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Pasta Barilla: il grano proviene da Italia, Francia, Stati Uniti e Australia. L’origine è sulle nuove etichette. Ma le informazioni precise sono sul sito e negli spot

Le confezioni della pasta Barilla con nuova etichetta sono apparse in alcuni supermercati ma pochissimi consumatori se ne sono accorti, anche perché le altre marche possono aspettare fino al 16 febbraio per adeguarsi e inserire le nuove informazioni. La novità è una dicitura posizionata dopo l’elenco degli ingredienti (vedi foto in alto), che occupa meno di due righe, e recita così: “Paese di coltivazione del grano: Italia e altri Paesi Ue e non UE”.

Questa frase ha creato una grossa polemica tra i pastifici e il Governo che, con il sostegno di Coldiretti, ha voluto a tutti i costi obbligare le aziende a indicare l’origine della materia prima in etichetta, per aiutare i consumatori a distinguere il vero “made in Italy” e a sapere da dove arriva il grano. In verità si tratta di un’informazione che interessa poco la maggioranza delle persone, e che non soddisfa la curiosità degli osservatori più attenti, desiderosi di conoscere con precisione i paesi di origine del grano. Le persone che vogliono comprare pasta italiana lo fanno già tutti i giorni senza problemi, visto che in commercio esistono oltre 50 marchi che scrivono a caratteri cubitali sull’etichetta “100% grano italiano”. Quando sulla confezione non c’è la scritta, vuol dire che il grano nazionale è miscelato con materia prima di pregio proveniente da: Canada, Francia, Australia, USA… Dalla metà di febbraio 2018 la nuova dicitura prevista dalla legge non dirà nulla di più “Paese e coltivazione del grano: Italia e altri Paesi Ue e non UE”.

Voiello (marchio di proprietà Barilla) da anni indica con caratteri cubitali l’origine italiana

Alcuni pastifici hanno deciso (forse tardi) di comunicare ai consumatori attraverso spot e messaggi promozionali che la migliore pasta italiana da sempre viene preparata anche con grano importato, respingendo così la campagna di Coldiretti che tende a colpevolizzare senza uno straccio di prova grano proveniente dall’estero. Le grandi aziende hanno sempre voluto nascondere ai consumatori questo aspetto, dimostrando una certa miopia e un comportamento a volte contraddittorio. Barilla che da anni evidenzia con caratteri cubitali sulla confezione l’origine italiana della pasta Voiello (di sua proprietà), ha sempre “dimenticato” di fare la stessa cosa per i famosi  “Spaghetti numero 5”, per paura di perdere quote di mercato.

Tutto ciò risulta abbastanza strano, visto che nel Rapporto annuale di sostenibilità l’azienda di Parma dichiara di importare il 20-25% del grano dall’estero. Barilla da qualche mese, probabilmente sollecitata dalla nuova legge, ha cambiato idea e non solo annuncia sul sito l’origine transnazionale della materia prima, ma lo dice anche negli spot e persino sulla pagina Facebook, dimostrando una versatilità impensabile sino a un anno fa. L’azienda di Parma non è però nuova a questi cambiamenti improvvisi e radicali come ha dimostrato nella vicenda dell’olio di palma quando, dopo numerose prese di posizione pubbliche pro grasso tropicale, lo ha poi sostituito rapidamente in 97 prodotti Mulino Bianco.

pasta Barilla
Per la pasta Barilla indica nel sito aziendale l’origine del grano duro usato (Francia, Stati Uniti e Australia)

I pastifici italiani, oltre che riportare in etichetta la frase sull’origine prevista dalla legge, dovrebbero spiegare ai consumatori che l’uso di semola 100% italiana non è necessariamente un indice di qualità superiore. La gente deve capire che quando si tratta di prodotti DOP come formaggi, olio, mozzarella, prosciutto dove esistono disciplinari da rispettare, il discorso della materia prima italiana ha una certa importanza. Ma per la pasta l’origine del grano non è sempre un elemento distintivo, e l’uso di grano importato può comunque contribuire a creare un ottimo prodotto.

Nessuno può sostenere che uno spaghetto 100% italiano sia migliore rispetto a uno spaghetto ottenuto miscelando grano italiano, canadese o francese. Pagare il 10% in più la pasta “Made in Italy” non vuol dire comprare sicuramente un prodotto di qualità superiore!  Anche Italmopa sottolinea questo aspetto quando dice che ” la qualità del frumento duro non può in alcun modo, salvo circoscritte eccezioni, essere automaticamente ricondotta al luogo di coltivazione”. La bontà dipende dalla percentuale di proteine, dalla tenacità del glutine, dal sistema di trafilatura e di essiccazione. I primi due fattori, però, sono spesso collegati all’impiego di grano di alta qualità importato dall’estero. Per questo motivo viene usato dai pastifici.

La beffa finale è che la nuova etichetta potrebbe essere superata dal Regolamento UE sull’origine degli alimenti, che dovrebbe arrivare la prossima estate. In tal caso se le diciture sono anche leggermente diverse i pastifici dovranno modificare il testo.

Leggi qui la lista degli oltre 50 marchi di pasta prodotta con “100% grano italiano”.

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  Roberto La Pira

Roberto La Pira
Giornalista, laurea in Scienze delle preparazioni alimentari

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16 Commenti

  1. Per tutte le considerazioni lette nell’articolo ed per le stesse affermazioni di Barilla, dobbiamo concludere che la pasta Voiello della stessa Barilla, ha una qualità inferiore della stessa gamma a marchio Barilla, perché fatta con 100% di grano duro italiano senza arricchimenti qualitativi di grano estero?
    “Nessuno può sostenere che uno spaghetto 100% italiano sia migliore rispetto a uno spaghetto ottenuto miscelando grano italiano, canadese o francese. Pagare il 10% in più la pasta “Made in Italy” non vuol dire comprare un prodotto di qualità superiore! La bontà dipende dalla percentuale di proteine, dalla tenacità del glutine, dal sistema di trafilatura e di essiccazione. I primi due fattori, però, sono spesso collegati all’impiego di grano di alta qualità importato dall’estero. Per questo motivo viene usato dai pastifici.”
    Strano, perché se interpellassimo molti consumatori abituali di pasta direbbero che la Voiello è sempre stata una delle migliori paste in commercio.
    Concordo pienamente sul fatto che la dicitura obbligatoria: “Paese di coltivazione del grano: Italia e altri Paesi Ue e non UE”, ci dice non più che nulla.
    Quindi di cosa si lamentano i pastifici ed i mugnai formulatori delle migliori miscele al mondo di farine di grano duro?
    Hanno la mano liberissima di fare tutto quello che vogliono, senza svelare praticamente nulla ai consumatori clienti, proteggendo le loro ricette ed i loro fornitori mondiali, che erano e resteranno un segreto aziendale del marchio.
    Salvo che se vorranno arricchire le loro referenze con pasta 100% di grano italiano (come fatto da molti marchi), per tutte le affermazioni sbandierate sulla minore qualità del grano duro italiano verso quello importato, ammetteranno indirettamente di produrre una pasta nazionale di minor qualità.
    Perché se una soluzione è migliore di un’altra, quest’altra è ovviamente peggiore della prima definita e sbandierata migliore.

    • Roberto La Pira

      Nell’articolo evidenziamo come non necessariamente una pasta itaiana sia migliore. Le migliori paste italiane sono quasi tutte ottenute con miscele di grani esteri

  2. Nell’articolo si parla di qualità della pasta e non si parla mai di salute dei consumatori.
    Come sarà il grano importato dal Canada o dall’Australia coltivato con cicli ripetuti all’infinito di diserbanti (glifosato) e trasportato per mesi nelle stive delle navi con abbondanti additivi chimici antimuffa per evitare che marcisca?
    E degli interessi dei nostri contadini? Non se ne parla. La Puglia era il granaio d’Italia …
    Già, ma dobbiamo far passare il messaggio che se il grano è UE o, anzi, non UE la pasta è anche meglio perché È PIÙ DURA!
    Ma ci rendiamo conto … ben venga una etichettatura dettagliatissima su tutti i prodotti alimentari.
    L’aria sta cambiando, gli italiani vogliono sapere cosa mangiano e vogliono scegliere cosa comprare. Lo dimostra l’esperienza della Barilla con l’olio di palma citata anche nell’articolo. Orami rimane solo nutella ad usare olio di palma ma è solo questione di tempo …
    Occorrono etichette dettagliate su tutti i prodotti alimentari e poi, anche più importanti, servono i controlli assidui da parte delle autorità preposte. E giornalisti più obbiettivi.

    • Roberto La Pira

      L’Italia ha sempre importato grano duro per fare la pasta, questo va detto ai consumatori anche scrivendolo su etichette il più possibile chiare , quelle approvate sono molto lacunose purtroppo.

    • fabrizio_caiofabricius

      Giornalisti più obbbiettivi o obbbligati per decreto di neo-Teodosio a desolato e acritico megafono di beceri luoghi comuni tanto cari ai fanatici seguaci del vescovo Cirillo?

      Per quel che possa servire provare ancora a insistere a esporre fatti e dati scientifici, in questo clima oscurantista da V secolo, e in memoria della sua più illustre vittima (Ipazia):

      – il gliphosate è un erbicida totale e per tale motivo non può essere usato su grano in vegetazione ( lo si fa solo sulla soia OGM). Le balle invereconde di 4-5 trattamenti divulgate dalle scandalose-scandalistiche trasmissioni TV nazional-populiste rilanciate e rincarate da un web orgogliosamente ignorante sarebbero comiche fantasie prive di qualsivoglia reale itinerario di tecnica agronomica e opportunità economica

      – l’uso come acceleratore di maturazione a fine ciclo non ha alcun senso logico, tecnico, economico negli ambienti caldo-aridi italiani, europei, nordafricani, turchi, kazachi, arizonici (Stati Uniti-Messico) e australiani.

      – l’uso “essiccativo” (non diserbante) che se ne faceva a volte su parte del raccolto canadese (quello a semina primaverile) può anche destare perplessità ma raggiungeva una coltura a fine ciclo non in pieno turgore vegetativo (come invece per la soia) e quindi obiettivamente e analiticamente con scarsi residui sulla granella. Sicuramente inferiori alle derive di migliaia di km trattati nella rete ferroviaria e stradale e comunque ormai proibiti dalla legislazione UE cui qualsiasi merce in entrata deve sottostare.

      – I cereali sono stati la chiave di volta del benessere dell’umanità e principale prodotto dell’attività agricola da millenni, oltre che per il loro strategico equilibrio fra le componenti nutrizionali, anche, e soprattutto in passato, per la loro facile CONSERVABILITA’ senza catena del freddo, del sale o di fantomatiche navi di Nosferatu (BBuBBUUU che paura!) cariche di pesticidi antimuffa che nessuna delle milioni di navi che hanno solcato il Mediterraneo Romano fino al simbolo della pasta Agnesi dello scorso secolo si sono mai sognate di spargere anche perché nemmeno sapevano cosa fosse.

      – il grano pugliese, meridionale in genere, è potenzialmente ottimo ma insufficiente a rifornire la fortissima domanda dell’industria trasformatrice che esporta poi in tutto il mondo la pasta italiana con i relativi seppur infastiditi benefici per tutto il Paese.

      – demolire con reiterato accanimento allarmista bufaloballistico la qualità e il prestigio dell’agroalimentare italiano è follia masochistica di cui forse siamo unici specialisti nel mondo.

      – Il prezzo del grano è vergognosamente basso perché risente della tragica globalizzazione mondiale in atto, politicamente difficilmente contrastabile, salvo anacronistiche chiusure medievali e relativo tonfo dell’economia. Una delle poche possibilità concrete, non demagogico-elettorali, di remunerare meglio i nostri agricoltori è quella di puntare a prodotti di qualità superiore che fortunatamente ci viene riconosciuta internazionalmente e che possiamo giocarci avendo già filiere, trasformatori e marchi di consolidato prestigio.

      -La virtuosa e più remunerativa filiera grano duro monovarietale AUREO (frutto della migliore ricerca italiana M O D E R N A) diffusa sempre più fra gli agricoltori più capaci e tenaci per pasta Voiello 100% grano italiano è esempio da adottare su più ampia scala nazionale.

      Altrimenti ben presto anche all’estero si chiederanno perché mai comprare il più caro made in Italy se proprio i medio-italici si accaniscono garruli a infangarlo?

  3. fabrizio_caiofabricius

    Innanzitutto GRAZIE, sono un operatore del settore e raramente riesco ormai a leggere note in difesa di quella che fino a poco tempo fa è stata il vero fiore all’occhiello del made in Italy nel mondo: LA PASTA.
    Oltre ad essere simpatico ed ironico sei estramamente efficace nello smontare le bufale e le paranoie che assillano ormai la maggior parte dell’opinione pubblica.
    Che il livello culturale nel nostro paese sia ormai decaduto, lo si evince in maniera lampante dalle bufale messe in atto dai ns politicanti in sede di campagna elettorale. I quali non avendo argomentazioni serie ed efficaci, la mettono anche loro sulle bufale alimentari (sul glyfosate cancerogeno, il vero made in Italy, l’agricoltura italiana) consapevoli (almeno questo) ti trovare terreno fertile e raccogliere voti.
    La cosa però più assurda, e secondo me davvero preoccupante, di cui nessuo parla, è che la produzione di grano duro e di pasta (non a caso dicevo sopra “fino a poco tempo fa fiore all’occhiello del ns made in Italy”) si sta spostando verso nuovi paesi produttori. L’esport della nostra pasta si sta pesantemente ridimensionando a favore dei pastifici turchi, egiziani, sauditi, iraniani. La Turchia fra l’altro produce e trasforma le quasi le stesse quantità di grano duro che produciamo in Italia. E’ cresciuta molto in questo comparto grazie ad una attenta politica economica del governo che ha incentivato proprio la trasformazione interna del grano finalizzata all’esportazione della pasta.
    Se continuiamo con l’autolesionismo e con le battaglie interne, non è escluso che nei prossimi anni si possa trovare a scaffale… più pasta Made in Tuchia… che pasta 100% italiana.

  4. Io cerco di comprare quando mi è possibile pasta 100% italiana ma solo per il semplice motivo che negli altri paesi europei per quanto riguarda il glifosato hanno delle restrizioni minori dell’italia e non mi fido

    • fabrizio_caiofabricius

      E DALLE !
      Il grano duro importato dall’Europa non è moltissimo e si limita essenzialmente a Francia e Grecia che mai si sono sognate di usare l’inutile Gliphosate per anticipare l’essiccazione finale quando la granella si presentasse troppo umida per lo stoccaggio.

      In ogni caso, e per una buona volta, in EUROPA I LIMITI ( bassissimi ) SONO GLI STESSI E PER TUTTI I PAESI MEMBRI !!!!

      E sia per i Paesi produttori che per quelli esportatori. Teniamocela stretta st’Europa !

      E BASTA , non se ne può più….

      (Ma delle micotossine, il primo grande cavallo , anzi BUFALO, di battaglia della disinformazione allarmista e prezzolata non se ne parla più?)

  5. Mi piace l’articolo…..cerco sempre di acquistare prodotti italiani…purtroppo con l’arrivo di questi mega supermercati che cercano di farti acquistare quello che interessa a loro…esempio porri dalla Germania , peperoni pomodori lattughe dall’ Olanda….mozzarelle fatte con il latte che arriva dalla Germania… Non mi piace questa globalizzazione. …

  6. Poveri noi! Ma di questi passi dover andremo a finire? Mi spiace tanto x i miei figli e tutti i ragazzi giovani. Vorrei sapere che futuro gli aspetta. Ma noi in Italia non siamo in grado di produrre grano senza andare a reperirli in paesi Ue ed extra Ue?

  7. Ottima critica . Hai colto nel punto

  8. No Luciana sembra proprio che non produciamo abbastanza per il nostro consumo e inoltre la nostra pasta viene anche esportata in tutto il mondo. Io preferirei che prendessimo il grano dai paesi limitrofi e perche no, soprattutto quelli che sono in crescita. I paesi del mediterraneo. Una volta l’ egitto era il granaio del mondo no? Non ho nulla contro l’ america ma e` lontana e la loro economia non ha bisogno di essere aitata, mentre molti paesi a noi vicini si.

    • Non credo sia una buona idea, perché la pasta italiana sta subendo la concorrenza internazionale della pasta turca ed egiziana più economiche, anche se di minor qualità.
      Il prodotto italiano vende bene dove è apprezzata la maggior qualità e tradizione conosciuta e percepita in tutto il mondo, dove ci sono consumatori disposti a spendere qualche soldino in più per per un piatto Made in Italy.
      Inseguire i prezzi al ribasso è poco o nulla remunerativo per tutta la filiera e non strategico per i nostri produttori, non solo per la pasta.

  9. Emanuele Puccini

    Penso che più che di qualità del prodotto finito sarebbe necessario approfondire la conoscenza sulle diverse leggi che governano l’agricoltura nei paesi stranieri citati e che possono più o meno permettere l’uso di pesticidi particolarmente pericolosi anche per l’uomo piuttosto che ogm e che possono finire sulle nostre tavole.

    • Roberto La Pira

      Le legge in UE sono tutte uguali per quanto riguarda i livelli di sostane chimiche tollerabili e i prodotti importati da Paesi extra UE devono sottostare alle stesse regole

  10. fabrizio_caiofabricius

    Non esiste grano OGM in nessuna parte del mondo.
    Il grano duro è coltura estensiva povera: al massimo è sostenibile economicamente un solo trattamento per il controllo delle malerbe ma molto lontano dalla raccolta e sicuramente non a base di gliphosate, non selettivo.

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