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Frutta nelle scuole: stanziati 26,9 milioni di euro per il 2014-2015. Troppi soldi e gravi gli errori nella gestione. I genitori lamentano scarsa qualità

iStock_000017193574_SmallSono sempre meno chiare le finalità  della campagna Frutta nelle scuole, l’iniziativa europea per incentivare il consumo di cui abbiamo già parlato su Il Fatto alimentare e che secondo dati ministeriali avrebbe raggiunto nel 2013,  1.050.000 alunni delle scuole primarie. È di pochi giorni fa la risposta a un’interrogazione al Ministro delle Politiche Agricole alimentari e forestali presentata dall’on. Chiara Gagnarli (M5S), Il parlamentare, prendendo spunto anche dai nostri articoli, ha chiesto chiarimenti su un progetto costoso che fino ad oggi si è tradotto «in risultati deludenti e in un enorme spreco di denaro», senza dimenticare la scarsa qualità della frutta distribuita e l’enorme quantità di rifiuti prodotti, temi oggetto di un’altra interrogazione a firma dell’on. Arianna Spessotto (M5S).

Una puntuale richiesta di chiarimenti alla quale il ministero ha fornito una risposta del tutto insoddisfacente che, senza citare un solo dato,  fa riferimento a non meglio identificati “monitoraggi”, specificando che «gli utenti delle scuole primarie coinvolti nel programma hanno consumato almeno una porzione di frutta in più al giorno – e che-  le relative famiglie hanno recepito il messaggio educativo connesso al programma. Si tratta di una risposta inconsistente», afferma Gagliardi. Una situazione tanto più grave se si considera che per l’anno scolastico 2015/2016 il progetto è stato già rifinanziato: il contributo complessivo della UE è di 150 milioni di euro di cui 26,9 milioni per il nostro paese, il secondo beneficiario dopo la Germania.

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La frutta era spesso conservata male, acerba o troppo matura. Anche la gestione dei rifiuti non è stata all’altezza

Purtroppo la gestione della campagna è tutt’altro che soddisfacente. Anche quest’anno come già avvenuto in passato, gli aggiudicatari per la distribuzione della frutta sono stati resi noti solo a dicembre, in seguito al blocco del procedimento dovuto al ricorso al Tar da parte di uno dei concorrenti, e il calendario della distribuzione è partito da gennaio 2015. Come se non bastasse la formazione degli insegnanti è ancora in corso e le altre sezioni del sito sono ferme all’edizione 2013/2014. Leggendo l’elenco delle imprese che hanno vinto le gare di appalto,  sembra inevitabile porsi qualche interrogativo sui criteri geografici che hanno portato ad assegnare ad aziende pugliesi la distribuzione della frutta in Piemonte, mentre le scuole sarde sono rifornite da una società con sede a Lecco. È difficile poi pensare a questa enorme quantità di frutta che arriva nelle scuole senza un adeguato coordinamento con il gestore del servizio mensa. Lo spirito del progetto è quello di fare mangiare ai bambini la frutta al posto delle merendine e di altri fuori pasto che i genitori danno ai figli  per l’intervallo delle 10,30  o per quello delle 16,00 nelle scuole dove si adotta il tempo pieno. Tutto ciò si trasforma spesso in un enorme spreco di materie prime, visto che agli alunni vengono consegnate due porzioni di frutta,  ottenendo come risultato l’esatto  contrario di quanto auspicato dal progetto.

frutta nelle scuole
Le aziende fornitrici vincitrici dell’appalto versano alle scuole un contributo pari a 2,00 euro per alunno.

C’è poi un altro aspetto da considerare. Le aziende fornitrici vincitrici dell’appalto devono, sottoscrivere con gli istituti una convenzione che prevede un rimborso alle scuole per l’attività di assistenza alla distribuzione della frutta pari a 2,00 euro ad alunno.

Si può pensare che una scuola con poche risorse, possa essere disincentivata a segnalare eventuali problemi sull’apposito modulo predisposto nel sito del ministero, per non  essere esclusa dal contributo annuale versato dall’azienda incaricata dell’approvvigionamento. Molte delle segnalazioni arrivate in redazione  (cui si aggiungono quelle pubblicate sulla pagina di Facebook) fanno riferimento a frutta non mangiabile perché troppo matura o troppo acerba, a interi lotti non lavati o conservati in modo inadeguato. A questo si aggiunge il problema degli imballaggi da smaltire, visto che – come specifica il dettaglio del progetto – in molti casi viene servita frutta o verdura porzionata con un aggravio di costi rilevante, anche se da fonti ministeriali risulterebbe che vengono utilizzati imballaggi biodegradabili.

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Una scuola sarda riceve la frutta da Lecco, mentre un’azienda pugliese rifornisce il Piemonte. È una delle azioni discutibili del progetto

«Teoricamente in un’iniziativa come questa potrebbe avere una valenza molto positiva, purtroppo si riscontrano errori nell’attuazione , legati alle modalità di distribuzione e gestione della frutta», osserva Gabriella Iacono, responsabile di Milano Ristorazione. È anche successo che i gestori delle mense debbano rispondere alle proteste dei genitori non informati del fatto che i prodotti contestati non sono quelli serviti dalla mensa ma fanno parte del progetto Frutta nelle scuole. «Dal canto nostro – assicura la parlamentare del Movimento 5 Stelle  – continueremo a vigilare perché i fondi di questo progetto vengano utilizzati al meglio, sia nell’attività di formazione dei docenti che nel coinvolgimento dei genitori, per insegnare davvero ai nostri bambini quale è il modo corretto di mangiare”.

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foto: istockphotos.com

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  Paola Emila Cicerone

Paola Emila Cicerone
giornalista scientifica

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7 Commenti

  1. Come descritta sembra la classica iniziativa “statale”. buona l’intenzione di fondo, ma cattiva applicazione con spreco di fondi a carico della collettività senza reali benefici.
    Tra l’altro, dividendo i 26 milioni sui bambini cui sono destinati (circa 1 milione) si ottiene una cifra ridicola, circa 3 euro al mese (scolastico) per alunno con cui difficilmente di può gestire un servizio di qualità.

    • Concordo sulla “tipica attività statale” con buone intenzioni di fondo ma gestita male. Non capisco il calcolo e le basi su cui decidi in autonomia che il servizio di qualità non si possa erogare con circa 3 euro al mese (2 euro e 60 cent). Se l’erogazione vbiene fatta direttamente dai produttori, o da consorzi di produttori a livello locale con 2,6 euro puoi tranquillamente pagarti la distribuzione efficiente. Ad esempio, le mele all’ingrosso costano circa 90 centesimi al kg. Il trasporto nell’ortofrutta pesa circa il 50% del costo, quindi significa che con 1,35 puoi servire un kg di mele (che servono a ben più di un bambino). Ti rimame tanto di quel denaro da poterci pagare costi fissi, formazione degli insegnanti e quant’altro.
      saluti.

  2. Beh. Anche dato per buono il tuo calcolo (davvero un acquisto “pubblico” verrebbe fatto ai prezzi reali ? Magari con pagamento a 6 mesi se va bene ?) gli scarsi 3 euro sono 2,5 kg di mele al mese. 15-16 mele ? Mezza mela/giorno/bambino ?

  3. L’unica cosa buona del progetto sono il titolo e le intenzioni dichiarate.
    Nella scuola di mia Figlia, in provincia di Modena, arriva frutta immangiabile. Non si capisce perché i fornitori non possano essere le aziende agricole locali, che garantirebbero meno costi e più qualità, oltre a sostenere l’economia locale.

  4. Giulia Gardini

    Io propongo questo:
    la frutta consegnata assieme al pasto del mezzogiorno dall’azienda che gestisce la ristorazione scolastica non viene quasi mai mangiata dai bambini a fine pasto. Questo frutto potrebbe essere distribuito per merenda alle 10 a tutti i bambini.
    Quali vantaggi?
    – incentiviamo il consumo di frutta
    – i bambini mangiano tutti la stessa cosa
    – nessun costo aggiuntivo poichè il frutto rientra nel costo del pasto
    – evitiamo sprechi economici in iniziative come “frutta nellla scuola” che possono poi essre destinati ad altro

    Questo è fattibile, inoltre per essere certi di avere frutta di buona qualità e di stagione si possono inserire alcuni requisiti nei bandi di concorso.

    Grazie.

    Giulia

  5. Qualsiasi “addetto ai lavori” ha sempre conosciuto la completa inutilità e pretestuosità delle motivazioni dell’iniziativa. Peccato per la reiterazione da parte dell’UE.

  6. Può darsi che l’iniziativa sia partita con tutte le buone intenzioni, ma al momento ai miei occhi appare solo come un grande business per le aziende che sono riuscite ad entrarci, la gran parte delle quali mi dà la sensazione di aver trovato un semplice ed efficace canale di smaltimento di prodotti scadenti che non potrebbero consegnare ad altri clienti più esigenti.
    Mia figlia, che non ha una grande passione per la frutta, mi porta spesso a casa mele, pere, arance, ecc. tutte assolutamente insipide e che iniziano quasi istantaneamente a marcire o a fare la muffa (a riprova dell’assoluta freschezza del prodotto!)
    Poi ci sono quelle della quarta gamma, con i loro quintali di plastica che si portano in giro per l’intera penisola, che poi dovranno essere smaltiti.
    Solo assolutamente sconcertata dal fatto che non si sia pensato, soprattutto nelle scuole che hanno il servizio mensa (praticamente tutte) ad aggiungere semplicemente un frutto a quelli già previsti per il pranzo, sfruttando appunto i gestori del servizio, magari acquistato da aziende della zona preferibilmente biologiche, come già molte scuole fanno per la frutta del pasto. Questa sarebbe la vera “frutta nella scuola”, con obiettivi, finalità e risultati sicuri e chiari.
    La cosa peggiore di tutto questo è che, se già molti bambini non hanno una gran passione per la frutta, dopo aver assaggiato le schifezze che spesso ricevono con questo progetto, non possono far altro che rinforzare le proprie posizioni di rifiuto.
    Per far amare ai bambini la frutta bisogna anche fargli assaggiare della frutta buona! O no ?
    P.S: e poi noi genitori dobbiamo fare la colletta per comperare la carta da fotocopie o la carta igienica !!! Diamoli alle scuole per cose veramente utili ‘sti soldi !!!!!!
    Sabotiamo questo progetto !!!
    lorenza