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Batteri resistenti alla colistina, l’antibiotico di “ultima scelta” per l’uomo. Il campanello d’allarme arriva dalla Cina

Lancet ha pubblica uno studio durato 8 anni su 17 mila campioni biologici di pazienti ricoverati in Cina.

L’Escherichia Coli O157 viene chiamato super-bug perché è uno dei batteri resistenti anche all’antibiotico colistina (un farmaco che presenta numerosi effetti collaterali e per questo considerato dai medici una sorta di “ultima spiaggia” per combattere le infezioni quando gli altri farmaci non funzionano. Pur non essendo l’unico super bug e nemmeno il più temibile, lEscherichia Coli O157 è diventato una specie di testimonial dell’antibiotico resistenza, probabilmente a causa della sua connessione con la zootecnia. La colistina è infatti utilizzata soprattutto in campo zootecnico per accelerare la crescita degli animali e, solo da poco in Cina hanno iniziato a somministrarlo anche in ambito ospedaliero, quando l’infezione resiste agli altri antibiotici.

Il 27 gennaio scorso sulla rivista Lancet sono stati pubblicati i risultati di uno studio durato 8 anni che ha esaminato 17 mila campioni biologici di pazienti cinesi ricoverati negli ospedali di Zhejiang e Guangdong. Nell’1% dei casi è stato trovato un ceppo di Escherichia Coli resistente alla colistina, e sempre nell’1% dei casi la stessa resistenza è stata riscontrata in Klebsiella pneumoniae (un batterio ben più pericoloso poiché causa polmoniti e infezioni del sangue). La presenza di questo batterio “super resistente” – anche se 1% sembra un’inezia – è in realtà una scoperta importante perché permette di conoscere qualcosa in più sui meccanismi di azione  e inizia ad attivare un campanello d’allarme.

La Cina vuole bandire l’utilizzo della colistina negli allevamenti e anche in Italia si cerca di ridurne l’impiego in campo veterinario

Come spiega Fabrizio De Stefani, direttore del Servizio veterinario d’igiene degli alimenti dell’USLL 7 del Veneto «In Europa il problema dell’emersione di ceppi batterici antibiotico resistenti riguarda soprattutto le corsie e le sale operatorie degli ospedali, dove crescono e si selezionano i più temibili ceppi di microrganismi multiresistenti ai medicinali. La questione della resistenza cinese – che sembra dovuta al prolungato abuso di colistina negli allevamenti – è grave perché sebbene la percentuale rilevata sembri bassa è pur sempre riferita ad una popolazione enorme, che nell’ultimo censimento del 2013 ammontava (per difetto) a 1,357 miliardi di persone. Sulla base di questi numeri è dunque ragionevole stimare che diverse decine di milioni di cinesi hanno ospitato, o ospitano tuttora da portatori sani, questo temibile batterio nel loro intestino consentendone la diffusione nell’ambiente in cui vivono e nei luoghi in cui si spostano».

C’è di più, sebbene la Cina voglia bandire l’utilizzo della colistina negli allevamenti (anche in Italia si cerca di ridurne l’utilizzo in campo veterinario come si legge in questo documento), il problema dell’antibiotico resistenza rischia di aggravarsi proprio per la scelta di utilizzarlo nell’uomo. Come riporta l’articolo pubblicato da Scientific American la Cina “ha bisogno della colistina per affrontare le infezioni causate da batteri resistenti ai carbapenemi”, un’altra classe di antibiotici molto utilizzata. Proseguendo su questo percorso ci sono buone probabilità di aumentare il  numero di  batteri resistenti sia ai carbapenemi sia alla colistina, con conseguenze gravissime nella cura delle infezioni. Sarebbe come non avere più antibiotici a disposizione per far fronte ad alcune malattie. Conclude De Stefani: «si teme che i batteri colistina-resistenti, che finora sono isolati sporadicamente, possano diffondersi su scala globale. L’aumento dei timori per la diffusione di germi resistenti ai farmaci ha spinto le Nazioni Unite a incoraggiare i paesi a ridurre l’uso di antibiotici convenzionali e allo sviluppo di nuovi farmaci».

  Redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. Grazie per l’articolo, chiarissimo!
    Credo sia il caso che noi, consumatori, facciamo la nostra parte, acquistando solo carne biologica, e comunque in quantità limitate, cosi possiamo essere noi protagonisti del cambiamento.
    Abbiamo visto con il CETA che i politici di destra e sinistra sono più interessati al business che alla salute pubblica, ma noi abbiamo un forte potere nel condizionare i consumi!

  2. “Tanto tuonò che piovve”, ma presto grandineranno batteri super resistenti e non solo negli ospedali.
    Se qualche milione di cinesi sono già portatori di questi batteri e vista l’invasione di queste popolazioni e delle loro merci in tutti il mondo, non dobbiamo stare tranquilli ad aspettare che diventi epidemia anche da noi, perché i presupposti ci sono già tutti.
    Basta raccomandazioni bonarie ed inviti sereni delle istituzioni europee ed italiane all’uso di antibiotici negli allevamenti, ma sono indispensabili fin da ieri i divieti di utilizzo, salvo per singoli capi ammalati, da isolare dagli altri fino a guarigione completa.
    Altro che promotori della crescita. Questa è delinquenza pura e cruda!
    Il Ministero della Salute e ISS con tutti i veterinari in prima linea, dove sono e cosa fanno in concreto per ormai risolvere quello che è diventato il problema sanitario n.1?
    Perché la fase di prevenzione sembra ormai superata e scaduta nell’inerzia ed inefficacia delle non misure non prese ne fatte rispettare.

  3. questi allarmi, pur facendosi più frequenti e temibili, non sembrano destare dal loro torpore i politici, che dovrebbero gestire con solerzia e crescente preoccupazione le vicende nel merito. spero vivamente che non si giunga alla dichiarazione del “si salvi chi può!”…

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