L’80% circa degli intervistati non mangia mai, o lo fa raramente, piatti etnici

Ebbene, un italiano su due pensa che da qui a 10 anni sulle nostre tavole sarà visibile, molto o moltissimo, questo cambiamento. Questa percezione di cambiamento prevale soprattutto tra gli over 65 (61,4% della fascia d’età in esame) e tra le donne (60,5%). Sono loro, in buona parte, a determinare questo risultato. Di contro, sono i più giovani (15-24 anni) a percepire meno di tutti questo cambiamento futuro (38,5% del campione in questa fascia). Le ragioni di questa differente percezione tra persone più e meno giovani potrebbero essere presto spiegate: se da una parte i giovani sono stati esposti fin dalla nascita alla presenza di cibi di altre culture, essi sono anche gli attori che vivono maggiormente questo cambiamento, tanto da non percepirlo, gli over 65 – che in passato dovrebbero già aver assistito a qualcosa di simile – potrebbero, invece, percepire con maggiore lucidità l’avvicinarsi di novità pronte ad affermarsi anche a tavola. Se andiamo poi ad approfondire meglio questo dato scopriamo, a riprova di quanto detto, che gli stessi giovani sono la parte più rilevante del campione che è più aperto al cibo etnico e che ne consuma di più (tre su quattro dichiarano di andare in ristoranti etnici).

Quali i fattori che influiranno di più? Nella percezione degli italiani intervistati, le variabili che maggiormente influenzeranno sulle scelte alimentari da qui ai prossimi 10 anni, saranno i “cambiamenti climatici” (citati dal 79,6% del campione), seguiti dai “prezzi delle materie prime” (78,2%) e dai “social media” (70,4%). In questa ipotetica graduatoria le “migrazioni e i contatti con le nuove culture” si fermano al penultimo posto, indicate “solo” dal 65,6% del campione.

Solo a un italiano su tre piace provare nuovi ristoranti di cucina etnica

Ancora più interessante è notare in “come” e in “cosa” questi cambiamenti di abitudini alimentari si tradurranno sempre nei prossimi 10 anni. Per il 69,8% aumenterà il “consumo di cibi biologici”, per il 63,2% quello dei “cibi funzionali” (ossia i senza glutine, senza lattosio, ecc.) e per il 59,7% i “cibi a Km 0”. L’aumento dei “cibi etnici” si ferma al 47,4%, ben distante, peraltro, dalle altre categorie di risposte (anche se meglio piazzato rispetto a quelli che molti considerano come i “cibi del futuro”, ossia “cibi esotici, come gli insetti”, che arrivano appena al 25,2%). Questi dati fanno pensare che gli italiani siano piuttosto radicati rispetto alle proprie abitudini alimentari. Non a caso chi crede maggiormente nella possibilità di diffusione dei cibi etnici sono soprattutto gli studenti, gli stessi che non vedevano molto i cambiamenti.

Ma che gli italiani, a tavola, siano un popolo di “nazionalisti”, lo conferma sempre la ricerca Demos-BCFN. È la preferenza per il nostro cibo, infatti, che sembra mettere d’accordo un po’ tutti, soprattutto a partire dai 34 anni in su. Circa tre intervistati su quattro, infatti, confermano che “si sentono a loro agio solo quando mangiano cibo italiano”, “si sentono sicuro solo quando mangiano cibo italiano” e affermano di “mangiare solo cibo italiano”. Non sarà un caso dunque notare che circa il 50% del campione non va mai in ristoranti etnici, non compra cibo da asporto etnico né lo cucina. Eppure, è anche interessante notare che molte di queste posizioni possono essere dettate da una scarsa conoscenza delle altre cucine (tre italiani su quattro “non ricercano cibi nuovi e diversi” e solo il 34,9% del campione afferma di “apprezzare i cibi di culture differenti”). Non stupisce neppure che, dovendo citare la cucina etnica preferita, quasi allo stesso modo (41,8% e 41,2%) gli intervistati trovino naturale citare quella cinese e quella giapponese, che sono anche le cucine cosiddette “etniche” presenti ormai da più tempo e in maniera capillare sul territorio italiano. Insomma, italiani aperti al cambiamento a tavola ma… con moderazione.

di C.S. – Teatro Naturale

Fonte immagini: Demos – Fondazione Barilla

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ezio
ezio
18 Dicembre 2017 12:33

Apprezzabile lo studio Demos commissionato da Barilla, che poteva fare un passo coraggioso in avanti, chiedendo anche la percentuale di italiani che preferiscono alimenti con materie prime 100% italiane.
Dato importante, soprattutto per un marketing aziendale di una grande azienda della pasta e non solo, che utilizza materie prime italiane, ma largamente anche importate.
A mio parere hanno perso una buona occasione per chiarirsi le idee su una questione importante, dove hanno manifestato comportamenti contradditori.

luigi
luigi
Reply to  ezio
29 Dicembre 2017 11:20

non hanno nessuna intenzione di coltivare dubbi sulle loro politiche, evidentemente…

Elisabetta
Elisabetta
Reply to  ezio
29 Dicembre 2017 16:17

Il fine di questi studi è, molto banalmente, tastare il terreno e cercare di capire con un certo anticipo cosa immettere sul mercato nei prossimi anni. Alla Barilla converrà o non converrà proporre del riso specifico per il sushi? Null’altro, secondo me. La questione del grano 100% italiano è complessa e controversa, come dimostra proprio Il Fatto Alimentare.

ezio
ezio
30 Dicembre 2017 11:32

Con un minimo di malizia, si potrebbe anche pensare che un lungimirante marketing aziendale abbia commissionato anche il quesito sulla preferenza del 100% delle materie prime d’origine italiana ai consumatori, ma che per opportunità strategica e forse visti i risultati non abbiano voluto pubblicarli.

Max
Max
30 Dicembre 2017 18:16

Lavorando nel marketin, anche se non alimentare, sono convinto che l’analisi sia finalizzata a trovarr5nuovi sbocchi di mercato. Detto questo, e avendo comunque provato cibi di altre culture, sono convinto che non basti una vita umana per assaggiare tutta la cucina italiana nelle sue centinaia di sfumature. In quanto a mangiare insetti… se volete fate pure. Prr me , no, grazie.!