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Ingredienti artificiali inaccettabili: la catena statunitense Panera Bread ha compilato una black list. Ma quanto contano se un panino contiene mille calorie?

iStock_000019377389_Small(1)La catena di bakery-café Panera Bread, che negli Stati Uniti gestisce  1.800 locali, ha pubblicato una lista di oltre 150 ingredienti artificiali giudicati “inaccettabili”, che ha già eliminato dai propri menù o che lo saranno entro la fine del 2016. La lista, compilata con la consulenza di scienziati ed esperti esterni alla compagnia, comprende coloranti, aromatizzanti, dolcificanti e conservanti, alcuni dei quali non sono mai stati utilizzati da Panera.Il fatto ha destato un certo scalpore perchè è la prima catena di ristorazione Usa ad assumere un’iniziativa di questo tipo. Nel presentare l’iniziativa, la società ha pubblicato sul sito un video, in cui chiede ad alcune persone di pronunciare il nome complicato di alcuni ingredienti artificiali, concludendo che se un nome è difficile da pronunciare non deve essere nel loro cibo.

 

Questo aspetto ha sollevato le critiche del Center for Science in the Public Interest (CSPI), che – pur plaudendo all’eliminazione di coloranti come Yellow 5 e 6, e Red 40, di oli parzialmente idrogenati, dell’antiossidante butilidrossianisolo e di altri ingredienti – osserva che il solo fatto che qualcosa sia artificiale o abbia un nome difficile da pronunciare non significa che sia pericolosa. Secondo il CSPI, alcuni degli ingredienti che Panera ha messo nella lista degli “inaccettabili”, sono assolutamente innocui, come il proprionato di calcio e il lattato di sodio, e la loro rimozione ha più a che fare con le public relation che con la salute pubblica. Il CSPI , dopo aver stigmatizzato che Panera abbia dimenticato di  ricordare la presenza di alcuni  ingredienti della lista  nelle bevande, osserva che un panino di  mille calorie mangiato presso un locale della catena  e una bibita da 460 calorie, gli additivi dovrebbero essere l’ultima delle preoccupazioni.

 

Beniamino Bonardi

© Riproduzione riservata

Foto: iStockphoto.com

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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