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Origine del grano duro e produzione della pasta “made in Italy”: un approfondimento su alcuni passaggi della filiera

Pubblichiamo di seguito il commento di un nostro lettore al tema molto dibattuto dell’origine del grano duro della pasta italiana.

L’allarmismo sul cibo è ormai miniera preziosa per i programmi televisivi in cerca di facili ascolti, comprese le recenti sparate sull’allarme del grano estero. Dati sulle micotossine ce ne sono ormai migliaia, raccolti con metodo scientifico validato dal Crea, dall’Iss e dalle Università e dicono l’opposto di queste sparate mediatiche.

Le reiterate bufale allarmistiche rischiano di danneggiare seriamente la filiera grano-duro/pasta, il più importante prodotto e passaporto del made in Italy, e della dieta mediterranea, nel mondo, apprezzato sempre più per le qualità nutrizionali e salutistiche. Ma che le mai sopite polemiche eufemisticamente fantasiose stanno pian piano ridimensionando.

“UE” non è la Comunità Europea delle perfide banche invise al populismo, bensì l’imprescindibile obbligo di legge da rispettare per la diffusione delle merci, i cui rigorosi limiti per i contaminanti sono stati frutto di anni di attenta valutazione scientifica da tanti laboratori certificati anche in Italia e che permettono alle dogane italiane di avere efficienti strumenti per bloccare eventuali importazioni fuori norma.

Origine del grano
L’Italia produce dai 3 ai 5 milioni di tonnellate, mentre produce oltre 6 milioni di pasta secca

E anche se in natura e nei fenomeni biologici l’assoluto e il 100% di certezza non si sposa con la mutevole e complessa realtà (come, spero, un qualsiasi laureato del settore abbia appreso all’Università), rimane il fatto che molte conclusioni sono il frutto di risultati di prove decennali statisticamente validate e replicate, pubblicati su decine di riviste scientifiche e tecniche. “Fatti” appunto, dati scientifici faticosamente acquisiti, qualcosa di completamente diverso da slogan orecchiabili di post-verità attesa e di comodo, incontrollatamente diffusi dal web.

• La qualità del grano italiano sia tecnologica che igienico-sanitaria c’è, ma non è un dato assoluto, come tanti fenomeni biologici, appunto. Non funziona così per un’attività che si svolge senza tetto e può risentire di annate climatiche sfavorevoli. Se piove ed è molto umido intorno alla spigatura, i funghi Fusarium possono attaccare la coltura e il loro metabolismo secondario determina lo sviluppo della principale e più frequente micotossina del grano, il Deossinivalenolo (DON). In genere si trova a valori bassissimi soprattutto al Sud, ma non è una certezza assoluta e comunque nelle Marche e in Emilia spesso i valori superano quelli delle importazioni Canadesi, comunque ampiamente sotto i limiti. Ci sono decine di migliaia di campioni analizzati negli anni che permettono di dire questo.

• Quindi affermare che la presenza di Don è prova di “truffaldine” importazioni dal Canada oltre che falsità scientifica è presuntuosa e sprovveduta mistificazione diffamatoria. Il Canada è di gran lunga il primo produttore di grano duro nel mondo e i suoi prodotti sono generalmente ottimi, comunque sottoposti a severa legislazione canadese e soprattutto UE applicata come normativa nei controlli doganali italiani.

• Da sempre la tradizione italiana è quella del prodotto “pasta”, apprezzata e ampiamente venduta nel mondo, ma specie in passato (e l’unica e antica IGP Gragnano (sin da metà 1600) come il “veliero” di Agnesi ne sono chiara testimonianza) si ricorreva massicciamente alle importazioni, soprattutto della pregiata varietà Taganrog dalla Russia (il Kazakstan è ancora oggi forte produttore di grano duro ma esporta soprattutto nella vicina Russia).

Oggi spesso le importazioni sono inevitabili per carenze quantitative della materia prima

• Oggi spesso le importazioni sono inevitabili per carenze quantitative della materia prima (produciamo dai 3 ai 5 milioni di tonnellate, a seconda dell’andamento climatico e delle superfici investite mentre produciamo per fortuna oltre 6 milioni di pasta secca. Con politiche serie di incentivo si può però aumentare in numero di ettari dei seminativi e avvicinarsi a quelle cifre. Interrompendo concretamente l’abbandono di terre fertili e l’irreversibile consumo di suolo, prima e gravissima piaga ambientale italiana. Ma a volte anche la qualità difetta soprattutto per eccesso di frammentazione dell’offerta e si ricorre da sempre alle cosiddette importazioni “tecniche”. Spesso i molitori dicono che sono costretti a importare a prezzi anche più alti grano estero per stabilizzare la qualità delle miscele. Insomma si può certamente ridurre la quantità di grano importato, ma una quota non eccessiva non danneggia nessuno e anzi ci permette di negoziare con Stati che non vogliono essere solo acquirenti.

• Il prezzo basso poi, non è mai stata colpa delle importazioni, come viene detto continuamente convinti di dire un’ovvietà ma invece, purtroppo, deciso in pratica dalle borse merci mondiali delle “commodities” (il più importante è il Chicago Board) su cui gli Stati possono fare ben poco anche se l’intera produzione nazionale fosse assorbita dall’industria italiana. È il liberismo delle merci su cui è arduo intervenire, se non con accordi commerciali e negoziazioni di politica economica. D’altronde il ritorno all’economia curtense di dazi porterebbe un ridimensionamento delle opportunità dell’agroalimentare Italiano e in generale a una grave riduzione del benessere italiano che si basa proprio sull’esportazione.

• Ma la pasta 100% grano italiano può essere comunque realizzata e già oltre 40 marchi sono reperibili a prezzi ridicolmente maggiorati di pochi centesimi (comprarli invece di polemizzare) Bisogna organizzare però la produzione con grossi lotti qualitativamente omogenei con stoccaggio differenziato. Si può fare, si fa purtroppo ancora poco, ma serve cooperazione (brutta parola?) come si fa in tutto il mondo, e in Canada in particolare, superando individualismi e localismi usufruendo e incrementando i contratti di filiera che prevedono valorizzazione e soprattutto remunerazione maggiore e certa della qualità.

• Le micotossine nel passato non c’erano non perché non esistessero ma proprio perché non conosciute dal punto di vista scientifico. Di micotossine sono morte milioni di persone nel Medioevo con sintomi intermedi che inducevano ad accusare di stregoneria e relative condanne al rogo e pur attenuandosi si è continuato a morire fino agli anni ’50 in Europa e in Occidente, oggi non più per fortuna e si cavilla su poche parti per miliardo di nessun effetto tossico.

• Resta il fatto che demonizzare la pasta, finisce per screditarla anche all’estero dove è più difficile cogliere le sfumature di una polemica cronica tutta locale. E con la diminuzione delle esportazioni (che costituiscono oltre il 50% della produzione nazionale di Pasta) finiscono per ridursi anche preziosi posti di lavoro in Regioni non ricchissime come il Sud ma diminuiscono anche gli sbocchi del grano duro nazionale, visto che malgrado risulti insufficiente la produzione di granella per la trasformazione richiesta dai pastifici, in effetti produciamo comunque sempre di più di quanto saremmo capaci di “mangiare” se ci limitassimo ai soli consumi nazionali.

Fabrizio Caiofabricius (addetto ai lavori)

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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Origine del grano in etichetta: Aidepi risponde e spiega perché ai produttori non piace la proposta del ministero. Ma è proprio così?

La scorsa settimana abbiamo pubblicato una lettera aperta inviata ai fratelli Barilla e anche ad …

22 Commenti

  1. Potrebbe spiegare, in termini pratici e non generici, come la borsa merci di Chicago ha determinato il prezzo del grano duro venduto questa estate nelle piazze italiane?

    E’ facile utilizzare la solita retorica per incolpare qualcuno che si trova dall’altra parte dell’oceano, ma poi dovrebbe anche essere anche capace di dimostrare, dati certi alla mano, come è possibile che sul prezzo pagato dal consumatore per un pacco di pasta, ci sia spazio solo per i guadagni dell’industria e non per l’agricoltore, che deve essere costretto ad elemosinare dallo stato.

    Il grano estero è buono e conveniente? Le industrie non sono disposte a riconoscere agli agricoltori italiani una giusta remunerazione? Bene, mettiamoci il cuore in pace e smettiamo di produrre grano, perchè non ha senso continuare con questa farsa.

    • fabrizio_caiofabricius

      1) lo chieda alla borsa merci di Chicago, ovviamente. In genere che io sappia (non sono un economista, né mi affascina la materia, né tantomeno Chicago) valutano andamenti produttivi mondiali, consumi e scorte e fanno previsioni che PURTROPPO sono di riferimento per i contratti . Non è il vangelo e si potrebbero fare accordi di filiera diversi, ma ci vuole appunto forza contrattuale.

      2) La retorica non dimora certo a casa mia, vedo. Nessuno sta “incolpando” nessuno: le borse merci esistono da centinaia d’anni , che piaccia o meno. Quella di Chicago è attualmente forse la più autorevole e seguita nel mondo, ma , ripeto, non è il vangelo e si potrebbe superare con contrattazioni locali o accordi fra le parti.
      Io non devo dimostrare nulla, a chi poi? Ed essendo un agronomo “tifo” per la parte agricola, ma la crescente subdola tecnica di demonizzare la pasta COME TANTE ALTRE COSE IN QUESTO STRANO MOMENTO STORICO-POLITICO con fake-news, post verità, bufale e allarmismi non serve a nessuno e anzi finirà per screditarne ed offuscarne la bella e meritata immagine che ha tra i consumatori di tutto il mondo, soprattutto quelli “emergenti” con conseguenze nefaste a cascata anche sui produttori.

      Da sempre ahimè più ci si allontana dalla produzione primaria e meno si guadagna: in genere gli industriali guadagnano più degli agricoltori e i distributori più di entrambi e i pubblicitari ancor più e così via.

      La soluzione l’hanno cercata filosofi, religioni, movimenti politici, teorici ed economisti …con più fallimenti che successi, mica pretenderà che gliela dia io? Non credo però che nei “bei tempi andati” si vivesse meglio, specie nelle campagne.

      3) Ben venga l’ELEMOSINA di Stato (o meglio della “perfida” Europa?): i giusti contributi ai produttori servono a compensare, anche se in blanda misura, gli scarsi redditi ed è giusto che l’intera comunità dei cittadini che pagano le tasse sia consapevole di questo doveroso onere per cercare di garantire la permanenza sui terreni a rischio idrogeologico, paesaggistico e identitario. Attenzione a sputarci sopra perché molti politici vorrebbero eliminarli, visto che ormai la stragrande maggioranza degli elettori votanti vive in città.

      4) il grano estero è GENERALMENTE buono, ma non sempre, come il grano nazionale. Vigilare sempre, ma inventarsi falsi allarmi è controproducente, anche perché poi la verità scientifica emerge.

      5) nessuno regala nulla, per spuntare prezzi migliori bisogna organizzare la produzione in grandi lotti omogenei per essere competitivi nelle contrattazioni, ahimè questo ce l’hanno inculcato 4 esami di economia alla facoltà di Agraria e temo , dopo 40 anni di esperienza, che sia vero. Oppure ci si inventa qualche produzione di nicchia o locale, ma anche lì con rigore e storicità, razionalmente non con ulteriori bufale discriminatorie e sibilanti chissà quali malattie psicosomatiche verso il grosso della restante produzione “convenzionale= bleah…”

      6) Giornalisti e politici si adoperino per convincere i cittadini consumatori che risparmiare sul cibo è quantitativamente ridicolo e pericoloso e che la qualità si deve pagare (pochi centesimi nel caso della pasta). Mano al portafogli e non al fazzoletto lagrimatoio. Non c’è bisogno del SUV da 3000cc con l’aria condizionata a 19° e lo smartphone da 1000€ per andare a comprare un pacco di pasta da 30 centesimi o meno dicendo “da qualche parte debbo risparmiare”.

    • Mi faccia capire: lei scrive un articolo in cui sostiene che le borse merci mondiali, in primis quella americana, determinano il prezzo che poi viene battuto sulle piazze italiane, però non ha idea del perchè e del come funzioni. Ne deduco che ha fatto un copia-incolla da qualche altra fonte nè citata, nè verificata.

      Se dice che la retorica non le appartiene, allora dovrebbe evitare di cercare improbabili spiegazioni alla crisi di un settore che è stata creata in casa nostra, da chi specula sulla debolezza economica ed organizzativa degli agricoltori.

      Le ricordo infine che la pasta ed il pane NON sono beni di lusso, bensì primari di base e vengono acquistati quotidianamente da chi il suv lo può vedere solo in tv. Chiedere a costoro di mettere mani al portafogli (per aumentare solo i profitti dell’industria) è a dir poco squallido.

    • fabrizio_caiofabricius

      Non ho scritto “articolo” , ma solo commento personale che , evidentemente ritenuto dalla redazione degno di maggior visibilità ha ritenuto, bontà sua, di onorarlo di pubblicazione, ma non faccio comunque il giornalista né ho supplicato pubblicazione per accontentare uno scalpitante SuperIo.

      Il riferimento alle borsa di Chicago per capire l’andamento dei mercati dei prodotti agricoli è prassi tanto comune che la trova nelle pagine della principale rivista tecnica informativa italiana del settore -l’Informatore Agrario (se legge)- ma non solo, poco prima delle principali borse nazionali (Bologna, Milano, Foggia) . Il meccanismo è abbastanza semplice ” valutano andamenti produttivi mondiali, consumi e scorte e fanno previsioni che PURTROPPO sono di riferimento per i contratti . Non è il vangelo e si potrebbero fare accordi di filiera diversi, ma ci vuole appunto forza contrattuale. ” Dicevo…. copia-incolla de che? Potrà non piacere ( a me non piace) ma così va il mondo (almeno in questo periodo).

      La “crisi” del settore me la ricordo da decenni, ed è appunto legata come dice lei, alla “debolezza economica ed organizzativa degli agricoltori” E’ là che bisogna incidere, perché altrimenti ci sarà sempre chi ne approfitterà. E’ un’amara legge naturale, ma non per questo bisogna demonizzare con bufale e panzane il prodotto trasformato perché questa “vendetta” assomiglia tanto al marito cornificato che si taglia….

      Desolatamente squallida è la retorica falso-piagnona dei troppi finti poveri e loro epigoni scandalizzati un tanto al kilo che si lamentano del prezzo del cibo (meno del 15% della spesa delle famiglie secondo ISTAT) ma non lesinano di dilapidare denaro in discutibili ma imperdibili status symbol sociali di cui si potrebbe fare tranquillamente e razionalmente a meno. Ma è un antico fatto psico-ancestrale di inconscia primaria importanza di appartenenza al gruppo sociale.
      E, mi spiace per le affollate e acclamate redazioni di Telescandalo e GeremiaNews però oggi grazie al crollo dei prezzi alimentari globalizzati anche al più disperato dei poveri non mancano 5 (cinque) centesimi per un piatto di pasta, gli manca ben altro…ma la facile retorica collaudata va a battere a colpo sicuro sempre lì, ma non siamo più nell’800.

      Il cibo spazzatura fa male a chi lo consuma e a chi lo produce. Se finalmente si fa largo l’idea che è più saggio spendere qualche € in più per un cibo più sano ed equilibrato saranno proprio gli agricoltori che lo producono che se ne potranno finalmente avvantaggiare. Se poi rimangono in balia delle diverse organizzazioni industriali, SINDACALI, commerciali senza pote esprimere nessuna forza contrattuale è chiaro che fa rabbia, ma è questa spirale negativa che bisogna interrompere.

      Non sarà certo la bacchetta magica di domani, ma se finalmente il mondo pretendesse di mangiare meglio e più sano, però pagando il giusto al produttore, allora , che sò, potrebbero aumentare i consumi di grano duro, diminuire le scorte e i perfidi operatori del Chicago Board sarebbero costretti a indicare un prezzo più alto, e, a cascata la Borsa di Bologna e di Foggia si adeguerebbero. Finalmente un grano pagato il giusto (400 € /tonn ad esempio) riporterebbe serenità e propensioni alle semine, altro che incubi di “Nosferatu untore… l’ho visto lì al porto” (n’atra vorta cò ‘sta cantilena!)

    • I “finti poveri” – come dice lei – sono oltre 7 milioni e tra di loro ci gli agricoltori che producono il grano che rende ricchi i grandi marchi. Non c’è alcun buon motivo per scaricare sul consumatore la responsabilità di un problema creato ad arte da chi manipola il mercato.

      Il margine per garantire un equo compenso a tutti gli attori della filiera è già nel prezzo attuale di vendita e non c’è alcun bisogno di inventarsi storielle sul cibo salutare per giustificare un aumento che andrebbe a rimpinguare ulteriormente le casse dei soliti noti.

    • fabrizio_caiofabricius

      L’artificio retorico per cercare di far dire una cosa per un’altra all'”avversario”, screditandolo poi come insensibile alla sofferenza dei più deboli è espediente oggi fin troppo abusato ma ben noto fin dall’antichità, ma che non è mai stato proprio argomento nobile.

      Quello che ho scritto è semplice e lineare. Grazie ( ma anche “per colpa”) alle conoscenze tecniche, alla genetica, al basso prezzo delll’energia fossile e alla globalizzazione dei mercati il cibo in occidente costa poco, poco relativamente e in rapporto agli altri beni ovviamente, ce lo ricorda senza dubbi l’ISTAT: l’85% della spesa delle famiglie italiane ricche o povere è per beni NON ALIMENTARI.

      Malgrado ciò è motivo di risentiti lamenti non da quella pur larga fetta di indigenti che ne avrebbero ragione da vendere, ma soprattutto dei molti, troppi, ALTRO CHE 7 MILIONI, che scialacquano risorse in telefonia, benzina, condizionamento, abiti, vizi e lazzi. Io ne vedo moltissimi, troppi, anche nelle periferie e nei Paesi , forse abbiamo occhiali diversi. E sono questi moltitudini che dovrebbero resettarsi e dedicare più risorse alla saggezza e quindi al cibo sano per un riequilibrio che porterebbe benefici a tutti, in primis a chi lo produce.

      La salute e il benessere condiviso non sono storielle da intellettuali fregapopolo secondo una retorica traboccante triti luoghi comuni, ma tra gli obiettivi più nobili di ogni tempo e di ogni società che non bisogna smettere di perseguire, malgrado le odiose braghe bianche dell’arricchito pastaio del villone vicino.

    • Non uso alcun artificio, è lei che continua a fare i conti in tasca ai cittadini e non all’industria.

      Chi produce grano ha gli stessi profitti – anzi, perdite – di 30 anni fa. Conosce invece qualche socio di Aidepi che non abbia aumentato i profitti in questi anni?

      La questione è molto più semplice di quanto lei o altri vogliano far credere: da una parte ci sono gli agricoltori che sono costretti a vendere per avere la liquidità indispensabile alla sopravvivenza, dall’altra i grossisti d’accordo con l’industria che fanno cartello per tenere bassi i prezzi.
      E non mi venga a parlare di borsa di Chicago quando poi c’è Barilla che vende la pasta “100% italiana” a oltre 3€/Kg.

    • fabrizio_caiofabricius

      No no…la pasta Voiello monovarietale Aureo 100% italiano è il fiore all’occhiello della ricerca nazionale di cui dovremmo essere tutti orgogliosi, invece della solita polemica stantia aizzaforcajoli senza sbocchi.

      Tornando dal lavoro ho girato nei supermercati del mio quartiere e i prezzi di questa eccellenza del made in Italy oscillano STASERA da 1.78 a 2.30 € al kg, un po’ lontani dai 3…E seppure fossero 3€ ma non lo sono, sarebbero comunque meno di 20- 25 centesimi a piatto per un pasto genuino ed equilibrato, basta retorica melensa !

      E proprio la filiera di produzione di un grano di qualità come Aureo è una delle possibilità per rialzare la remunerazione degli agricoltori garantendo per contratto sin dalle semine prezzi di acquisto decisamente maggiori per un prodotto finale di alta qualità. Ma deve esserci ovviamente la convinzione dei consumatori, almeno di quel restante 53 milioni non “poveri” a mettere mano al famoso portafogli, o meglio portaspicci.

      Oppure si dai, tutti contro tutti, in un apocalittico CUPIO DISSOLVI: all’assalto dell’agroalimentare che ancora funziona e crea redditi e credibilità nazionale. Micotossine, gliphosate, cadmio, pesticiiiiiidi, Creso radioattivo, grani vintage dei bei tempi andati *…son tante le panzane che il popolo forcajolo brama di ascoltare come vangelica post verità e presto assalterà la Bastiglia dei silos della perfida multinazzzionale blu. Ah che soddisfazione! E quei 5 milioni di tonnellate di grano li butteremo in mare, pè dispetto , tiè!

      * Chiedo scusa se non tengo aggiornato il diario delle bufale quotidiane.

    • Esempio davvero calzante il suo, che dimostra quanto sia lontano dalla comprensione del problema.

      La Barilla paga il grano Aureo a 28€ al quintale. A fronte quindi di un aumento della materia prima di 3-4 cent/Kg il prodotto finale ha un aumento di 30-40 cent/Kg.

      Inutile sottolineare che con 28€ al quintale il coltivatore ci perde e quello che lei ritiene il fiore all’occhiello della ricerca è diventato solo il fiore all’occhiello del bilancio di Barilla.

    • fabrizio_caiofabricius

      L’arte retorica (oddio “arte”…) di stravolgere e denigrare il senso dei ragionamenti altrui per piegarli ai propri come le sto dicendo da un pezzo non mi appartiene.

      L’esempio gonfiato di Pasta Voiello Aureo a 3€ al kg lo ha citato Lei, e per abitudine professionale mi sono curato di verificare che fosse l’ennesima , l’ennesima come dire…….oddio va “forzatura” che è più elegante, e per questo le ho risposto con numeri freschi e verificati e verificabili da chiunque.

      Che io ricordi il prezzo di 280€ /tonn della granella trebbiata è stato concordato quando il grano duro si quotava ( eh lo sò in quel postaccio, ma non è colpa mia) sui 180€ e forse meno. E da quanto lessi mi sembrava che le varie cooperative del CentroSud che aderirono rimanessero moderatamente soddisfatte. Oggi fortunatamente il grano è quotato (aridanghete) finalmente in (lieve, insufficiente, lo sappiamo) rialzo sui 250€ e quindi quel divario è diventato esile. Non mi intendo di contratti e non so se sia possibile, ma mi sembra che ci siano tutti i motivi per rinegoziarlo, anche perché mi sembra di ricordare che quella cifra fosse considerata come prezzo “minimo” garantito.

      E ritorniamo al discorso delle forza contrattuale: se ci si unisce si può andare ai tavoli di contrattazione con più determinazione e ad esempio prevedere invece che una cifra fissa un margine di incremento percentuale che parta dal prezzo medio base (ma poi bisognerebbe accettare anche un eventuale andamento sfavorevole e considerare il rischio di dover rimpiangere quel 280…).

      Infine, varietà che conciliano alta qualità con almeno discreta produttività e adattabilità all’ambiente sono sicuramente un vanto della ricerca italiana peraltro anch’essa ormai in dismissione con il progressivo aumento delle novità transalpine dove invece si continua a lavorare con obiettivi precisi e con una coesione nazionale che da noi è ormai lontano ricordo.

    • Ma quale stravolgimento? Io ho parlato di pasta Barilla 100% italiana, per la precisione a 3.18€/Kg: http://www.ilfattoalimentare.it/bio-barilla-pasta-italiana.html

      La Voiello – pur sempre Barilla – è un altro discorso ed è l’ennesima dimostrazione che un aumento della qualità e del prezzo di vendita del prodotto garantiscono solo l’aumento dei profitti dell’industria visto che il prezzo minimo garantito al produttore non permette a quest’ultimo nemmeno di raggiungere il pareggio.

    • fabrizio_caiofabricius

      Ma che c’entra adesso il biologico ?
      In ogni caso il prezzo di listino è sicuramente un po’ alto, ma quello reale è in genere più basso se si vuol competere realmente con gli altri marchi già esistenti.
      Bio e italiano 100% dovrebbe contentare molti ipercritici spero.
      O c’è già qualche siluro a forma di bufala pronto nel tubo di lancio?

      E poi bisogna dirla tutta : la remunerazione della granella bio (375 €/tonn) è (fortunatamente) superiore di circa il 50% rispetto al convenzionale (250€/tonn).

      Il prezzo di pareggio in un bilancio economico in convenzionale e rese intorno alle 4 tonn/ha è in genere di poco inferiore alle 400€/tonn. D’accordo, che si fa?
      Vogliamo far emettere un decreto obbligatorio dell’annona dei funzionari di Diocleziano?

  2. Concordo con l’ultima parte, questa improvvisa mania (per cinquant’anni non è mai interessato a nessuno) indotta da Coldiretti, di voler sapere a tutti costi l’origine dell materia prima, rischia seriamente di pregiudicare le esportazioni della pasta made in italy.
    Quando le esportazioni caleranno, le industrie licenzieranno o chiuderanno, gli italiani dormiranno sonni tranquilli perchè conosceranno l’origine del grano… Con buon pace del ministro Martina e di Coldiretti.

  3. Chi non sta ai prezzi di libero scambio si dia all’agriturismo.

  4. Apprezzo l’approfondimento e l’analisi ad ampio raggio del tema e concordo in modo particolare con la conclusione della super produzione.
    Infatti produrre beni in eccesso, oltre ad essere insostenibile per tutto il sistema pianeta, è dannoso per l’intera economia di filiera, svalorizzando tutto e tutti, produttori, prodotti, tradizioni ed ultimo ma primo il valore del lavoro umano a tutti i livelli.

    • E’ evidente che Coldiretti agisca come lobby a vantaggio dei suoi associati (che immagino vogliano, come tutti, poter produrre al minor costo e vendere al massimo prezzo) anche proponendo per il loro settore regimi semiautarchici.
      Io, come consumatore, non ritengo necessario che si impongano obblighi ai produttori di pasta (che è normalmente fatta con miscele di vari grani e non è monoingrediente) oltre a quelli di rispettare rigorosamente le indicazioni sanitarie, di assecondare al meglio i gusti dei clienti ed a prezzi concorrenziali.
      Non ho conoscenze per poter confermare la necessità, a fini qualitativi, di rifornimenti all’estero come viene indicato da AIDEPI (che credo sia una lobby come Coldiretti).
      In passato, per gran parte della mia giovinezza, (io ho 74 anni e i miei ricordi potrebbero non essere precisi per cui mi piacerebbe avere, da chi ne sa di più, conferme o smentite) la pasta italiana, per avere una qualità accettabile, doveva essere necessariamente fatta con una notevole percentuale di grano duro che proveniva dall’estero in quanto in Italia tale grano era quasi inesistente.
      Benchè, fatte salve le premesse sopra indicate, non non mi interessi minimamente la provenienza dei grani sono per la libertà di poter indicare e garantire in etichetta sia le nazioni che le relative percentuali; sarebbe poi auspicabile che oltre alla nazione possa essere anche indicata la regione e la provincia (si potrebbero così meglio escludere dai propri acquisti prodotti realizzati per esempio nelle varie terre dei fuochi od in mano alla camorra a vantaggio di altre zone meno problematiche).

  5. Il grano Canadese non è geneticamente modificato?
    E se anche non lo fosse, almeno ufficialmente, come si fa a garantirne la completa “impermeabilità” a contaminazioni da varietà GMO dato che in USA e Canada è ammessa la coltivazione di cereali geneticamente modificati per l’alimentazione umana?
    In Europa il consumo umano di ingredienti geneticamente modificati non è ancora ammesso, dunque come si riesce a far coesistere queste evidenti discrepanze in un prodotto che spesso è venduto come eccellenza Italiana?
    Come mai a volte si sente parlare di glifosato contenuto nel grano Canadese e a volte no?
    Il glifosato è una sostanza ritenuta “potenzialmente” cancerogena dalla UE e bandita in Italia dal febbraio 2017 https://www.agi.it/inchiesta-italia/la_guerra_ai_pesticidi_e_il_glifosato_quello_che_sappiamo-1611195/news/2017-03-22/
    Com’è dunque possibile importare in UE un prodotto contaminato da tale sostanza?

    • Roberto La Pira

      Il grano canadese non è contaminato o quanto meno lo è in maniera ridottissima come quello italiano come abbiamo scritto in diversi articoli. Le argomentazioni delle lobby e altre fonti sono purtroppo frollanti e i dati non verificati. Noi esaminiamo i dati gli altri si affidano ai comunicati stampa di stampo propagandistico.

    • fabrizio_caiofabricius

      La tragedia forse senza ritorno (o di ritorno al Medioevo) è che ormai la tecnica di diffondere queste bufale assolutamente false, quasi comiche, è la nuova arte retorica per abbindolare le masse in attesa rabbiosa di conferme di postverità ai propri pregiudizi ignoranti contro gli “establshment” (quali poi nessuno saprebbe dettagliarlo)

      Il grano OGM non c’è, nemmeno un chicco, figuriamoci i 5 milioni di tonnellate del più grande e serio produttore mondiale . Non c’è perché nessuno lo ha mai realizzato. E allora basta con le conseguenze apparentemente logiche a cascata, i se e i dubbi che poi son certezza virgineamente mal camuffata.

      Smontata la bufala madre delle micotossine adesso è stato caricato a Gliphosato. Il Canada è uno Stato serio e non esporta veleni malgrado le provinciali miserabili fasulle panzane di troppi arruffapopolo pro domo propria e Telescandali in cerca di audience e spot.

      E comunque in Europa ( e meno male che c’è la UE) non passerebbero per una severa legislazione e altrettanta efficace rete di controllo.

      Poi bisognerebbe far pace col cervello o controllare meglio le bozze prima di emettere comunicati stampa di certe sedicenti filantropiche “associazioni”, tristemente divulgati anche qui.

      0.1 ppb di Gliphosato è oltraggiosa prova di importazioni che avveleneranno i nostre criature ?(comunicato del mattino). Oppure limite infinitesimale rilevato solo perché le tecniche analitiche sono diventate particolarmente efficaci e quindi grano sicuro e genuino tanto da esigere (da chi poi non si sà) una sostanziale premialità aggiuntiva? (comunicato della sera della stessa “associazione”?)

      100 ppb di Deossinivalenolo (DON) è oltraggiosa prova di importazioni che avveleneranno i nostre criature ? (comunicato del mattino). Oppure limite infinitesimale rilevato solo perché le tecniche analitiche sono diventate particolarmente efficaci e quindi grano sicuro e genuino tanto da esigere (da chi poi non si sà) una sostanziale premialità aggiuntiva? (comunicato della sera della stessa “associazione?).

      Consoliamoci coll’ajetto che ogni tragica fine di un’epoca storica anche gloriosa e dispensatrice di uguaglianza e benessere (in questo caso quella dell’illuminismo scientifico razionale) ha avuto in fondo dei risvolti da sganasciarsi dalle (amare) risate.

      Dopo il gluten free,
      i grani antico-vintage,
      le micotossine,
      il gliphosate,
      il cadmio,
      il Creso radioattivo,
      le importazioni dall’ Ucraina (dall’Ucraina!!!???)

      Quale sarà la prossima panzana sul grano?

      Aspetto con ansia…

    • roberto pinton

      @Raffaele
      Il grano (canadese, italiano, ucraino, tunisino…) non è geneticamente modiificato.
      Non esiste nessun frumento tenero o duro OGM: gli unici cereali OGM autorizzati (di là dell’Atlantico e, in misura minore, di qua) sono alcune varietà di mais e di riso, il cui polline è del tutto estraneo al processo riproduttivo nel friumento (e viceversa).
      Ce n’è già abbastanza dove ce n’è, non infiliamo OGM anche dove non ci sono…

  6. Intervengo su un punto, il liberismo.
    Chi ha detto che la globalizzazione, i mercati liberi di merci e capitali, e non solo, siano irreversibili ?
    Vorrei sapere se vi fate una domanda ogni tanto, essere passati negli ultimi 35 anni – gradualmente, senza accorgervene – da un’economia statalista a una liberista ha prodotto più benefici che disastri ? Credo che il fallimento del mondo occidentale è sotto gli occhi di tutti.
    Lavorando in agricoltura/zootecnia so cosa è successo.

  7. @ Roberto pinyin
    https://en.m.wikipedia.org/wiki/Genetically_modified_wheat
    Secondo Wikipedia e le sue fonti il grano GMO esiste, è stato testato in Europa e più ampiamente in USA solo che al 2015 pare non fosse ancora coltivato per uso commerciale da nessuna parte al Mondo tuttavia diversi sono stati i ritrovamenti di grano GMO in partite provenienti dagli USA.
    Io ho fatto una semplice ricerca su Wikipedia, chi afferma con certezza assoluta qualcosa magari potrebbe prodigarsi un po’ meglio citando una qualche fonte in base alla quale si evinca il divieto di coltivazione di grani GMO, sarebbe un’informazione molto gradita dato che al momento non ho trovato nulla in merito.