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Scandalo della carne brasiliana: incriminate 63 persone tra personale degli impianti e ispettori sanitari per corruzione, falso e adulterazione di alimenti

Dopo lo scandalo della carne brasiliana sono state incriminate 63 persone

A un mese dall’inizio dello scandalo della carne brasiliana, la polizia federale del paese sudamericano ha incriminato 63 persone in seguito all’indagine sulla carne adulterata che ha coinvolto 21 impianti di lavorazione e oltre cento tra operatori alimentari e ispettori sanitari. L’operazione “carne fraca” (carne debole), nata da un’indagine su un giro di tangenti miliardarie, aveva portato alla luce un sistema di corruzione nato per nascondere carni avariate e mascherate con l’uso di additivi, oltre a irregolarità di etichettatura e imballaggio.

Come riportato dai media locali, le persone incriminate, che comprendono ispettori agricoli e personale degli impianti, si trovavano già agli arresti e saranno processate per corruzione, falsificazione di documenti e adulterazione di prodotti alimentari.

Le persone incriminate saranno processate per corruzione, falso e adulterazione di alimenti

Tra le aziende travolte dallo scandalo figurano colossi del settore del calibro di BRF e JBS, proprietaria dell’azienda italiana Rigamonti, leader nella produzione della Bresaola della Valtellina Igp. In particolare, secondo quanto riportato dal sito web specializzato Meatingplace, tra i personaggi incriminati si trovano un dipendente della controllata di JBS, Seara Alimentos, oltre a un direttore e un manager di BRF.

In seguito allo scandalo alcuni paesi, tra cui la Cina, hanno bloccato tutte le importazioni di carne brasiliana, divieto in seguito limitato ai prodotti provenienti dai 21 stabilimenti al centro dell’inchiesta. Un divieto che in atto anche nei paesi dell’Unione Europea, che, tramite il Commissario per la Salute e la Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, ha chiesto al governo di Brasilia maggiori garanzie sui controlli sanitari effettuati nel paese sudamericano.

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  Giulia Crepaldi

Giulia Crepaldi

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Un commento

  1. Se si limitasse o vietasse, come di dovere e prudenza, l’uso di additivi autorizzati per rimediare, conservare, ristrutturare, “arrossire” ricolorando carni marce e/o mal conservate, forse la filiera alimentare potrebbe causare qualche problema in meno.
    Dovrebbe bastare la catena del freddo e la congelazione, a conservare al meglio prodotti deperibili e potenzialmente pericolosi come le carni ed il pesce.
    Analizzando carni fresche non stagionate e trovando residui di additivi per la conservazione e la colorazione, dovrebbe essere già un buon motivo per dubitare del prodotto ed isolarlo dalla filiera di trasformazione, senza permettere che diventi un salume conservato che maschera le operazioni precedenti.
    Ma questo fa parte della correttezza produttiva, virtù più rara e preziosa della santità.