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Troppi grassi saturi fanno male. La conferma di uno studio durato 30 anni. Cosa è cambiato sostituendo l’olio di palma nei prodotti

biscotto merendina cioccolato dolciUn eccessivo consumo di acidi grassi saturi è un fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cronico-degenerative. L’ennesima conferma a questa tesi ormai nota al grande pubblico, arriva da uno studio  durato trent’anni, pubblicato il 23 novembre sul British Medical Journal. I ricercatori della Harvard University di Boston hanno analizzato le abitudini alimentari dei partecipanti (73 mila donne e 42 mila uomini, sani e senza malattie croniche), valutando eventuali altri fattori di rischio (abitudine al fumo e all’alcol, attività fisica, uso frequente di farmaci). Hanno osservato che l’assunzione di acidi grassi saturi è correlata a un aumento del rischio cardiovascolare, in particolare di infarto miocardico e ischemia coronarica (occlusione o restringimento delle arterie che portano sangue al cuore). Le raccomandazioni dei ricercato invitano a sostituire, dove si può, i grassi saturi con altre fonti di energia.

Sia l’Oms che i Larn suggeriscono una quota giornaliera di acidi grassi saturi non superiore al 10% delle calorie assunte. Va detto che questi macronutrienti, nonostante vengano comunemente associati al consumo di prodotti di origine animale (burro, uova, carne rossa…), si trovano in grande quantità anche nell’olio di palma (vedi tabella sotto). In Italia fino a un anno fa il palma era il grasso di elezione per un gran numero di prodotti industriali: biscotti, fette biscottate, creme alle nocciole, merendine, cracker, piatti pronti, carni e pesci impanati, gelati, latte in polvere per neonati, biscotti per bambini al di sotto di 36 mesi…

Dopo la petizione de Il Fatto Alimentare e di Great italian Food Trade (Gift) contro l’invasione del grasso tropicale le cose sono cambiate. Adesso quando si fa la spesa al supermercato c’è la possibilità di scegliere prodotti senza olio di palma. La decisione di molte aziende di utilizzare altri oli non è solo un’operazione di facciata, perché modifica l’apporto nutrizionale giornaliero, soprattutto per bambini e ragazzi. Prendiamo come esempio tre alimenti che potrebbero essere presenti nella dieta di un ragazzino, e facciamo un confronto tra la quantità di acidi grassi saturi presenti prima, quando nella ricetta c’era olio di palma, e dopo, con la nuova formulazione palm free. Il calcolo prende in considerazione quattro biscotti per la prima colazione, una cotoletta impanata consumata nel pasto di mezzogiorno e una merendina mangiata nel pomeriggio. Osservando lo schema balza subito all’occhio come sostituendo il grasso tropicale con olio di girasole, mais o colza la quantità di grassi saturi diminuisce di due terzi: da 16,4 a 4,9 g. Si tratta di un risultato significativo.

grassi saturi olio di palma

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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8 Commenti

  1. Pubblicate però solo quello che vi fa comodo. Perché non menzionate lo studio norvegese durato 10 anni di Pertusson dove viene messo in evidenza che il colesterolo alto (anche Ldl) è un fattore protettivo. Perché non fate riferimento allo studio giapponese dove si è dimostrato che la mortalità diminuiva con il salire del colesterolo? E poi sempre sul BMJ nel 2015 era uscito uno studio che riabilitava i saturi. Studio durato più di 30 anni! Appena esce un qualcosa di negativo sui grassi saturi vi collegate con l’olio di palma screditandolo come sempre.

    • Roberto La Pira

      Non è proprio così. Essere critici con l’olio di palma non è solo una questione di grassi saturi. Ci sono altri elementi che tutti conosciamo. In ogni caso provi a leggere cosa scriviamo in questo articolo di Valentina Murelli sui grassi saturi nel 2014.
      http://www.ilfattoalimentare.it/burro-grassi-saturi-times.html

    • Ok l’articolo. Però si fa troppa guerra ai grassi saturi. Ci sono tantissimi studi che li riabilitano come ad esempio il progetto Monica dell’OMS che prima non ho menzionato. Il fatto di aver sostituito il palma (fortunatamente non tutti) con oli troppo sbilanciati verso gli omega 6 come mais e girasole non è una cosa positiva perché come tanti studi review e metanalisi dimostrano portano ad un peggioramento nei problemi cardiovascolari.

    • Cario Dario leggo i suoi commenti dai quali emerge il suo forte spirito critico, che del resto condivido per l’approccio alle questioni, ma segnalo che dopo la critica serve anche la sintesi, perché altrimenti siamo solo bastian contrari e creiamo confusione.
      Quindi a mio parere, nella sintesi dell’argomento in questione, bisogna aggiungere la quantità e la soggettività.
      Due parametri indispensabili per non cadere nel vago e generalizzato, che fa solo danni.
      Il tanto o il poco è legato alla diffusione (problema dei grassi del palma) e la soggettività è legata all’età ed allo stato di salute dell’individuo e le eventuali patologie.
      Ma non soltanto perché il fattore metabolico individuale fa una grande differenza nell’assunzione dei grassi in particolare ed altri nutrienti come gli amidi e gli zuccheri.
      Tutto è utile ed anche indispensabile, ma in che forma e misura dipende dal singolo individuo.
      In salute perfetta (rara mi risulta) gli eccessi di qualità e quantità alimentari, causano prima o poi problemi e patologie metaboliche, ma non solo.

    • Dario sono d’accordo con quanto dici.
      I grassi sono troppo demonizzati. In realtà in dosi ragionevoli sono un elemento essenziale della dieta ma con il martellamento costante hanno instillato in molte persone la fobia. Vedremo il prossimo studio trentennale cosa concluderà sull’aspettativa di vita di individui tirati su a beveroni di soia e cibi artificialmente privati dei grassi. Essi contribuiscono anche al senso di sazietà: difficilmente un essere umano potrebbe mangiarsi un piatto di lardo senza sentirsi male ma sarebbe perfettamente capace di mangiare la stessa quantità di cibo senza grassi ed avere ancora fame.
      Io comunque non capisco la guerra al palma come se fosse la fonte di tutti i mali, la sostengo solamente perchè vengono deforestate ampie zone di vegetazione tropicale per fare spazio alle coltivazioni. A livello puramente nutrizionale infatti una volta che il palma è raffinato è praticamente identico al girasole e all’oliva.

  2. Per essere totalmente trasparente questo articolo dovrebbe anche menzionare che lo studio è stato sì fatto all’università di Harvard, ma pagato da Unilever. A pagina 10 dello studio referenziato, in font molto piccolo troviamo le seguenti note sui conflitti di interesse:

    “GZ is supported by a postdoctoral fellowship funded by Unilever R&D, Vlaardingen, Netherlands; AJW, MA, and PLZ are employees of Unilever R&D (Unilever is a producer of food consumer products)”

    Quindi uno degli autori è pagato da Unilever, e tre sono impiegati di Unilever. Che questo possa aver influito sui risultati dello studio?

  3. GIOVANNI, Parma

    Mi permetto di dire che ormai si sente dire di tutto e il contrario di tutto. Tesi che vengono ribaltate a distanza di anni e che mettono in dubbio ogni validità di studio scientifico. Forse il metodo migliore sarebbe quello di valutare la validità o meno di una certa alimentazione in base alle varie tipologie di fasce di popolazione (per esempio esquimesi rispetto agli africani, europei rispetto agli americani od orientali) e vedere le varie tipiche patologie riscontrate. Ma è una cosa che sicuramente già si fa e se ne conoscono i risultati. Nel mio piccolo mi limiterei a dire che probabilmente la soluzione migliore è sempre quella di una alimentazione limitata e varia dando maggiore spazio ad alimenti vegetali di qualità e limitando per quanto più possibile, senza escluderli, i grassi animali. Da eliminare sicuramente superalcolici e fumo e assumere il meno possibile zuccheri attraverso dolciumi, bibite e quant’altro. Riassumendo mangiamo di tutto, poco, (dovremmo mangiare per vivere non vivere per ingozzarci per il solo piacere della gola) facendo attenzione ai cibi da privilegiare e a quelli da moderare fortemente.

  4. Per favore spiegate bene che l’olio di palma di cui si sta parlando è quello industriale, non so se sostituirlo con un altro olio vegetale di soia o di arachide, sempre industriali, sia una cosa ottima, non cambia il problema se si coltivano milioni di ettari di soia o di noccioline americane al fine di ottenerne l’olio. Occorre indicare il sistema di coltivazione e i limiti di questo. Non sottovalutate questo aspetto. Grazie comunque per le vostre battaglie.