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La bufala degli italiani che sprecano quasi il 30% della spesa è un`invenzione dei giornali. Il valore reale è l`8%

La bufala degli italiani che ogni settimana buttano via quasi il 30% della spesa alimentare, gira da quasi due anni in rete. L’origine della favola non è da ricercare nel solito gruppo di allarmisti che dilagano su internet, ma tra i giornalisti di quotidiani come il Corriere della sera  o La Repubblica che hanno rilanciato più volte questa bizzarra tesi, senza verificare con attenzione la fonte.

 

Eppure basta riflettere sul dato qualche minuto per rendersi conto che le cifre non tornano. Purtroppo la notizia degli sprechi domestici esagerati è sempre affiancata da un’intervista al professor Andrea Segrè dell’Università di Bologna e fondatore di Last minute market, che però non esprime giudizi sul dato numerico. L’esito è che alla fine risulta inevitabile associare Segrè al dato sullo spreco indicato nell’articolo e nasce la bufala del 30%. Anche l’accreditato e autorevole Barilla Food and Nutrition Center (BFNC) nel voluminoso rapporto sull’argomento “Lo spreco alimentare: cause, impatti e proposte” di qualche mese scivola su questa buccia di banana. Nel testo compaiono i dati di diverse ricerche europee, si citano fonti autorevoli, si ospitano interventi di alcuni esperti ma poi a pagina 36 si avvalla la tesi dello spreco domestico esagerato (foto sotto).

 

L’origine di tutto è una ricerca firmata dall’Adoc, realizzata intervistando telefonicamente o via mail i suoi iscritti e rilanciata da La Repubblica il 25 ottobre del 2010, dove per la prima volta si sostiene che il 30% della spesa finisce nella pattumiera. Questa indagine è priva di validità scientifica, non distingue i nuclei familiari per area geografica e non rappresenta un campione valido di intervistati. Basta comunque leggere le sei (!) domande del questionario (vedi allegato) per rendersi conto di quanto sia poco attendibile il risultato.

 

Ma la realtà è un po’ diversa, come emerge dal dossier “Consumi e distribuzione”, presentato pochi giorni fa dalla Coop che sull’argomento sprechi domestici cita un’indagine condotta dalla Fondazione Sussidiarietà insieme a Marco Melacini, Paola Garrone e Alessandro Perego del Politecnico di Milano nella primavera del 2012 con in contributo del Gruppo Nestlé. Lo studio stima uno spreco domestico intorno all’8% della spesa alimentare settimanale, per un valore di quasi 7 miliardi di euro l’anno.

 

 

Certo in questo modo la notizia dello spreco si ammoscia un po’ e i titoli sui giornali risultano meno avvincenti, ma il dato della ricerca è attendibile perchè ottenuto dopo avere intervistato 10 esperti, analizzato 124 studi sul problema e consultato un panel di 6.000 nuclei familiari monitorati dalla Nielsen. Il valore dell’8% è uno dei tanti dati pubblicati in uno studio che esamina seriamente il problema nei diversi stadi della filiera (produzione agricola, trasformazione industriale e distribuzione), evidenziando come picco di avanzi quello della ristorazione collettiva (10%).

 

Le cause che generano eccedenza sono molteplici, nelle aziende, per esempio, sono principalmente il raggiungimento della data di scadenza del prodotto, la presenza di difetti estetici, problemi di packaging, resi per invenduto… Lo studio però va oltre e valuta la possibilità di recuperare in parte questo spreco ai vari livelli per trasformarlo in risorsa anziché rifiuto.

 

Purtroppo questi dati faticano ad imporsi (un articolo del settimanale l’Espresso pubblicato il 7 settembre ribadisce come “a casa un terzo di ciò che acquistiamo passa dal frigorifero alla spazzatura”, affiancando il testo alla solita intervista ad Andrea Segrè). Non è la prima volta che Ilfattoalimentare tratta questo argomento. Nell’ottobre 2010 Luca Falasconi della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna e autore del progetto Last minute market in un’intervista al nostro sito dichiarava «Nessuno ha fatto un’analisi statistica validata calcolando a livello familiare l’entità dello spreco e del cibo che in pattumiera. Esiste un’inchiesta inglese dove si stima che il 33% del cibo viene buttato, ma in Italia non ci sono stime di questo tipo. Il valore riferito dall’Adoc non ha riscontri statistici validi e non può essere proposto come la verità. Ipotizzare in Italia valori simili a quelli inglesi non è serio».

 

Uno spreco dell’8% si può considerare fisiologico dicono gli esperti, ma il consumatore può svolgere un ruolo importante per ridurlo, ma già adesso molte famiglie ogni giorno reinventano i menu per recuperare avanzi ed eccedenze. Un primo impegno consiste nel lasciarsi influenzare meno dalle promozioni e nello scegliere in modo più accurato i formati. È anche valutare con attenzione la data impressa sui prodotti, spesso considerata erroneamente una scadenza improcrastinabile.

 

Roberto La Pira

 

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2 Commenti

  1. Il problema principale… Di fondo… Ã

  2. Mi sono sempre lamentato per le confezioni molto grandi di alimenti deperibili nei supermercati.
    La maggior parte delle famiglie sono di una o due persone.
    Non vedo perché si devono trovare solo confezioni di carne ingestibili se non con la congelazione domestica che ne peggiora notevolmente le qualità organolettiche e nutritive.