Nutrizione

Diete senza glutine: un affare per le aziende, ma se non prescritte dal medico sono inutili. Stop ai messaggi ambigui

paneI divi di Hollywood, Gwyneth Paltrow, Victoria Beckham e Russell Crowe, non cambieranno idea: per loro, che celiaci non sono, la dieta senza glutine è la causa della brillante forma fisica e del successo professionale. Impossibile, dunque, convincerli del contrario. Ma la verità scientifica è un’altra. Un regime alimentare privato del complesso proteico presente nei cereali – esclusi amaranto, avena, mais, manioca, miglio, quinoa, riso – è da consigliare esclusivamente ai celiaci, considerati tali dopo aver riscontrato la contemporanea presenza di alcuni segni: alterazione dei villi intestinali, aumento dei linfociti intraepiteliali, positività ai test anticorpali e genetici specifici.

 

Per chi è sano il rimedio è privo di riscontri concreti, mentre i sintomi risultano di poco alleviati in una ristretta percentuale di soggetti che presentano una sensibilità al glutine. «I prodotti gluten free assunti da soggetti sani non fanno dimagrire e possono mascherare un potenziale sviluppo della malattia», spiega Umberto Volta, docente a contratto di medicina interna all’università Alma Mater di Bologna e coordinatore del board scientifico dell’Associazione italiana celiachia (Aic). «Chi segue senza motivo questo regime alimentare può riscontrare una riduzione del peso corporeo dovuta a una quasi totale estromissione dei cereali dalla dieta. Ma i prodotti cosiddetti dietoterapeutici non sono ipocalorici. Anzi spesso, per renderli più appetitosi, sono addizionati con oli vegetali polinsaturi: di palma, di cocco, di colza. Non a caso ai celiaci si consiglia di leggere le etichette ed evitare gli alimenti con un contenuto di grassi superiore al 20-30%».

 

crostatinaIn Italia l’incidenza della malattia vive una fase di crescita: quasi 136mila sono le diagnosi fatte fino a oggi, con incrementi  costanti di circa il 10% negli ultimi anni. Seicentomila sono i malati complessivi attesi: uno su cento nella popolazione generale.

A fronte di questo incremento c’è però un dato anomalo registrato dall’Aic: l’aumento regiastrato  nel 2012 di un terzo degli introiti da parte delle industrie alimentari specializzate in alimenti senza glutine . Dei 240 milioni di euro incassati, 80 sono stati corrisposti dai cittadini di tasca propria, senza utilizzare l’esenzione che il sistema sanitario nazionale riconosce ai malati. Le spiegazioni possibili sono due. La prima riguarda l’acquisto di prodotti oltre la spesa massima rimborsata dallo Stato ai malati (diversa in ogni regione ma in genere quasi mai inferiore a 110 euro mensili), oppure l’utilizzo di cibo gluten free da parte di cittadini non classificati come celiaci dalle Asl.

 

«C’è chi cambia le proprie abitudini perché pensa di soffrire di sensibilità al glutine e chi sposa la nuova dieta convinto che abbia un’azione dimagrante», chiarisce Caterina Pilo, direttore generale dell’Aic. «Il messaggio non è corretto nei confronti di chi è realmente malato. Questi prodotti sono inseriti nel registro nazionale degli alimenti e considerati un salvavita. In questo modo c’è il rischio che si smantellino le politiche a difesa dei celiaci e si perdano le caratteristiche distintive della malattia». A schiacciare il piede sull’acceleratore sono state le aziende alimentari, con messaggi e promozioni ambigui che hanno alimentato il business di farmacie, parafarmacie, supermercati e negozi specializzati nella vendita di cibo biologico o alternativo. Troppo goloso l’affare per non cavalcarlo e gli effetti lo dimostrano: secondo l’Aic sarebbero un milione gli italiani che attingono alle proprie risorse per seguire una dieta cara e priva di ogni evidenza scientifica.

 

medicoNegli Stati Uniti la sovrastima della sensibilità al glutine (stessa causa della celiachia, ma con una reazione che avviene nel giro di poche ore senza alterazione dei villi intestinali) ha consolidato l’idea che il 7% della popolazione, poco meno di venti milioni di abitanti, sia affetto da questa malattia emergente, benché manchino marcatori specifici e la diagnosi avvenga per esclusione. Da qui la scelta immotivata di molti americani di far sparire il glutine dalle loro tavole, complici anche gli stili di vita delle star del cinema. Gli spot televisivi e una massiccia campagna sui media generalisti hanno alimentato l’equivoco e favorito l’aumento dell’autodiagnosi in potenziali sensibili al glutine e malati “immaginari”, vittime di un effetto placebo. Così la sola terapia efficace contro la celiachia si è trasformata in una tendenza.

 

Fabio Di Todaro

© Riproduzione riservata

Foto: Photos.com

Tags: , , , , , ,

8 Commenti

  1. Filippo Bertuzzi hatto detto:

    Eh dajje con st
    a lobby del frumento…..

  2. ezio hatto detto:

    Inutile lamentare un errata risposta dei consumatori-pazienti se non si è in grado di dare risposte adeguate sulle cause dei disturbi digestivi e metabolici delle persone.
    In molte inchieste anche publicate da voi, emerge purtroppo che le intolleranze alimentari, diverse dalle allergie di cui fa parte la celiachia, sono terreno di scontro e tabù scientifici non dimostrabili ne diagnosticabili.
    Non per questo non esistono e le persone ricorrono al fai da te, al passa parola, alla medicina alternativa o psicosomatica e nel più semplice dei casi, alle esclusioni volontarie.
    Servono risposte adeguate da parte della ricerca scientifica ed in assenza di queste, non servono i giudizi e le condanne degli addetti ai lavori, ma maggiore sforzo, risorse ed impegno.

    • debora hatto detto:

      Volevo solo precisare che la celiachia è un’intolleranza alimentare non un allergia; infatti fa danni all’intestino lungo termine e non dà shock anafilattico.

    • ezio hatto detto:

      La vera celiachia è una malattia autoimmune con produzione di anticorpi, diagnosticata con biopsia in gastroscopia.
      La reazione al glutine è distruttiva dei villi e si produce una forte infiammazione con malassorbimento grave e dimagrimento.
      Nessuna intolleranza causa queste reazioni, al massimo producono malassimilazione o incapacità digestive come il lattosio.
      Non mi risulta che le intolleranze siano classificate nelle patologie del sistema immunitario, ma in quelle digestive. Almeno fino ad ora.
      Poche reazioni allergiche producono shoch anafilattico, per fortuna, ma tutte producono reazioni immunitarie.

  3. Caterina hatto detto:

    Salve. Recentemente ho avuto modo di frequentare un corso di aggiornamento sulla Gluten Sensitivity (“Sensibilità al glutine”), e per quanto personalmente ritenga che si stia demonizzando il glutine forse troppo, anche da parte della comunità scientifica, non si può ignorare che esistono studi in doppio cieco contro placebo sul fenomeno di sensibilità al glutine, e il 6% (non 7) di incidenza sarebbe una stima supportata da questo tipo di controprova, ovvero i pazienti a cui, a loro insaputa, è stato somministrato glutine continuavano ad accusare i sintomi, viceversa per coloro a cui invece erano somministrati alimenti gluten-free. Poi, se una persona ha denaro proprio da spendere e pensa di sentirsi meglio senza glutine, purché segua un’alimentazione bilanciata faccia pure.

  4. debora hatto detto:

    mah…io sono celiaca da 10 anni…e all’epoca mi hanno detto che faceva parte delle intolleranze alimentari…se non hanno cambiato categoria recentemente…magari quanto è stata tolta dalle malattie rare?

  5. Vorrei precisare che il gene Dq2/8 che codifica per la predisposizione alla celiachia presente per quasi il 40% della popolazione mondiale dove solo una piccola % è celiaco. Comunque per questa fetta di popolazione se fosse cosciente della sua situazione di predisposizione e avesse già alcune sintomatologie come gonfiore addominale, anemia, ecc, potrebbe comunque ridurre la % di glutine nella propria dieta favorendo un ripristino della microflora intestinale alterata dal processo infiammatorio o leaky gut syndrome.

    • Luca hatto detto:

      Mi risulta che ridurre la percentuale di glutine è inutile, va eliminato completamente. La quantità ritenuta ammissibile è inferiore a 20ppm.