimenticare che i medici e i nutrizionisti hanno contribuito massicciamente a diffondere una falsa abitudine alimentare, ma soprattutto a non dire pubblicamente i danni da iper-assunzione proteica. Si aggiunge poi una falso dogma in cui si vuole prediligere una dieta mediterranea che di salubre ormai non ha più niente.