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Richiamati nove lotti di carne suina confezionata a marchio Ambrosini ma fornita da Sassi Spa per la presenza di antibiotici e sulfamidici

Il Ministero della salute ha diffuso, attraverso il portale dedicato, l’avviso di richiamo di alcuni lotti di carne di maiale confezionata a marchio Ambrosini Carni e prodotta dalla ditta Sassi Spa. Il richiamo si è reso necessario perché nella carne, proveniente già sezionata dal fornitore Sassi, erano presenti residui di antibiotici sulfamidici, farmaci normalmente utilizzati per la cura di alcune infezioni nell’uomo.

Il provvedimento ha coinvolto nove lotti di tagli anatomici di suino confezionati da 0,304 kg a 583,928 kg. I lotti richiamati sono i numeri 4717005246, 4717000010, 4717005249, 1705240004, 1714400005,1714500002, 8717006461, 1714600005, 0617011370 con date di scadenza dallo 01/06/2017 e 24/06/2017.

Nonostante la data di scadenza delle confezioni richiamate sia passata da oltre un mese, è possibile che qualche consumatore sia ancora in possesso del prodotto congelato, che si consiglia di non consumare.

Ambrosini Carni ha contattato Il Fatto Alimentare in merito al richiamo e precisa che “la merce oggetto dell’allerta è stata da noi acquistata dalla ditta Sassi Spa con sede in Colorno (PR), già sezionata in tagli anatomici. Pertanto Ambrosini non ha commesso nessuna infrazione, avendo ricevuto la carne contaminata dal fornitore, ed avendo provveduto semplicemente al porzionamento e confezionamento della stessa. Nello specifico la ditta Sassi Spa nella serata del 21/07/17 ci ha inviato una mail, in cui comunicava la positività della merce a noi consegnata in data 23/05/2017 (60 giorni dopo), dove pur essendo oltrepassato il limite di conservabilità, chiedeva il ritiro del prodotto, come prevede la norma. – prosegue Ambrosini –  Stiamo cercando di capire il motivo per cui sul sito del Ministero della Salute sia comparso il mod. “Allegato 2 “, della Ambrosini Carni  e non ci sia nessuna indicazione riguardante la ditta Sassi, dalla quale si è generata l’Allerta Alimentare n. 184/17.

Questo è il richiamo numero 47 segnalato da Il Fatto Alimentare nel 2017.

Per capire come funziona il servizio di allerta alimentare e come viene effettuato il ritiro dei prodotti dai punti vendita leggi il libro “Scaffali in allerta” edito da Il Fatto Alimentare. È l’unico testo  pubblicato in Italia che  rivela i segreti e le criticità di un sistema che funziona poco e male. Ogni anno in Italia vengono ritirati dagli scaffali dei punti vendita almeno 1.000 prodotti alimentari. Nel 10-20% dei casi si tratta di prodotti che possono nuocere alla salute dei consumatori, e per questo scatta l’allerta. La questione riguarda grandi aziende come Barilla, Mars…, catene di supermercati che commercializzano migliaia di prodotti con i loro marchi (Esselunga, Coop, Carrefour, Auchan, Conad, Lidl, Eurospin…), e anche piccole e medie imprese. Il libro di 169 pagine racconta 15 casi di richiami che hanno fatto scalpore. Fai una donazione e ricevi il libro in omaggio.

I lettori che hanno fatto una donazione riceveranno in omaggio il libro “Scaffali in allerta”, scrivendo in redazione all’indirizzo ilfattoalimentare@ilfattoalimentare.it

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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Un commento

  1. Che fine hanno fatto i controlli al macello ?
    Un problema del genere si evidenzia in pochi gionii,i 25 giorni di intervallo di scadenza, la numerosità dei lotti e il richiamo oltre la data di scadenza mi fa pensare che questi controlli di liberalizzazione dei lotti non ci siano.

    Poi la locuzione “presenza di antibiotici sulfamidici” non fa capire se c’è un superamento dei limiti massimi residui o se i quantitativi di principi attivi sono cosnsistenti; un conto è se supero lo 0.0001g per kg [ 100µg ) ed un conto è se ne trovo 1 mg o più.
    Non è come la Salmonella che non deve esserci quindi solo presenza/ assenza, qui i quantitativi contano per capire se è errore o dolo.

    Detto così si lancia un messaggio poco chiaro mettendo in allarme il consumatore che ignora l’ordine di misura dei livelli LMR facendogli pensare che il sistema di allevamaneto sia una pirateria e che i controlli non funzionano.
    Sarebbe bene dare “una dimensione” al problema, anche per istruire il consumatore.

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