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Falso extravergine: storica condanna per frode in commercio e associazione per delinquere a Valpesana. 9 mila tonnellate di olio adulterato sequestrato. Il commento di Alberto Grimelli di Teatro Naturale

Storica prima condanna per frode in commercio e associazione a delinquere per il falso extravergine

Francesco Fusi, ex titolare dell’olearia Valpesana, è stato condannato in primo grado per frode in commercio e associazione a delinquere a causa di un lotto di  9 mila tonnellate di falso olio extravergine di oliva. Si tratta della prima condanna di questo genere nel settore oleario, che tuttavia rischia di essere prescritta già durante il procedimento di appello. Riportiamo il commento di Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale che riassume le sfaccettature di una vicenda molto importante per il settore oleario, vista la dimensione della frode (9 milioni di litri) e il numero di aziende destinatarie dell’olio che poi veniva confezionato con i nomi di brand famosi.

Si chiude il processo di primo grado del caso Arbequino, venuto a galla nel 2012. Al termine dell’inchiesta la procura di Siena dispose gli arresti per quattro persone e il sequestro di 4.323,934 tonnellate erano ottenute dalla illecita miscelazione con materie prima di categoria inferiore (quali oli di oliva lampanti e vergine) e di 3.850,12 tonnellate di olio extravergine di oliva, dichiarato al 100% italiano, erano state invece ottenute dalla miscelazione indistinta di prodotti di origine spagnola e greca.

Il 21 febbraio è stato letto il dispositivo della sentenza che condanna Francesco Fusi, ex titolare della Valpesana, a 4 anni per frode in commercio e associazione a delinquere in qualità di promotore. Condanne anche per Paolo Vannoni e Lucia Sbaragli, a 1 anno e 8 mesi. Inflitti 1 anno e 10 mesi a Stefano De Gregorio. Alessi Innocenti e Alessandro Volpini sono stati condannati rispettivamente a nove cinque mesi. Assolto invece Sergio Carbone dall’accusa di rilevazione di segreto d’ufficio. Condannata anche l’azienda Valpesana a 100 mila euro di sanzione amministrativa, mentre sono stati confiscati 300 mila euro, frutto del profitto illecito.

Esprime soddisfazione il Consorzio nazionale olivicoltori, che vede tutelate le aziende oneste

Il Consorzio Nazionale Olivicoltori, unica associazione della filiera olivicola olearia che si era costituita parte civile nel processo, dovrà essere risarcito dai sei imputati condannati in primo grado. “Desidero ringraziare la magistratura e le forze dell’ordine per l’importante e difficile lavoro a tutela delle tantissime aziende sparse sul territorio italiano che operano nella legalità, nel rispetto dei parametri fissati dalle normative europee e, soprattutto, della qualità dell’oro della nostra terra – ha sottolineato il Presidente del Consorzio Nazionale Olivicoltori Gennaro Sicolo – Continueremo a vigilare e a denunciare, su tutto il territorio nazionale, chi specula sul nostro olio extravergine d’oliva a scapito della qualità e del lavoro dei nostri agricoltori. La battaglia del Cno proseguirà senza frontiere contro chi porta avanti pratiche illegali che attentano alla nostra economia e alla salute dei consumatori”.

Si tratta di una sentenza di primo grado, a cui seguirà l’appello, ma dal forte valore simbolico poiché è la prima volta che viene riconosciuta dai giudici l’associazione a delinquere in campo oleario. Per la prima volta viene riconosciuto che un gruppo di persone, ancorché facenti parte di un’unica impresa, possono costituire un’associazione a delinquere, ovvero associarsi per commettere il reato di frode in commercio, così conseguendo illeciti profitti. Si tratta di un successo importante per la procura e il pubblico ministero Aldo Natalini, se si considera che l’attuale impianto del codice penale rende difficile l’attività probatoria di tale reato, tanto che molti magistrati hanno richiesto modifiche, integrate nel progetto di legge di riforma sui reati agroalimentari.

Il procedimento rischia la prescrizione già durante il processo di appello

La sentenza appena pronunciata, le motivazioni saranno depositate tra 90 giorni, è di primo grado ed è probabile che l’intero procedimento si prescriverà già in appello, rendendo di fatto nulle tutte le condanne appena emesse. Naturalmente sarà possibile, per i condannati in primo grado, tra cui Francesco Fusi, rinunciare alla prescrizione e dimostrare la propria innocenza fino all’ultimo grado di giudizio. Un passo auspicabile, anche se improbabile, per evitare che un processo così importante e per certi versi storico si chiuda con un “nulla di fatto”. Sebbene tecnicamente e giuridicamente scorretto, tale storica sentenza di primo grado può infatti essere valutata, giudicata e utilizzata da alcuni come una sorte di “marchio d’infamia”. La rinuncia alla prescrizione permetterebbe ai condannati di poter dimostrare la propria innocenza e zittire tali voci fino a sentenza definitiva. Tante ottime ragioni perché si possa arrivare in Cassazione e chiudere così definitivamente e senza ombre una vicenda giudiziaria che sicuramente farà scuola.

Alberto Grimelli

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