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OGM: né mostri, né piante salvamondo. I risultati del rapporto dalle National Academies of Sciences americane

insetti piante ogm
Le rese dei raccolti delle piante gm non sono aumentate

Le piante Ogm? Quelle in circolazione non comportano rischi aggiuntivi per la salute umana rispetto ai loro corrispettivi non ingegnerizzati, e anche per quanto riguarda l’ambiente sono sostanzialmente sicure. Anzi, la loro introduzione ha ridotto l’utilizzo di insetticidi. Allo stesso tempo, però, non sono state particolarmente utili: le rese dei raccolti non sono aumentate quanto ci si sarebbe aspettato. E in alcuni casi hanno comportato lo sviluppo di resistenze agli erbicidi da parte di piante infestanti. Sono queste le principali conclusioni di un corposo rapporto sui raccolti geneticamente ingegnerizzati pubblicato il 18 maggio scorso dalle National Academies of Sciences americane (Nas), accademie fondate dal Congresso degli Stati Uniti per fornire indicazioni autorevoli rispetto a temi controversi di scienza, medicina, tecnologia. Come gli Ogm, appunto, salutati da alcuni come imprescindibili per affrontare le sfide alimentari di una popolazione in continua crescita di un pianeta caratterizzato da forti stress ambientali, e temuti da altri come potenzialmente pericolosi per la salute umana e l’equilibrio dell’ambiente.

Il documento si concentra sulle coltivazioni di Ogm oggi più diffuse negli Stati Uniti e in generale nel mondo, cioè mais, cotone, soia e colza resi resistenti a erbicidi o a parassiti, prendendo le mosse dall’analisi di circa 1000 studi, 70 audizioni di esperti e 800 commenti arrivati dal pubblico. Le conclusioni sono tutto sommato rassicuranti, ma non esaltanti: gli Ogm non sono né “mostri” temibili, né piante salvamondo. Sono semplicemente piante coltivabili, che possono dare una mano in alcune condizioni e creare problemi in altre e che rispetto al tema sicurezza dovrebbero essere valutate e regolamentate una per una, in base alle loro caratteristiche specifiche e non al modo in cui sono state prodotte. Conclusioni che hanno soddisfatto molti, ma non tutti: chi si aspettava prese di posizioni più radicali, soprattutto nell’ambito della regolamentazione, attualmente oggetto di discussione negli Stati Uniti, è rimasto deluso.

Del resto per l’entomologo Fred Gould, coordinatore del rapporto, non c’era modo di risolvere la questione in modo più chiaro di come è stato fatto. Come scrive nell’introduzione, “è stato chiesto di dare al pubblico una risposta autorevole, semplice e generale sulle coltivazioni geneticamente modificate, ma data la complessità dei temi coinvolti non crediamo che una risposta di questo tipo sia quella appropriata”. Vediamo allora quali sono i dettagli emersi per ognuno degli ambiti considerati dal documento.

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Per la sicurezza degli Ogm mancano ancora studi epidemiologici di lungo periodo

  1. Sicurezza per la salute umana

Il rapporto parte dalla considerazione che è molto difficile studiare e valutare gli effetti a lungo termine di un singolo alimento sulla salute. Per di più, nel caso degli Ogm mancano ancora studi epidemiologici di lungo periodo. Detto questo, i dati disponibili dicono che le piante biotech non sembrano porre rischi particolari alla salute. Non solo: gli autori hanno confrontato l’incidenza di alcune malattie – obesità, autismo, malattie renali, celiachia e allergie alimentari – tra gli Stati Uniti, dove gli Ogm sono stati introdotti nel 1996, e l’Europa occidentale, dove questi alimenti vengono consumati solo in modo sporadico, senza evidenziare differenze. Come a dire: gli Ogm non sono coinvolti nell’insorgenza di queste malattie.

In realtà, in alcuni animali da esperimento nutriti con mangimi derivati da colture ingegnerizzate sono state osservate piccole alterazioni del microbiota intestinale (l’insieme di microrganismi che vive in simbiosi nel nostro organismo), ma  niente fa pensare che, anche se nell’uomo si verificassero queste alterazioni, si  potrebbero riscontrare gravi conseguenze. Sembra invece che in alcune aree ci siano state ricadute positive indirette sulla salute, grazie alla riduzione dell’uso di insetticidi, potenzialmente pericolosi.

Il documento, inoltre, sottolinea che in futuro altri Ogm, in grado per esempio di apportare livelli più elevati di vitamine o altri nutrienti – pensiamo al riso arricchito in beta carotene – potrebbero avere effetti molto positivi sulla salute di milioni di persone nel mondo. Ma è ancora tutto da dimostrare.

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Alcuni problemi non sono dovuti agli Ogm in sé, quanto a un loro uso improprio
  1. Ricadute sull’ambiente

La conclusione generale è di nuovo tranquillizzante: “non ci sono evidenze definitive di una relazione causa-effetto tra uso di varietà Ogm e problemi ambientali”. Anche in questo caso, però, servono ulteriori studi, per esempio per chiarire del tutto un eventuale ruolo, che al momento sembra escluso, delle piante ingegnerizzate nel declino delle popolazioni di farfalla monarca. Ancora una volta, i dati disponibili evidenziano aspetti positivi e negativi.

Per esempio: in alcune aree è stato documentato che l’introduzione di raccolti resistenti ai parassiti ha portato a una riduzione dell’impiego di pesticidi, con aumento della biodiversità locale. Viceversa, in certe circostanze l’impiego di Ogm resistenti agli erbicidi ha portato a un uso eccessivo di queste sostanze, in particolare glifosato, con comparsa di infestanti resistenti agli erbicidi stessi. Secondo gli autori, però, questo non è un problema dovuto agli Ogm in sé, quanto a un loro uso improprio. Il punto è che esistono strategie precise per contenere e gestire il fenomeno della resistenza: se non vengono seguite, le cose si complicano. Quindi, conclude il rapporto, “se si vogliono usare questi Ogm, bisogna fare in modo che siano applicati, magari anche attraverso sistemi di incentivi, approcci adeguati alla gestione delle resistenze”.

Una delle preoccupazioni maggiori in campo ambientale è la possibilità che i geni estranei inseriti nelle piante biotech riescano a trasferirsi anche nelle varietà naturali. Il rapporto ricorda che questo effettivamente è successo – per esempio c’è stato il passaggio del gene della resistenza agli erbicidi tra piante di erba medica ingegnerizzate e piante comuni – ma non ci sono prove che abbia avuto effetti negativi sull’ambiente.

Infine, gli esperti delle accademie americane sottolineano che, in futuro, le biotecnologie agrarie potrebbero avere un ruolo nello sviluppo di varietà tolleranti alle sfide poste dal cambiamento climatico, anche se modificare una pianta per conferirle per esempio resistenza alla siccità è molto più complesso che modificarla per conferirle resistenza a un insetto.

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Gli Ogm non possono essere considerati piante miracolose

3. Aspetti economici

Anche in questo caso, il primo dato riportato è che mancano studi esaustivi sugli effetti sociali ed economici della coltivazione di Ogm. Le indagini disponibili dicono che l’introduzione di piante biotech ha portato benefici economici agli agricoltori, ma non a tutti. Il vantaggio, dovuto alla riduzione delle perdite causate da insetti e al miglioramento nella gestione delle infestanti, è andato in particolare ai grandi coltivatori di cotone, mais, soia e colza in varie aree del mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, all’India. Per i piccoli agricoltori, molto dipende dal contesto in cui lavorano: se il paese  ha incentivato il passaggio da colture tradizionali a colture Ogm, anche con accesso al credito o altri tipi di sostegno economico, il vantaggio c’è stato. Altrimenti i piccoli, specialmente nei paesi poveri, sono sostanzialmente rimasti fuori dal gioco, perché non hanno i mezzi per acquistare le sementi ingegnerizzate e per gestire le colture in modo adeguato.

Quello che sicuramente non c’è stato, almeno negli Stati Uniti, è un significativo aumento delle rese delle colture: che sono sì aumentate, ma in linea con il trend già in corso e non quanto ci si sarebbe aspettato con l’introduzione di piante biotech. Può darsi che in altri paesi, dove l’agricoltura è meno avanzata e meccanizzata, queste nuove varietà possano avere effetti più importanti sulla resa, ma anche questo è tutto da dimostrare.

In ogni caso, è chiaro che gli Ogm non possono essere considerati piante miracolose in grado di risolvere per sempre il problema della fame nel mondo, anche perché il tema della sicurezza alimentare non dipende solo ed esclusivamente dalle singole varietà coltivate. In ballo – ricorda il rapporto – ci sono anche altri aspetti, come la fertilità dei suoli, la gestione integrata dei parassiti, lo sviluppo dei mercati, la conservazione delle derrate alimentari.

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Ogni nuova varietà di pianta andrebbe analizzata in quanto tale
  1. Regolamentare il prodotto, non il processo

Non si può fare di tutta l’erba un fascio, tanto più se l’erba è geneticamente modificata. Potremmo riassumere così il senso del rapporto delle National Academies of Sciences americane sulla questione della regolamentazione delle varietà vegetali biotech. Che, sostengono gli esperti, non possono essere considerate tutte uguali solo perché sono state ottenute in laboratorio. La sicurezza di una pianta, insomma, non dipenderebbe da come è stata prodotta, ma dalle sue caratteristiche, dalle modalità di impiego, dal contesto in cui viene inserita: un conto è una pianta di mais resistente agli erbicidi coltivata negli Stati Uniti, un altro potrebbe essere una pianta di riso arricchito in beta-carotene coltivato in India.

Quindi ogni nuova varietà andrebbe analizzata in quanto tale, indipendentemente da come è stata prodotta, per esempio attraverso l’analisi di profili genetici e molecolari. Anche perché le nuove tecnologie disponibili, come le tecniche di editing genomico che permettono di effettuare modifiche puntiformi sulla molecola del DNA, rischiano di far sfumare definitivamente i confini tra ingegnerizzazione genetica e incrocio tradizionale.

Secondo alcuni critici del rapporto, come lo scienziato editorialista di Forbes Henry Miller, questa posizione rischia di paralizzare il settore, alzando eccessivamente i costi per accedere ai processi regolatori.

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Le decisioni sulle tecnologie agrarie emergenti andrebbero condivise

  5.  Etichette

La questione delle etichette è decisamente calda negli Stati Uniti, dove uno stato, il Vermont, ha varato una legge che impone di dichiarare in etichetta la presenza di ingredienti geneticamente modificati. Per questo c’era molta attesa su quanto avrebbe dichiarato in merito il rapporto delle Accademie, che si è espresso così: da un lato non ci sono ragioni di sicurezza alimentare per prevedere l’indicazione in etichetta di ingredienti Gm, dall’altro, però, questa potrebbe essere giustificata per altre ragioni, come il diritto del consumatore a sapere che cosa contiene un alimento che acquista.

  1. L’importanza della discussione pubblica

C’è un ultimo aspetto sottolineato con forza dal documento sulle colture Gm rilasciato dalle Nas, ed è il fatto che la discussione non può essere solo tecnica e scientifica, ma deve investire molti altri aspetti: economici, sociali, culturali. Per questo, le decisioni sulle tecnologie agrarie emergenti e sulla loro regolamentazione andrebbero prese nel modo più condiviso possibile.

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  Valentina Murelli

Valentina Murelli
giornalista scientifica

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10 Commenti

  1. Diminuisce l’uso di insetticidi nel Mais Bt ma aumenta l’uso di Glifosato nella Soia, ingegnerizzata proprio per resistere a questo erbicida “totale”. Sembrerebbe che benefici e problemi si equivalgano, ma sicuramente di glifosato per forza di cose se ne consuma tantissimo nel mondo mentre gli insetticidi, seppur sicuramente più pericolosi, venivano e vengono usati cmq molto meno. Certamente questi OGM non servono all’agricoltura italiana che non ha immense praterie da trattare con gli aerei, bensì territori da cui nascono prodotti di alta qualità e specificità, in genere su superfici non estesissime se non accidentate di collina. In ogni caso con le nuove frontiere del miglioramento genico puntiforme si aprono prospettive da non demonizzare, se, ovviamente, sviluppate con metodi e scopi trasparenti (es. resistenze a siccità e malattie) e, possibilmente, controllate da istituzioni pubbliche senza fini di lucro che reimmettono le sementi o le talee in un circuito virtuoso.

    • Forse non è al corrente del problema micotossine nel mais “ogm free” coltivato nel nord Italia.
      I prodotti di “alta qualità e specificità” dell’agricoltura italiana sono raccolti dopo aver abbondantemente utilizzato agrofarmaci ovvero insetticidi e fungicidi; questo perché i patogeni delle piante attaccano senza chiedere il permesso e la resistenza naturale delle piante da consumo alimentare è limitatissimo se non inesistente. Gli ogm come il mais bt farebbero un gran comodo all’agricoltura italiana ossia al comparto dell’allevamento di vacche da latte e delle produzioni da carne. Le produzioni anche DOP (parmigiano, grana, prosciutti vari) tanto care all’orgoglio italiano vanno avanti a soia e mais ogm importati perché la produzione mondiale va in quella direzione e non vi sono problemi con le micotossine.
      Gente, non basiamoci sui pregiudizi acquisiti da tanti anni di informazione spiccia ma cerchiamo di conoscere a fondo le cose come funzionano e che risvolti hanno a livello globale.
      Gli ogm non sono tutti uguali, e nonostante le commodities siano controllate da poche aziende (ma così come le sementi tradizionali) perché la ricerca pubblica anni fà in questo senso è stata discriminata e abbandonata da politiche ipocrite, ci sono tanti progetti nelle università.

    • Per Ale
      Bè se vogliamo essere precisi e corretti diciamola tutta , e fino in fondo, non fino ad un “certo punto”.

      Il Mais Bt è stato sviluppato per controllare la larva della farfalla minatrice del culmo Ostrinia nubilalis (piralide) grazie all’introduzione dei geni del Bacillus thuringiensis (Bt) che attaccano e distruggono le larve stesse.
      Grazie a questo effetto le rese aumentano e si riducono i marciumi e gli attacchi dei funghi del gen. Fusarium e quindi le potenziali micotossine sulla granella- FUMONISINE, soprattutto.
      Benissimo ? Sì, insomma… in Italia certamente il problema principale e ricorrente sono proprio le fumonisine, anche se va detto forte e chiaro che il problema è sorto quando è aumentata conoscenza e rilevabilità, diciamo 20 anni, va, ma prima era MOLTO PEGGIO , solo che non si sapeva, bella consolazione.
      Ma con le primavere-estate sempre più torride si sono create in campo situazioni termiche favorevoli ad un altro incubo: LE AFLATOSSINE (da Aspergillus FLAvum), di una pericolosità estrema già a dosi infinitesimali e di facile passaggio nel latte, e per quelle, mi spiace per il grande oncologo pro-OGM, NON C’E’ Bt che tenga. Quindi MENO FUMO(nisine)! La realtà è complessa , soprattutto se si è TRASPARENTI.
      Per finire TANTISSIME COLTURE VOCATE AL TERRITORIO non hanno bisogno di bagni di insetticidi e fungicidi: il Grano Duro al Sud , tanto per citare la più importante .
      E poi decine di colture prodotte in biologico, qualche € in più per la salute dei nostri figli e del territorio sono sacrosante e chiudono in bellezza tanti dibattiti da talchsciò.

  2. la mia modestissima opinione, sul tema OGM, ritiene lo stesso un argomento molto vasto, ma mai rassicurante, stante la mancanza di studi approfonditi circa gli effetti sulla salute e sull’ambiente nel lungo termine. inoltre, c’è sempre da tener presente se, nella pubblicazione di queste analisi, siano stati coinvolti scienziati e ricercatori che abbiano avuto in passato, o hanno tuttora, legami con le multinazionali dell’ingegneria genetica applicata alla catena alimentare e non.

    • Scienziati e ricercatori nel mondo occidentale, dall’Illuminismo antisuperstizione clericale in poi, hanno permesso un immenso benessere condiviso in meno di 2 secoli a miliardi di persone che altrimenti non sarebbero nemmeno nate.
      Gli stessi scienziati e ricercatori studiano e verificano eventuali problemi e migliorie nella stragrande maggioranza dei casi con intenti positivi.
      Scienza e Ricerca non sono parole che piano piano debbano assumere valenze di slogan denigratori populisti a prescindere.

      Striscia la Notizia et similia fanno tanta “simpatica” audience su questa aggressione al cd “potere” (da che pulpito, poi) ma ancora debbono scusarsi per le vergognose grancasse delle Staminali e Dei metodi Di Bella

  3. Guardate “le monde selon Monsanto” e poi mi venite a dire se gli studi che dicono che gli OGM non fanno male e sono “sicuri” vi ispirano ancora fiducia.

    • Andrea,
      ha espresso lei con chiarezza quale è il principale problema nel dibattito su gli ogm, ovvero se “ispirano ancora fiducia” o no. Il tema è molto vasto e veramente in giro si trova qualsiasi opinione, ed è difficile per la persona comune districarsi tra chi dice tutto e il contrario di tutto.
      Purtroppo come lei citava il problema è capire se “ispirano” fiducia, e non capire come funzionano veramente e qual è lo scopo di modificare un gene di una pianta.
      Le racconto una storia: io coltivo pesche, ed ogni stagione sono costretto a fare dei trattamenti fitosanitari perché un fungo colpisce le piante facendo avvizzire le foglie e marcire precocemente i frutti. Esiste un pesco selvatico (i cui frutti sono piccoli e immangiabili) che non viene attaccato dal fungo, cioè mostra una resistenza naturale all’agente patogeno in questione. In una università italiana (pubblica), nella facoltà di agraria, hanno studiato il problema che affligge i miei e tutti i peschi coltivati, riuscendo ad individuare il gene che fa sviluppare la resistenza nel pesco selvatico.
      Il fine è far acquisire la resistenza al mio pesco che fa frutti dolci e succosi, da una pianta che invece fa frutti duri e aspri. Le hanno fatte incrociare ma l’ibrido che ne nasce non corrisponde per niente a ciò che ci aspetterebbe, fa frutti che sono l’espressione del genoma di entrambe le piante, ha acquisito sì la resistenza ma fa frutti immangiabili. Mi dicono che ci vorranno più di dieci anni di incroci per poter ottenere una pesca decente.
      Una università canadese ha studiato anche lei il problema che affligge i peschi e di conseguenza i coltivatori locali; ha visto il lavoro pubblicato dall’università italiana e può in tempi brevi risolvere la questione. Hanno trasferito unicamente il gene che fa sviluppare la resistenza nel pesco selvatico, nel genoma del pesco che coltiviamo noi in Italia e i locali. Risultato: il pesco fa frutti identici ma resiste all’agente patogeno, facendo risparmiare numerosi trattamenti con agrofarmaci. Tra quindici anni l’università italiana riuscirà a ottenere un pesco quasi identico a quello che oggi coltivano in Canada.
      Guardi, sono riuscito a parlare di ogm senza citare monsanto, complotti e disastri. I ricercatori italiani di università pubbliche e non fanno lo stesso da decenni oramai, ma si scontrano contro un’opinione pubblica che non è in grado di capire il loro lavoro.

  4. Non so se lei abbia visto il documentario citato sopra ma se lo avesse visto capirebbe i motivi di tale diffidenza se, come si è visto, quando ricercatori seri ed indipendenti arrivano a risultati che disturbano quelli che vorrebbero far credere gli OGM come la soluzione miracolo e soprattutto senza rischi, vengono letteralmente fatti fuori dal loro mondo professionale e minacciati.
    Con un mondo dove l’interesse privato e i soldi vincono sul bene pubblico, la salute e l’ambiente e dove i conflitti di interesse non risparmiano istituzioni pubbliche e autorità che dovrebbero tutelare il cittadino dai rischi delle grosse multinazionali è più che lecito diffidare.

  5. @ Fabrizio, @ Ale, non sto a discutere sulla possibile bontà degli obiettivi a cui si tende attraverso uno studio e una ricerca di qualche brava università o di qualche laboratorio privato, ma cerchiamo di inquadrare un po’ il tema a livelli più generali. cosa stiamo osservando oggigiorno nel mondo? l’azione di grossi enti privati, molto potenti economicamente, che concentrano i loro sforzi nel promuovere prodotti (risultati dei loro investimenti) che impoveriscono la biodiversità e che trasformano a sistema la condizione di sostenere le produzioni con pesticidi (vedi glifosato) sul cui consumo lucrano abbondantemente. il loro fine ultimo, spacciato come progresso per l’umanità, come la favola della lotta alla fame, non è certamente leggibile come un beneficio per tutti, perché si scontra con il pericoloso impoverimento della biodiversità (basta informarsi su quante varietà di grano coltivano negli USA in confronto con l’Italia, per esempio), con la formazione di piante infestanti resistenti ai pesticidi, con la moltiplicazione di luoghi e sottosuolo contaminati, con una lunga lista di sospetti legami con varie allergie e malattie (senza contare che il trasferimento di un gene da un essere vivente ad un’altro di specie diversa, non si traduce automaticamente nella produzione di una ed una sola sostanza voluta nel nuovo ambito in cui si trova a funzionare, ma può benissimo interagire con altri geni e mettere in circolo dell’altro, anche in via occulta) ecc. ecc. il loro fine ultimo è solo un ritorno economico (enorme), senza badare, anzi, contestandoli in ogni maniera, agli effetti collaterali sviluppati. quindi, non disconosco il valore della scienza e dell’apertura di nuovi orizzonti alla conoscenza dell’umanità, ma mi interessa anche sapere per quale via essa passerà.

  6. @ Luigi. Mi sembra che il report risponda ad alcuni dei suoi dubbi, se lei si fida naturalmente, perché in definitiva la questione è questa: é il mainstream della scienza completamente asservito agli interessi economici delle multi? Molti “dubbi” sugli OGM sono così ideologici che nessuna ricerca li sopirà mai. En passant sulla biodiversità si rischia di guardare il proprio dito: è l’agricoltura intensiva che puó essere la causa di una diminuizione di biodiversità. Gli OGM sono ininfluenti perché al livello delle attuali tecniche non si fa altro che aggiungere (con difficoltà) il gene a varietà pre-esistenti. Come fa notare la review siamo ben distanti dal poter ingegnerizzare caratteristiche inerenti direttamente la produttività che é ancora il risultato delle tecniche di ibridazione classiche. Il Gliphosate é scaduto di brevetto, costa poco, ha una tossicità acuta risibile e ci sono 400 produttori circa (ho letto); l’ideale di Monsanto sarebbe poterlo sostituire con un prodotto brevettato e molto più costoso, solo suo, se non ci è ancora riuscita è probabilmente perché superarlo, in quanto a caratteristiche positive, é molto difficile. Certo, potremmo darle una mano proibendolo su vasta scala… Il problema sta nel suo uso in eccesso, seguendo l’attitudine tradizionale per cui di più é meglio, vedi antibiotici, che stanno creando enormi problemi (anche a livello di depurazione acque a quanto comincio a trovar scritto) per le resistenze e forse tra un po’ troveremo che qualcuno di loro agisce anche come interferente endocrino ma nessuno si sogna di proibirli, semmai di modularne l’uso. Riguardo all’inquinamento di falde e acque superficiali, innegabile, e preoccupante spt perché misto, faccio notare che il metabolita del glyphosate, l’AMPA è un prodotto di degrazione anche dei detersivi. Per un’opinione controcorrente: http://www.risoitaliano.eu/il-pericolo-e-la-ragione/
    Saluti