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Troppo difficile capire le etichette dei prodotti alimentari, lo sostiene un’indagine firmata Total Quality Food e SWG

Il 96% degli italiani legge le etichette e il 70% si fida dei prodotti esposti sugli scaffali se sono firmati dalle catene dei supermercati. Questi sono alcuni dei dati più interessanti che emergono dall’indagine commissionata da Total Quality Food, (società di consulenza per le imprese specializzata nel settore agro-alimentare), all’Istituto SWG di Trieste e presentata a Verona il 19 aprile scorso.

 

La necessità di capire qual è la percezione dei consumatori di fronte alle etichetta alimentari è scaturita dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo il 12 dicembre scorso, che ha delineato numerosi cambiamenti per le diciture e le indicazioni riportate sulle confezioni. Con la recente legislazione, a partire da dicembre del 2014, le industrie saranno chiamate a rispettare diversi obblighi, ma avranno anche nuove opportunità utili per il marketing. L’indagine quantitativa è stata realizzata tramite interviste on line dal 13 al 16 marzo 2012, su un campione di 600 persone distribuite in modo omogeneo sull’intero territorio nazionale.

 

La ricerca ha rilevato che tra gli intervistati che leggono l’etichetta, il 70% si interessa soprattutto delle informazioni presenti su latticini, formaggi e surgelati, cui seguono biscotti, merendine e carne confezionata (62%), succhi e bevande (61%) e salumi in busta (60%) mentre solo il 39% mostra interesse per la pasta. C’è però anche un 4% di persone che ignora completamente le scritte.

 

Concentrando l’attenzione sui prodotti alimentari, più della metà del campione considera poco leggibile buona parte delle etichette. Ma anche quando i caratteri tipografici risultano chiari, il 65% le considera comunque poco comprensibili.

 

Un dato, forse preoccupante su cui vale la pena soffermarsi, riguarda la fiducia dei consumatori sulle informazioni relative ai prodotti. Una percentuale variabile dal 30% al 60% del campione non crede alle diciture: soprattutto quando si parla di naturalità (60%) e quando si fa riferimento alla quantità di frutta contenuta (54%). Per quanto riguarda l’assenza di coloranti e conservanti e la certificazione biologica, i diffidenti sono un po’ più della metà (52%). Meglio le informazioni nutrizionali che sono ritenute veritiere da due terzi degli intervistati.

 

Ma anche le persone più accorte non leggono tutto visto che l’attenzione si dirige in particolare su: data di scadenza, condizioni di conservazione ed ingredienti. Per quanto riguarda le aziende e la loro affidabilità, i consumatori preferiscono marchi e imprese italiane in particolare i prodotti firmati dalle catene di supermercati (private label). Un ruolo importante riguarda l’origine. Quando viene chiesto quali contenuti dovrebbero esserci in etichetta, gli intervistati mettono al primo posto l’origine degli ingredienti, seguita dalla presenza di allergeni, dalla descrizione del prodotto e dal valore nutrizionale.

 

L’indagine ha approfondito anche il livello di conoscenza dei consumatori sul tema delle allergie alimentari, chiedendo di indicare, su una lista di allergeni fornita, quali conoscessero.  I più noti risultano: latte e derivati, glutine e crostacei, mentre sono poco conosciuti il sedano, i lupini e la senape. Un aspetto interessante evidenziato dalla ricerca è la richiesta da parte dell’80% delle persone di trovare in ristoranti, trattorie, bar e fast food, informazioni dettagliate sulle calorie e i valori nutrizionali dei piatti serviti. La percentuale sale all’86% quando si parla di mense.

 

Tornando al regolamento comunitario la nota dolente è che meno della metà del campione conosce la nuova normativa sulle etichette dell’Unione Europea. Ma tra gli intervistati emerge la convinzione che questa sarà rispettata maggiormente dalla categoria dei private label, forse perché ritenuta più soggetta a controlli.

 

Valeria Nardi

Foto: Photos.com

  Valeria Nardi

Valeria Nardi
giornalista redazione Il Fatto Alimentare

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