La deforestazione si può bloccare quando diventa un elemento decisivo per il marketing. Quando è il mercato a chiede la sostenibilità, questa si impone molto più velocemente rispetto ai progetti culturali basati sul rispetto dell’ambiente. Il caso del Brasile è esemplare. Lo illustra, su Conservation Letters, un gruppo di ricercatori appartenenti all’Amazon Institute of People and the Environment (IMAZON) brasiliano, alla National Wildlife Federation americana e quelli della Washington University di Madison, sempre negli Stati Uniti, perché lì la situazione sta cambiando molto più in fretta del previsto.

Lo studio sulla deforestazione in Brasile

Gli autori hanno analizzato quanto accade oggi nello stato del Parà, uno dei più grandi del Brasile dove la percentuale di ettari di foresta pluviale è molto  estesa, e dove negli anni scorsi maggiori sono stati registrati notevoli danni all’ambiente. I dati sono stati poi confrontati con la situazione esistente prima   del 2009. In quell’anno su impulso di Greenpeace Brasile e con il sostegno del governo, è stato firmato, da produttori e acquirenti, lo Zero Deforestation Agreement, un patto che impegnava a non tagliare più  le foreste per fare spazio agli allevamenti. L’accordo prevedeva l’iscrizione in un elenco di tutti i soggetti interessati, la  verifica dell’impatto ambientale sulle adiacenti zone vergini, e impegnava  le industrie a non acquistare carne  proveniente da fattorie che avevano danneggiato o abbattuto ettari di giungla.

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Non potendo vendere carni di animali cresciuti in zone di ex foresta, non ha senso andare avanti con la devastazione

Lo Zero Deforestation Agreement

L’evento determinate è stato l’adesione al trattato dei tre dei principali produttori di carne: JBS (la più grande azienda al mondo per il commercio di bovini), Marfrig e Minerva; in particolare, JBS ha iniziato subito a mappare tutti gli allevamenti dai quali proveniva la carne acquistata, a coinvolgere gli allevatori per capire quanto erano disponibili a non toccare più le foreste pluviali per fare spazio agli animali, e a utilizzare metodi standardizzati per instaurare un monitoraggio costante degli animali.

Tutto ciò ha rapidamente convinto i piccoli allevatori a modificare le  abitudini, e i risultati sono arrivati. Prima del trattato, solo il 2% degli allevamenti era registrato (come peraltro imporrebbe una legge approvata nel 2006), ma nei primi cinque mesi dopo la sigla del trattato, nel 2009, gli iscritti erano il 60%, e secondo gli autori nel 2013 l’adesione era pressoché totale.

Interessanti anche le opinioni degli allevatori: secondo JBS,  l’85% dei propri fornitori si era dichiarato disponibile a uscire allo scoperto (e a entrare nella legalità) pur di continuare a vendere animali e carni a un marchio così importante. Inoltre, se nel 2009  solo 4 fornitori su 10 dichiarava  di aver effettuato una o più deforestazioni nell’anno precedente, nel 2013 tale numero era sceso a 4 su 100, perché non potendo poi vendere carni di animali cresciuti in zone di ex foresta, non avrebbe avuto senso andare avanti con la devastazione.

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Le grandi aziende si stanno impegnando a interrompere la deforestazione, perché è ciò che vuole il mercato

La deforestazione rallenta ma resta molto da fare

La tendenza, si legge ancora nel rapporto, è in atto in tutto il paese, ed evolve molto rapidamente, anche nelle aree più remote. Molto resta ancora da fare. La prima misura è un’intensificazione delle verifiche sul campo, perché i grandi produttori che riforniscono i colossi si servono da allevatori di dimensioni medie e piccole, che nessuno controlla. C’è il rischio che tutto continui come prima, purché l’ultimo anello della catena, cioè l’azienda che vende al marchio più grande, sia “pulito”. Per ridurre questo pericolo, gli esperti di IMAZON indicano tre provvedimenti urgenti: coinvolgere tutti gli allevamenti, anche i più piccoli, nella catena di controllo; includere tutti coloro che lavorano e confezionano la carne a monitorare i propri fornitori ; aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica attraverso informazioni più chiare e trasparenti sulle aziende che vendono carne.

L’accordo potrebbe essere esteso adottando provvedimenti analoghi a quelli presi da McDonald e Walmart, che hanno deciso di non comprare più carne ottenuta da animali nutriti con soia coltivata in zone provenienti da aree deforestate. Secondo gli autori le grandi aziende, dopo aver approfittato per decenni della situazione, stanno cambiando orientamento molto in fretta, e si stanno impegnando a interrompere la deforestazione. Perché questo è ciò che vuole il mercato.

© Riproduzione riservata Foto: iStockphoto.com

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Sergio
Sergio
21 Maggio 2015 13:52

Non mi piace l’idea che la deforestazione venga fermata dal profitto anzichè dal buonsenso. Significa che se domattina i mercati cambiano e per qualche motivo “tira” abbattere la foresta amazzonica, possiamo anche dirle addio.
Però cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno, è comunque una bella notizia.

MAurizio
MAurizio
21 Maggio 2015 17:53

In italiano. I grandi produttori (che, verosimilmente hanno GIA’ pascoli a sufficienza) aderiscono alla moratoria per EVITARE di perdere i mercati acquisiti. Gli altri (i piccoli che magari vorrebbero allevare qualche vacca in più) si fregano. Come dire: il monopolio questo sconosciuto ?

Marco
Marco
29 Maggio 2015 14:33

Il mercato è fatto da persone per le persone, non è un fine!