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Per gli apicoltori la normativa sul miele è troppo rigida a fronte della preoccupante moria delle api

Miele dorato, limpido, purissimo. Anche se in teoria il dolce prodotto delle api può essere “contaminato” da residui di medicinali (se le api sono state curate con antibiotici) e da tracce di organismi geneticamente modificati (se l’allevamento si trova vicino a campi dove crescono Ogm), in realtà le normative vigenti sono molto rigide per cercare di garantire al consumatore un prodotto realmente puro.

Forse troppo rigide. Così almeno la pensano gli apicoltori, secondo i quali il pericolo che tracce di antibiotici rimangano nel miele è infinitamente inferiore al danno creato dalla moria di api che si sta verificando negli ultimi anni a causa dell’uso massiccio di determinati pesticidi in agricoltura. E senza più api addio miele, d’accordo. Ma addio anche impollinazione, con conseguenze inimmaginabili sulla vegetazione del pianeta.

Secondo Massimo Ilari, direttore editorilale di Apitalia (periodico dedicato all’apicoltura, all’agricoltura e all’ambiente), le cause dell’assottigliamento del patrimonio apistico sono molteplici mentre sono pochi i farmaci a disposizione e questo soprattutto a causa delle limitazioni di legge: «Per la cosiddetta peste americana – racconta Ilari – la legge non consente l’uso degli antibiotici, mentre in altri Paesi ci sono limiti di tolleranza molto alti. Perché questo diverso procedere? Il mondo veterinario è assolutamente contrario all’uso di determinati farmaci. Non dico che noi apicoltori siamo favorevoli agli antibiotici, ma è necessario trovare un punto di incontro tra le diverse esigenze, per risolvere il rebus della cura delle api senza inquinamento del prodotto».

Gli apicoltori si chiedono inoltre come mai per altri prodotti alimentari sia accettato l’impiego di medicinali, quindi con possibili “tracce” nel prodotto finale, e per il miele no: «Spesso si fa riferimento alla Legge Quadro che ha regolamentato il settore (la 313/2004), parlandone come dello strumento che ha risolto le emergenze dell’apicoltura di casa nostra – prosegue Ilari -. Ma le cose non stanno proprio così. Sì, è vero, le api sono diventate un allevamento, come le mucche e i polli, ma gli apicoltori non hanno a disposizione nessuno scenario legislativo adatto a garantire una produzione sicura. Tutto l’opposto di quanto avviene per latte, formaggi, carne, uova».

E adesso spunta anche la questione Ogm. Hanno suscitato infatti grande preoccupazione negli apicoltori europei le conclusioni presentate alla Corte di Giustizia dall’avvocato generale Yves Bot, secondo il quale la contaminazione anche se accidentale da OGM di polline e miele non esclude questi prodotti dalla rigorosa disciplina europea: obbligo di autorizzazione UE all’immissione in commercio previa valutazione dei rischi da parte dell’Efsa, monitoraggio dei rischi, etichettatura specifica.

Questo il caso che ha originato la discussione: nel 2005 sono risultati contaminati il miele e polline che un apicoltore amatoriale tedesco, Herr Heinz Bablok, ha raccolto nei suoi alveari siti a 500 metri di distanza dai terreni che il Land della Baviera (Freistaat Bayern) aveva adibito alla coltivazione, per finalità di ricerca, una variante GM di mais. Bablok ha quindi citato in giudizio il Land della Baviera, e la Corte amministrativa bavarese, non sapendo “che pesci (anzi: che api) prendere”, ha interpellato la Corte di Giustizia UE per un’interpretazione del reg. CE n. 1829/03 (relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati) per comprendere “se la presenza di polline di mais geneticamente modificato nei prodotti apistici costituisca un’ alterazione sostanziale di questi ultimi, cosicché la loro immissione in commercio dovrebbe essere soggetta ad autorizzazione”. Secondo quanto affermato dall’avvocato generale Yves Bot, il miele e il polline contaminati sono da qualificare come alimenti “prodotti a partire da OGM”, indipendentemente dal fatto che l’inserimento del materiale GM in questi alimenti sia stato intenzionale. Di conseguenza vale l’obbligo di autorizzazione preventiva alla sua immissione in commercio.

Per tutte queste incertezze sul problema della contaminazione del miele e per tutelare una professione in ascesa, che ha bisogno di nuove professionalità e nuovi strumenti, l’Anai (Associazione nazionale apicoltori italiani) ha organizzato un incontro a Piacenza sabato 5 marzo alle 15: «Con il Convegno di quest’anno – spiega Massimo Ilari -, che fa seguito a quello svolto in Senato lo scorso 25 febbraio, chiediamo un nuovo approccio al problema residui, una revisione del Regolamento di polizia veterinaria e di permettere agli apicoltori italiani di curare le api con farmaci regolarmente autorizzati e registrati. Infine, chiediamo agli apicoltori di essere sempre più protagonisti portando sul palco esigenze e suggerimenti».

Gli apicoltori italiani ammontano circa 55mila, per un milione e 200mila alveari. Ma gli apicoltori professionisti, cioè quelli che allevano api come mestiere principale, sono meno di 8 mila. Come a dire: le possibilità di espansione del settore sono notevoli: «Circa la metà del miele che consumiamo è importato – spiega Ilari -. In un momento di crisi in cui la disoccupazione è arrivata al 29%, ci sembra opportuno avviare i giovani al mondo dell’apicoltura. Alcune realtà interessanti sono già a lavoro: è in itinere una scuola biennale di apicoltura e la creazione di laboratori di smielatura È giunto il momento di riappropriarci del nostro destino».

 

Stefania Cecchetti, Dario Dongo

foto: Photos.com

 

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