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Xylella fastidiosa: il nuovo studio italiano evidenzia i rischi e la diffusione. Le opinioni sono contrastanti

ulivo_185894560Oltre che la Puglia, anche le coltivazioni presenti in Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Campania e Lazio rischiano di essere colpite dalla Xylella fastidiosa, il batterio in grado di provocare il rapido disseccamento degli ulivi e fino a oggi responsabile dell’abbattimento di oltre duemila specie arboree nel Salento. Non sarebbe esente nemmeno la Maremma, la porzione di costa tirrenica che arriva fino in Toscana, seconda regione italiana per presenza di ulivi. È quanto si evince da uno studio italiano pubblicato sulla rivista Phytopathologia Mediterranea. Il patogeno non compromette la qualità dell’olio e non ha avuto ripercussioni sul raccolto del 2015, migliorato di quasi un terzo rispetto all’anno precedente (quasi raggiunta la quota di 400mila tonnellate), condizionato dall’azione della mosca olearia.

Gli studiosi – guidati da Luciano Bosso, ricercatore presso il dipartimento di agraria dell’ateneo campano – hanno utilizzato le informazioni disponibili nelle banche dati e raccolte in tutti i Paesi dove la Xylella si è diffusa e risulta insediata da molti anni. Oltre a considerare le informazioni raccolte dai colleghi sul campo, relative ai processi di bruciatura del fogliame e sul disseccamento degli stessi alberi, i cinque autori dello studio hanno analizzato alcuni aspetti relativi alla geologia e all’ecologia delle aree colpite dall’infezione: come il clima delle aree colpite dalla batteriosi, la piovosità, l’andamento delle stagioni, l’altitudine, la vegetazione e l’organizzazione colturale presente nelle aree più aggredite. Si è così scoperto, dopo aver portato a termine il primo lavoro mirato a indagare le esigenze ecologiche del batterio, che Xylella fastidiosa ha trovato le condizioni ideali per colpire ed estendere il suo raggio d’azione nel Salento, a partire dalla zona di Gallipoli: dove il microclima è ancora più specifico.

Xylella fastidiosaDal lavoro sono emersi due indicatori «chiave», sulla base di quanto da due anni accade nel tacco d’Italia: le ridotte precipitazioni – con livelli medi di piovosità inferiori ai dieci millimetri nei trimestri – e la temperatura superiore alla media di otto gradi nel trimestre più freddo. Rilevante è stata considerata pure l’altitudine sul livello del mare, fino a 150 metri. «A quote più elevate, così come a temperature più rigide, le condizioni ambientali sono meno favorevoli al propagarsi del batterio», hanno messo nero su bianco i ricercatori, escludendo l’ipotesi che il batterio trovi terreno fertile anche nelle coltivazioni del Nord Italia. Sorprendente, sulla base del modello elaborato nello studio, è l’evidenza secondo cui, oltre al clima, l’habitat ideale della Xylella risulti rafforzato dal contesto culturale. Agricoltura intensiva (22,49%), modelli complessi di coltivazione (18,5%), presenza di frutteti, boschi e macchia mediterranea (con un altro 20 per cento) sono un humus che agevola la diffusione della Xylella, che vive e si riproduce all’interno dell’apparato conduttore della linfa grezza.

Nella ricerca non sono invece state considerate altre due variabili: la presenza dell’insetto vettore – nel caso della Puglia il Philaenus spumarius, ma altri insetti sono sospettati di poter trasportare il batterio da un ulivo all’altro – in tutte le aree studiate e le direzioni del vento che influiscono sui flussi di diffusione dei focolai. «La Calabria, la Sicilia e la Sardegna hanno le maggiori probabilità di offrire un habitat ideale alla diffusione della Xylella fastidiosa nelle coltivazioni di ulivo», si legge nella pubblicazione, da cui non si escludono i rischi di diffusione nelle aree interne della Calabria, del Lazio, della Sicilia e della Sardegna e nei confronti di altre specie vegetali. «In Puglia la Xylella finora ha colpito soltanto gli ulivi, ma attraverso una rapida evoluzione genetica potrebbe diventare un problema riguardante anche i vigneti, i frutteti, i boschi di querce e la macchia mediterranea». Opinione che trova d’accordo Giovanni Vannacci, ordinario all’Università di Pisa e presidente della Società Italiana di Patologia Vegetale. «Il contenimento dell’epidemia è un’emergenza continentale, non limitata alla sola olivicoltura o alla Puglia. Ma è necessario distinguere con chiarezza tra gli interventi atti a mitigare il problema nell’area di insediamento, detta zona infetta, e quelli finalizzati a limitare l’espansione del fronte epidemico, considerata la zona cuscinetto. Nel primo caso devono essere messe in atto misure di difesa integrata che permettano una convivenza con la malattia nel rispetto dell’ambiente, anche attraverso l’adozione di buone pratiche agronomiche. Il contenimento del fronte epidemico nella zona cuscinetto, oltre al controllo del vettore (sfalcio, lavorazioni del terreno e trattamenti fitosanitari), richiede una più intensa attività di monitoraggio e dolorosi interventi di eradicazione, quali l’espianto di piante apparentemente sane in prossimità di quelle infette, fondamentale per la riduzione del potenziale d’inoculo e della relativa pressione epidemica».

olio e oliveDetto ciò, il caso-Xylella rimane spinoso, anche in ragione degli scarsi investimenti (appena 170mila euro) riservati alla ricerca, a fronte del quasi dieci volte superiore esborso (13,6 milioni di euro) sostenuto per affrontare l’emergenza. Di certo c’è, come dichiarato nel corso dell’ultima puntata di “Presa Diretta” da Donato Boscia, direttore dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr di Bari, che «non abbiamo la prova che ci dica che Xylella è l’unico responsabile del disseccamento che si sta osservando sugli ulivi». Da qui le rimostranze degli ambientalisti, convinti che il principio di precauzione non sia sufficiente a giustificare gli abbattimenti, unica strategia finora presa in esame dalla Regione Puglia e dall’Unione Europea. L’ipotesi non convince nemmeno Francesco Lops, docente di patologia vegetale all’Università di Foggia, che con il sostegno della Confederazione dei Produttori Agricoli (Copagri) sta trattando alcuni ulivi colpiti dalla Xylella fastidiosa con un mix di 13 prodotti fitosanitari. Le prime evidenze sperimentali sono incoraggianti. «La vegetazione è rispuntata, i rami si sono allungati ed è aumentata la capacità di completare la fotosintesi da parte delle piante», ha spiegato il ricercatore nel corso della trasmissione condotta da Riccardo Iacona. Ma il solo riscontro della presenza del patogeno da quarantena, «anche in assenza del nesso di casualità con la sindrome da disseccamento rapido dell’olivo, richiede di dare il via al contenimento», chiosa Vannacci. Ovvero: l’abbattimento degli alberi infetti. «La diffusione della Xylella sul territorio nazionale ed europeo aprirebbe prospettive drammatiche per l’agricoltura. La misura del suo potenziale impatto economico può essere stimata dal confronto con episodi precedenti, quale la diffusione in Brasile di questo patogeno, dove è ritenuto responsabile di danni per circa cento milioni di euro l’anno».

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  Fabio Di Todaro

Fabio Di Todaro
Giornalista free lance. Twitter: @fabioditodaro

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4 Commenti

  1. la trasmissione del buon Iacona ha aperto degli spiragli di luce nella nebbia di questa intricata faccenda. la magistratura sta indagando sulle responsabilità relative alle disposizioni di eradicamento degli ulivi, date, a parere di molti, con troppa superficialità e senza studi approfonditi sulle cause del disseccamento. ci sono studi, certamente più di uno, che portano nuova speranza perché xylella & c. restino sotto controllo e non si diffondano verso aree più vaste, ma, come al solito, e l’articolo lo fa notare, si preferisce spendere fiumi di soldi per le emergenze e non per prevenirle. quando diamine dovremo cambiare questa maledetta abitudine???

  2. Volevo solo puntualizzare che nelll’artcolo viene citata la Toscana come seconda regione per numero di piante d’ulivo, resta il fatto che il secondo produttore d’olio è la regione Calabria con una produzione molto superiore a quella toscana,grazie per l’attenzione.

  3. Queste piante sono sopravvissute all’impossibile!! Non è ragionevole che un misero batteriuccio le possa mettere ko. Le cure stanno dando i loro risultati. Lentamente ma li stanno dando. Certo, per alcuni non sarebbe sufficiente nemmeno se gli alberi guarissero dalla sera alla mattina. Ma credo non sia del tutto illecito dubitare sulla buona fede di questa gente spesso discretamente ammanicata…

  4. Buon articolo, una volta tanto, anche se il titolo non mi sembra rispecchiarlo. Sulla pericolosità del batterio nessuno ha dubbi e purtroppo c’è poco da illudersi sulle cure che al momento non ci sono. Del resto nelle Americhe ci provano da un secolo senza successo, non si capisce perchè in pochi mesi sarebbero spuntate fuori cure miracolose come affermano “le iene” e altre testate. Sono al momento sperimentazioni da verificare nell’arco di almeno 4 anni, nel frattempo rimane la dolorosa pratica dell’eliminazione delle piante infette, da non confondersi con l’eradicazione ormai impossibile dopo 3 anni di stallo. Se non avessimo messo in quarantena gli infetti da Ebola immaginiamo cosa sarebbe successo.