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Via le bibite dalle scuole, la Sicilia come gli Usa propone spremute e succhi. I produttori sono già in rivolta

La Sicilia come gli Stati Uniti. La giunta regionale ha appena annunciato di aver inserito nella finanziaria, che dovrebbe essere approvata a breve, una serie di norme volte a promuovere i prodotti locali e, quasi come se fosse un effetto collaterale, ad agevolare l’adozione di abitudini più sane. Per questo motivo nelle scuole sarà vietata la distribuzione di bibite gassate e permessa solo quella di spremute, frutta in pezzi e altri prodotti tipici.

Il provvedimento – che ricalca quanto già avviene in 14 Stati americani – è stato annunciato pochi giorni dopo la pubblicazione di uno dei più grandi studi sull’argomento, condotto in 40 stati americani e apparso sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine . La ricerca pone pesanti dubbi sull’efficacia di queste azioni, dimostrando che servono a poco. A meno che i ragazzi, fuori casa, non abbiano facile accesso alle bevande zuccherate.

Gli autori, pediatri e nutrizionisti dell’Università dell’Illinois di Chicago, hanno analizzato le abitudini a scuola e fuori di 6.900 studenti delle medie e dei primi anni delle superiori. E hanno scoperto così che non ci sono differenze nel consumo globale di bevande zuccherate (gassate e non) se lo Stato in cui risiedono ha bandito solo i drink gassati o se non ha adottato provvedimenti specifici. In entrambi i casi il 66,6% dei partecipanti afferma di avere normalmente accesso alle bevande, e una percentuale quasi identica (28,9 e 26% rispettivamente) di comprare abitualmente drinks.

La situazione migliora leggermente quando il divieto è totale: in quel caso, i ragazzi consumano il 15% in meno rispetto ai coetanei degli altri Stati. Ciò che preoccupa sono i dati generali:  l’85% afferma infatti di consumare almeno una bevanda zuccherata alla settimana, e un numero che oscilla tra il 26 e il 33% di farne un uso quotidiano.

Anche su questo studio, come su altri usciti negli ultimi mesi,  è divampata subito la polemica, con scambi di accuse infuocate. La potentissima American Beverage Association (Aba), ha ricordato che dal 2004 a oggi l’apporto calorico fornito ai ragazzi tramite le bevande è sceso dell’88% proprio perché i produttori hanno via via aumentato l’offerta di latte, succhi di frutta non zuccherati e acqua, a scapito delle bevande dolci.

E ha ribadito che l’obesità non dipende dai drink e che puntare il dito su un solo alimento è assurdo. Tuttavia, secondo molti altri (tra cui  gli autori di questo studio), i dati dimostrano che bisogna fare molto di più, riducendo in modo drastico l’accesso ai drink zuccherati (come peraltro richiesto a gran voce da tutte le associazioni scientifiche di pediatri e specialisti dell’obesità), con un approccio più globale, per aiutare i ragazzi a cambiare radicalmente abitudini a scuola e a casa.

Curiosamente, la vicenda siciliana sta ricalcando la guerra in atto negli Stati Uniti, in maniera talmente fedele da sembrare quasi un adattamento nostrano. A poche ore dall’annuncio dell’assessore siciliano Centorrino, Assobibe è uscita con un comunicato che sembra la traduzione di quello dell’Aba. «I soft drink non sono i responsabili dell’obesità. In letteratura non esistono evidenze scientifiche che attestino una relazione diretta tra consumo di bevande analcoliche ed incremento dell’obesità».

Un’affermazione quantomeno azzardata, poiché di studi negli ultimi anni ne sono stati pubblicati decine che indicano l’esistenza di un legame diretto tra consumo di bevande zuccherate e sovrappeso od obesità. Su questi studi le società scientifiche di tutto il mondo hanno basato le proprie raccomandazioni, tutte contrarie a questi prodotti per bambini e ragazzi. Basti ricordare che una lattina di soft-drink in media contiene tutto lo zucchero necessario per un’intera giornata, ed è improbabile che chi la beve non assuma zucchero in altro modo per tutto il resto del giorno.

Un altro elemento che colpisce è la scelta di Assobibe di usare nel comunicato quasi le stesse parole degli americani: «La demonizzazione di un solo alimento non è la risposta appropriata a un problema di salute come l’obesità, che ha una genesi complessa, certamente multifattoriale e che richiede un approccio olistico».

Sull’ultima parte non ci possono essere dubbi. Nessuno negli Stati Uniti, in Sicilia o nel resto del mondo, ritiene che l’obesità dipenda esclusivamente dalle bevande zuccherate, o che eliminarle dalla dieta sia di per sé sufficiente ad avere cittadini filiformi. L’argomento, identico a uno dei must dell’Aba, non regge e  fa risaltare  le contraddizioni di chi difende interessi legittimi, ma  poco affini alla salute dei bambini.

L’aumento di peso, ormai lo si è dimostrato al di là di ogni dubbio, si può combattere in modo efficace solo con l’adozione di uno stile di vita sano, che preveda una giusta alimentazione e un buon livello di attività fisica.

Ma le corrette abitudini sono fatte appunto da gesti e consuetudini che singolarmente non bastano, ma che nel loro insieme possono fare la differenza. Per quanto riguarda la questione delle bevande a scuola, varie ricerche hanno mostrato che più un bambino (ma anche un adulto) è abituato ad abbinare un succo di frutta zuccherato o un soft drink alla merenda, più è portato a ritenere che sia normale accompagnare ogni pasto non con l’acqua, ma con bibite saporite e dolci. Il  gusto così si abitua al dolce o al salato, rendendo assai arduo tornare all’acqua.

Favorire l’adozione di corretti comportamenti alimentari passa anche da qui. Togliere dalle scuole i distributori non avrà un effetto macroscopico, ma può dare un contributo, soprattutto se il provvedimento è inserito in un percorso di  sana alimentazione, tanto dei ragazzi quanto dei genitori.

Agnese Codignola

foto: Photos.com

 

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