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Piano del ministero della Salute per contrastare la resistenza agli antibiotici. Obiettivo di riduzione del 30% di questi farmaci negli allevamenti entro il 2020

Per contrastare l’antibiotico resistenza, cioè lo sviluppo di super batteri in grado di resistere anche ai più potenti antibiotici, il ministero della Salute ha presentato un Piano nazionale, che si ispira a un approccio unitario per combattere il cattivo uso di questi farmaci nell’uomo come negli animali. Il piano prevede anche di monitorarne la presenza anche negli alimenti e nell’ambiente, integrando le azioni nei vari settori e organizzando in modo circolare le azioni tra ospedali, territorio e allevamenti. Gli ambiti d’intervento sono sei: sorveglianza, prevenzione e controllo delle infezioni, uso corretto degli antibiotici, formazione, comunicazione e informazione, ricerca e innovazione.

In ambito veterinario, il Piano si pone l’obiettivo di ridurre almeno del 30% l’uso di farmaci antimicrobici entro il 2020 rispetto al 2016 e, a questo fine, il ministero ha predisposto materiale informativo per l’uso prudente degli antibiotici, rivolto a istituzioni, medici veterinari, distributori, produttori di mangimi medicati e industrie farmaceutiche.

Il Piano nazionale contro la resistenza agli antibiotici prevede di combattere il cattivo uso di questi farmaci nell’uomo e negli animali

Ai veterinari viene raccomandato di prescrivere gli antimicrobici soltanto se necessario, basare la prescrizione il più possibile su test di sensibilità, informare il proprietario degli animali sul rischio derivante dalla resistenza agli antimicrobici, incoraggiare il rispetto dei principi dell’igiene, della salute e del benessere degli animali e l’adozione di buone pratiche di allevamento, quali ad esempio programmi di vaccinazione.

Ai produttori di mangimi vengono date cinque indicazioni: essere autorizzati per la fabbricazione di mangime medicato e seguire le prescrizioni di legge in materia; impiegare soltanto medicinali veterinari autorizzati per la produzione di questi prodotti e per specie e scopi permessi dalle indicazioni d’uso e dalla prescrizione veterinaria; fornire i mangimi medicati all’allevatore soltanto a seguito di una prescrizione veterinaria; assicurare un’appropriata etichettatura del mangime medicato (concentrazione del medicinale veterinario, specie di destinazione, avvertimenti e precauzioni) con l’identificazione del prodotto, indicazioni d’uso e tempi di attesa; tenere idonee registrazioni per permettere la tracciabilità del prodotto e condividere con l’autorità competente i dati delle vendite per la sorveglianza sull’uso degli antimicrobici.

L’obiettivo di riduzione dell’uso di antibiotici negli allevamenti indicato dal ministero viene giudicato insufficiente da venti associazioni, secondo le quali sarebbe necessario puntare al 70%. Le organizzazioni – tra cui Legambiente, Greenpeace, Wwf, Ciwf, Cgil, Cittadinanzattiva e FederBio – sottolineano come la vendita di antibiotici in ambito veterinario in Italia sia, in base agli ultimi dati ufficiali relativi al 2014, più del doppio della media europea, sottolineando la necessità di vietare in modo assoluto qualsiasi uso preventivo di antibiotici di importanza critica, che “dovrebbero essere utilizzati solo su singoli animali in cui sia stata testata l’inefficacia di altri antibiotici”.

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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Un commento

  1. Lavoro monumentale di analisi ed indirizzo per il settore, ma non ho visto il semplice proposito secondo me risolutivo, della rimozione dall’incarico per quei veterinari delle Aziende Sanitarie Locali che si dimostreranno inefficienti, inadeguati ed eventualmente conniventi con allevatori scorretti, che abusano di trattamenti farmacologici al solo scopo d’incremento di resa produttiva e non per ragioni medico-sanitarie di singoli capi ammalati.
    Ma questa iniziativa potrebbe essere presa direttamente con una semplice circolare diretta alle direzioni sanitarie locali. Almeno lo auspico, altrimenti sono buonissimi propositi ma poco efficaci, se mancano le sanzioni ai diretti responsabili istituzionali.

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