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In Olanda le prime uova a emissioni zero di CO2. Le soluzioni innovative della nuova fattoria Kipster

In Olanda, è stata inaugurata quella che si definisce la fattoria avicola “più rispettosa dell’animale ed ecologica al mondo”. Si chiama Kipster, parola che nasce dall’unione di due termini olandesi: kip (pollo) e ster (stella). La fattoria vuole rappresentare una risposta ai maggiori problemi che caratterizzano l’allevamento industriale del pollame, dove gli animali, anche se fuori dalle gabbie, sono costretti a vivere in spazi molto ristretti, con metodi che consentono di tagliare al massimo i costi di allevamento e vendere uova a prezzi economici. Dall’atra parte, gli allevamenti biologici e quelli che prestano attenzione agli spazi di vivibilità del pollame spesso vendono a prezzi più altri, ma ancora con un prezzo eccessivo per l’ambiente, perché alimentano gli animali con costoso mais, che potrebbe essere meglio utilizzato per l’alimentazione umana.

Come riferisce il Guardian, secondo Ruud Zanders, uno dei quattro promotori dell’iniziativa, “non ha senso competere con gli animali per il cibo. E il 70% dell’impronta di carbonio nelle uova è rappresentato dal mangime”. Così la nuova fattoria Kipster ha scelto una via originale, che unisce alti livelli di benessere per il pollame, riconosciuti dall’associazione animalista olandese Animals Awake, con un basso impatto ambientale, certificato dalla Wageningen University, che ha analizzato le emissioni di CO2 e di polveri sottili. Per mantenere un livello di sostenibilità economica, Kipster ha scelto di non adeguarsi agli aspetti meno sensibili richiesti per certificare le uova come biologiche o come prodotte da galline libere. Questo consente a Kipster di vendere le uova a costi contenuti sugli scaffali della filiale olandese dei supermercati Lidl, con l’obiettivo di espandersi a livello internazionale.

Il tetto dell’allevamento delle galline ovaiole che produco le uova Kipster è ricoperto da pannelli solari

Le galline sono libere dalle 10 alle 19,30 ma non hanno a disposizione i 10 ettari richiesti per certificarle come tali. Tuttavia, Zanders spiega che le galline sono animali che non amano spazi troppo aperti e se hanno dieci ettari a disposizione, di fatto ne utilizzano uno. Secondo lui, un cortile coperto e una piccola zona scoperta, con 6-7 galline per metro quadrato, contro le nove di un tipico allevamento libero, sono la soluzione migliore. Dal punto di vista ambientale, la fattoria è ricoperta da 1.078 pannelli solari, che producono elettricità per soddisfare tutte le esigenze dell’allevamento e delle attività connesse, mentre l’elettricità in eccesso viene venduta a terzi.

Infine, per quanto riguarda l’alimentazione, il mangime industriale è stato sostituito con quello ricavato da scarti alimentari. In questo modo, gli animali vengono inseriti nella catena alimentare, anziché competere con l’uomo per il grano. Questo non consente di certificare le uova come biologiche ma comporta una forte riduzione dell’impronta di carbonio, che unita al risparmio di emissioni di CO2 dovuta ai pannelli solari, rende le uova di Kipster carbon neutral, cioè a emissioni zero di anidride carbonica.

Fonte immagini: Kipster

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  Beniamino Bonardi

Beniamino Bonardi

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4 Commenti

  1. Davvero un articolo interessante!

    Spero che queste soluzioni per ridurre l’impatto ambientale possano trovare applicazione anche in altri allevamenti, magari non solo di galline, e che si diffondano anche da noi.

    Ora la grande differenza negli scaffali dei supermercati è tra il cibo non biologico e cibo biologico.

    Sarebbe bene che si introducesse una nuova categoria di cibi: quelli che magari non sono biologici, come le uova dell’articolo, ma che possono vantare livelli bassissimi o nulli di emissioni di CO2 (packaging compreso).

    La gente potrebbe quindi essere invogliata a consumarli, incoraggiando una produzione virtuosa che è attenta non solo alla genuinità dell’alimento ma anche alla sua ecologicità.

    Io, personalmente, alle uova biologiche preferirei volentieri quelle di galline che sono state alimentate con scarti alimentari (naturalmente innocui), felice del fatto che esse hanno contribuito a non incrementare il livello di inquinamento in tutte le fasi di produzione.

    Speriamo che l’Unione Europea consideri con interesse questa esperienza, e ponga le basi legislative per una nuova categoria di prodotti, ufficialmente riconosciuti “a basso impatto ambientale” tramite un apposito bollino.

    Non sarebbe utile una petizione?

    Grazie,
    Alberto

  2. Ottimo esempio di ricerca e di risultati, ottenuti seguendo l’ultima tendenza di economia circolare con recupero degli scarti, portandoli vicino allo zero.
    D’altra parte le galline libere dell’aia non hanno sempre razzolato mangiando tutti gli scarti che trovavano nell’ambiente? Non andavano certo nel magazzino delle granaglie a sfamarsi.
    Naturalmente non tutti gli scarti sono accettabili e senza arrivare al disciplinare molto preciso e rigido del bio, una scelta di recupero di tutti quei residui alimentari, anche delle trasformazioni culinarie industrializzate, potranno essere impiegate con beneficio e vantaggio.
    Attenzione ai lestofanti che non dovendo certificare nulla, non spaccino per scarti alimentari anche residui potenzialmente tossici, anche se a bilancio CO2 uguale a zero!

    • michele blandino

      Il suo commento è da elogiare per la chiara visione di cosa debbano essere gli alimenti per le galline virtuose.
      C’è da sottolineare l’aspetto dei prodotti utilizzati sulle colture che poi diventeranno scarti alimentari per le galline ovaiole.
      Mi riferisco ai principi attivi per la difesa delle colture e dei loro metaboliti.
      Senza scendere nei particolari,gli scarti devono essere tracciati prima del pasto onde evitare accumuli di residui,contenuti negli scarti,trasferendoli dalla gallina all’uovo.
      Tracciabilità dal produttore allo stabilimento di trasformazione e poi il virtuoso allevatore di uova farà anch’esso una multi residuale degli scarti per evidenziare se vi siano residui di fitofarmaci accumulati nei tessuti degli scarti.
      Attenzione: non dimentichiamoci dei patogeni sugli scarti che poi verranno ingeriti dalle galline!
      Un saluto!

  3. Certamente mi sbaglierò ma a me sembra un “bio” fai-da-te. In ogni caso nell’articolo non si parla dell’eliminazione degli antibiotici, cosa che credo sia molto più importante del mq più o mq meno. Cosa si intende per scarti alimentari? Quali sono gli scarti usati… non è che sono presenti anche scarti di origine animale? Sinceramente preferisco pagare qualche centesimo in più (tanto il costo delle uova è molto basso da non compromettere il budget di nessuno, credo) ma avere prodotti certificati e allineati con le linee guida dei disciplinari dedicati.

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