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Alla ricerca del tonno in scatola sostenibile: i metodi di pesca alternativi. Complicato orientarsi nella giungla delle certificazioni

La classifica del tonno sostenibile redatta nel 2015 da Greenpeace

Il tonno in scatola è uno degli alimenti preferiti dagli italiani: contiene proteine e pochi grassi (se si sgocciola bene l’olio), è economico e sempre pronto, si può fare la scorta e piace a tutti. Nel 2015 ne abbiamo mangiato 2,4 chili a testa. Le comode scatolette hanno però un impatto notevole sugli ecosistemi marini, perché gran parte delle navi usano sistemi distruttivi come i palamiti e i FAD (fish aggregation devices). Si tratta di strutture galleggianti che grazie a sagome posizionate sott’acqua attirano tonni e altri animali marini poi catturati con reti a circuizione. Purtroppo con questi sistemi si pescano anche tonni immaturi (e questo impoverisce l’ecosistema), tartarughe, squali, mante e altri pesci poco commerciabili che di solito sono ributtati in mare ormai morti.

Anche in Italia la sensibilità verso l’impatto ambientale della pesca è sempre più diffusa, e per questo  aumenta il numero di persone preoccupate e disposte a cambiare abitudini in nome della sostenibilità.

Trovare pesce “sostenibile” è però complicato: da un lato è difficile conoscere la vera storia del pesce che acquistiamo – soprattutto se è trasformato – dall’altro, di solito, i prodotti più sostenibili costano di più e quando dobbiamo aprire il portafoglio è giusto avere la garanzia che ne valga la pena.

La campagna di Greenpeace “Tonno in trappola” valuta i marchi di tonno in scatola a seconda della sostenibilità e della trasparenza

A garantire la sostenibilità ci pensano associazioni ambientaliste, con marchi, classifiche e auto dichiarazioni, che però creano una certa confusione tra i consumatori e non sempre brillano per trasparenza. Greenpeace, con la campagna Tonno in trappola, si batte da anni per fare chiarezza sull’industria del tonno e aggiorna periodicamente la classifica dei marchi più venduti in Italia, stilata in base a criteri di sostenibilità. L’associazione ambientalista valuta le informazioni in etichetta, la trasparenza della filiera e l’impegno a scegliere fornitori impegnati a utilizzare metodi di pesca poco invasivi.

Nell’edizione del 2015 (la più recente) si trova in prima posizione ASdoMAR, seguita da Esselunga e Conad, mentre Mareblu è sceso in zona rossa, fra gli ultimi, per non aver tenuto fede agli impegni presi negli anni precedenti. Nel 2012 l’azienda aveva promesso che entro il 2016 si sarebbe rifornita solo con metodi di pesca sostenibili, a canna o con reti a circuizione, ma senza FAD. Risultati che sono ben lontani, tanto che lo scorso dicembre Thai Union, colosso mondiale del tonno in scatola e proprietario di Mareblu, ha dichiarato che “punta a raggiungere entro la fine del 2020 almeno il 75% di tonno proveniente da aziende ittiche certificate da MSC o impegnate in progetti di miglioramento della pesca”. Per fare questo “un piano di investimenti da 90 milioni di dollari, che prevede anche il lancio di 11 nuovi progetti di miglioramento della pesca, incrementerà l’approvvigionamento di tonno sostenibile”.

 

I consumatori hanno un grande potere e forse è merito delle petizioni e della pressione mediatica (o forse della diminuzione delle vendite?) se da un po’ di tempo l’azienda ha incrementato le azioni volte ad aumentare la sostenibilità e a migliorare la propria immagine. In particolare, è stato attivato un sistema online che garantisce la tracciabilità: digitando il codice della scatoletta si risale a specie e area di pesca. L’azienda fra l’altro dichiara: “abbiamo limitato a 250 il numero di FAD utilizzabile ogni anno da ciascuna imbarcazione della nostra flotta nell’oceano Atlantico, e adottato un approccio responsabile nell’utilizzo di questi dispositivi.”

tonno pomodori

Il percorso verso una maggiore sostenibilità è guidato dalla collaborazione con Legambiente, per quanto riguarda tecniche di pesca, impatto ambientale del packaging e tracciabilità. Mareblu, d’altra parte sostiene i progetti di Legambiente come il centro di recupero delle tartarughe marine dell’Oasi di Lago Salso (FG) e l’indagine “Marine litter” per monitorare la presenza di rifiuti galleggianti nei mari italiani. “Siamo soddisfatti del dialogo che si è aperto – dice Giorgia Monti, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace – però serve un passo in più. Thai Union è veramente un colosso e ha la possibilità di cambiare le cose. Hanno ridotto il numero di FAD sulle imbarcazioni della flotta, ma potrebbero chiedere la stessa cosa a tutti i loro fornitori. Il fine ultimo – continua Monti – non deve essere la certificazione ma un vero cambiamento nelle politiche di approvvigionamento, per ridurre l’impatto della pesca al tonno ”.

Una delle certificazioni più note è la MSC (Marine Stewardship Council) che viene concessa ai prodotti e alle aziende che agiscono rispettando tre criteri. La pesca deve essere modulata per permettere che lo stock ittico possa riprodursi e garantire nel tempo un costante livello di catture. Bisogna minimizzare l’impatto su piante e animali marini e le aziende devono occorre operare in modo responsabile e nel rispetto delle leggi vigenti. Lo scorso novembre, però, il Times ha reso pubblico un documento interno del WWF in cui l’associazione ambientalista, fra i fondatori e sostenitori dell’MSC, solleva alcuni dubbi sulla struttura, che non applicherebbe sempre con rigore i criteri dello statuto.

La certificazione MSC è stata accusata di mancanza di rigore nell’applicazione dei suoi criteri

“Il WWF per l’MSC è un “critical friend – commenta Marco Costantini, responsabile del settore Mare WWF – spinge e sostiene questa certificazione, ma allo stesso tempo la controlla, per verificare che faccia bene il proprio lavoro. Non è cambiato niente: il WWF tuttora ritiene che l’MSC sia il più valido schema di certificazione.” Un altro marchio di sostenibilità molto diffuso è Friend of the sea. Per avere la certificazione, le aziende devono operare secondo precisi criteri: utilizzare stock di pesce che non sono sovra sfruttati; eliminare l’impatto sui fondali marini; scegliere metodi di pesca selettiva per non catturare specie minacciate e avere al massimo l’8% di scarti; rispettare le norme; migliorare il bilancio energetico e ottimizzare l’efficienza del carburante; avere una gestione sostenibile dei rifiuti e  un profilo di responsabilità sociale. Anche nel sistema di  Friend of the sea sono state però segnalate criticità.

Il marchio Dolphin safe, creato negli USA per certificare il tonno pescato con tecniche che non mettevano a rischio i delfini, ormai si può applicare a quasi tutto il tonno in scatola venduto in Italia, perché le tecniche di pesca in uso non minacciano i delfini. Oggi però non si tratta più solamente di risparmiare i delfini, ma di rispettare l’equilibrio dell’ecosistema marino.

Si fanno strada nel mercato le confezioni di tonno pescato a canna più sostenibile

“La certificazione aiuta i consumatori a riconoscere i prodotti che vanno nella giusta direzione – dice Monti – però i criteri non sempre vengono applicati in modo rigoroso e nessuna dà un’assoluta garanzia di sostenibilità della pesca. Bisogna andare oltre e devono essere le aziende in primis a impegnarsi in modo concreto e a comunicare in modo chiaro i criteri adottati in tema di sostenibilità”. Una pratica sostenibile e ben vista dalle associazioni ambientaliste è la pesca con la canna: il rapporto uno-a-uno non consente di catturare le enormi quantità raccolte dai grandi pescherecci ed evita le catture accessorie.  Viene effettuata in luoghi come le Maldive o le isole Salomone, e rappresenta un’importante fonte di reddito per le famiglie di pescatori locali. Da alcuni anni sono aumentati i marchi che propongono tonno pescato a canna, di solito tonnetto striato (Katsuwonus pelamis), specie meno pregiata, o meglio poco adatta per il consumo a crudo, che non rientra tra le specie a rischio.

Il primo a proporlo è stato ASdoMAR, azienda molto attenta alla sostenibilità, per la quale il pescato a canna rappresenta circa il 30% della produzione. Tutte le etichette del tonno ASdoMAR riportano l’indicazione della specie (in questo caso tonnetto striato), luogo e metodo di cattura e luogo di lavorazione (in gran parte Olbia) oltre al marchio di certificazione Friend of the sea. Le confezioni del pesce pescato con la canna le abbiamo viste in un punto vendita Coop a 27  €/kg, contro i 17 dei filetti pescati con altri metodi

ASdoMAR è stato tra i primi a introdurre il tonno pescato a canna

Il tonno pescato a canna a marchio Rio Mare è confezionato nelle classiche scatolette, l’etichetta riporta l’indicazione della specie e il bollino “Qualità responsabile”; sul sito si trovano informazioni su approvvigionamento e impegno per l’ambiente. In un paio d’anni la quota di pescato a canna è passata dall’1% al 15%. Visto a 15 €/kg, contro i 13-14 € della linea più economica. L’etichetta del tonno Mareblu è molto completa (specie, luogo e metodo di cattura e luogo di lavorazione) e sul sito è possibile “tracciare” la scatoletta acquistata. Il pescato a canna è meno facile da trovare nei supermercati rispetto ad altre marche. Il prezzo, intorno ai 12-15 €, varia da un punto vendita all’altro e non è molto diverso da quello della linea più economica.

Il tonno pescato a canna Maruzzella è il tipo pinna gialla, l’etichetta non riporta il luogo di cattura né quello di lavorazione e sul sito si trova solo un breve cenno al prodotto. Visto a 12 €/kg, in linea con la linea più economica. Il tonno pescato a canna Coop è proposto nella linea Fior fiore, come prodotto premium: trancio intero in lattina. L’etichetta riporta la specie  (pinna gialla) e il luogo di produzione, mentre altre informazioni sono disponibili sul sito, come pure i principi del marchio “Pesca sostenibile”. Costa circa 20 €/kg, contro i 10 € della linea più economica. Quella delle scatolette di tonno è una giungla. Le certificazioni sono troppe e il quadro è complesso; truffe e false dichiarazioni sono sempre possibili anche se, quando ci sono gli enti terzi che rilasciano un bollino le garanzie  sulla sostenibilità aumentano. Per fare scelte oculate è necessario informarsi, leggere le etichette e consultare i siti internet delle aziende, ponendo anche domande ai produttori.

Valeria Balboni

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4 Commenti

  1. E’ così difficile affermare che la soluzione migliore sarebbe smettere di consumarlo?
    Assieme a tutti gli altri animali e ai loro derivati?

    Dite basta a queste fonti di colesterolo, grassi saturi, metalli pesanti e altre schifezze… voletevi bene e pensate a quel tonno presso alla canna, un animale maestoso che vede la sua vita accorciarsi solo perché vogliamo farci un piatto di pasta economico. Pensate a cosa vuol dire trovarsi con un amo che vi buca la guancia, vi trascina via per poi farvi arrivare su una barca su cui vi faranno a pezzi, da vivo.

    Diventate vegan e nessuno si farà male.

    • Roberta, concordo pienamente con lei.
      E consiglierei a tutti di leggere il bellissimo libro ” I signori del cibo” di Stefano Liberti Edizioni minimum fax, per almeno rendersi conto a chi giova mangiare tonno,considerazione che vale per tanti altri alimenti ritenuti necessari per l’essere umano solo dal potere economico e da chi lo sostiene.
      Ma evidentemente all’essere umano piace essere ingannato e obbligato ad accontentare chi detiene il potere!Ed inoltre non vuole rinunciare ai propri piaceri , indifferente al dolore che questa soddisfazione può provocare.
      Eliminare i cibi animali fa bene all’animale non umano, al pianeta, all’animale umano, alle popolazioni che soffrono la fame , ma è proibito parlare apertamente in tal senso da parte di chi dovrebbe prendere decisioni che riguardano il presente e il futuro di tutti .

  2. “Tonno sostenibile” è un ossimoro.
    Vi rendete conto che fra pochissimo di tonni non ce ne saranno più nel mare?
    E poi, se proprio dovete mangiare pesce, scegliete pesce piccolo, che ha meno metalli pesanti (mercurio soprattutto) data la sua più giovane età.

  3. Premetto che ho lavorato per molti anni nel mondo della pesca, nella ricerca sulla selettività degli attrezzi da pesca ed ho partecipato ad una campagna al tonno rosso nel canale di Sicilia. Per questo motivo è importante dare al consumatore le informazioni corrette. Il palamito è un lungo attrezzo provvisto di tante lenze attaccate e distanziate che è selettivo quanto la rete a circuizione se non di più. E’ la dimensione dell’amo che determina la grandezza del pesce. Quindi il problema non sta nella rete a circuizione o nel palamito, ma nel rispetto delle indicazioni tecniche del Reg. UE 1967/2006 e sull’uso di questi attrezzi che non devo essere associati ai FAD o altri sistemi che aggregano e/o attirano i tonni. Inoltre sulle quantità di tonni in mare, essendo grandi nuotatori che compiono grandi spostamenti, vi sono molti studi che attestano in realtà che vi è una controtendenza positiva negli ultimi anni sulla loro presenza in Mediterraneo. E’ la Commissione internazionale ICCAT che monitora lo stato di salute del tonno. Non discuto sul markentig delle aziende, ma se fanno comunicazione che le informazioni siano solide!!