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Il cioccolato crea dipendenza? Ne parla in un articolo di Günther Karl Fuchs su Papille Vagabonde

Il cioccolato crea dipendenza? Il quesito è molto interessante e gli appassionati ogni tanto ne parlano volentieri.   Il  food blogger Günther Karls Fuchs di Papille Vagabonde propone un punto di vista molto  interessante che vi proponiamo.

La maggior parte delle persone crede che l’atto del mangiare sia un comportamento cosciente e volontario e chiunque con lo sforzo della volontà, o meglio il controllo cognitivo, possa gestire la propria alimentazione e il proprio peso. Questo è vero solo in parte: si tratta di un sistema più complesso che coinvolge meccanismi neurobiologici, psicologici e culturali. Ci sono alcune alterazioni dell’umore come la noia, lo stress e la depressione che possono innescare l’assunzione d’alimenti solo per il piacere del gusto. In alcuni casi si arriva a parlare di vera e propria dipendenza, tanto che ci spinge a mangiare anche quando c’è la mancanza dello stimolo della fame. Infatti, a essere consumati nei nostri momenti di noia, stress e depressione sono snack e non frutta o verdura. Snack come patatine fritte, taralli, pizza, craker o alimenti dolci come gelati, cioccolati, bignè, torte, biscotti.

Ci sono alcuni alimenti particolarmente gradevoli al palato, ricchi di un mix di sale, grassi e zuccheri, che possono creare una dipendenza, attivando sistemi di ricompensa del cervello che mettono in crisi il nostro controllo cognitivo. I nuovi prodotti alimentari si muovono su questo mix: qualcuno ricorderà che abbiamo parlato di alimenti multisensoriali, come i pop corn caramellati, il gelato salato. Inoltre, ci sono anche molti ingredienti che vengono inseriti nei prodotti alimentari con lo scopo d’esaltare il gusto, di stimolare quelle zone del cervello legate al piacere, al fine di creare una maggiore preferenza.

A dire il vero abbiamo da sempre dei tradizionali alimenti che mandano in crisi il nostro controllo cognitivo sull’alimentazione: sono gli alimenti ricchi di zucchero e il cioccolato. Se nelle persone normopeso è presente una dipendenza da alimenti nelle percentuali del 5-10%, nelle persone obese questa percentuale sale del 40%. Alcuni anni fa il neuroscienziato Serge Ahmed dimostrò in uno studio sperimentale che, tra bevanda allo zucchero e cocaina, le cavie erano diventate più dipendenti dallo zucchero rispetto alla cocaina. È riconosciuto che il cioccolato genera, o meglio stimola, nel nostro cervello il circuito della ricompensa e del piacere.

Mi trovavo casualmente all’11° Congrès International d’Addictologie de l’Albatros a Parigi, dove Rafael Maldonado, professore di farmacologia all’Università Pompeu Fabra di Barcellona, ha portato un lavoro interessante sulla dipendenza dal cioccolato. Su due gruppi di cavie, uno alimentato senza cioccolato e uno nutrito con alimenti con gusto al cioccolato, tutti i soggetti nel gruppo di quelli esposti al gusto cioccolato hanno mostrato una gradevolezza al gusto, ma solo il 22 per cento, circa 1 su 5, è diventato dipendente dal gusto. Questo sembra volerci dire che la dipendenza è anche una questione di sensibilità individuale. Non tutte le cavie sono diventate dipendenti dal cioccolato, come mai?

Forse la spiegazione ci arriva da un altro studio, sempre presentato durante il convegno sulla dipendenza anche da altre sostanze: si è formulata l’ipotesi che un background genetico possa favorire la dipendenza alla cannabis. Ad essere coinvolto è il gene che regola il nostro orologio interno (HES7). Sembra che una variante di questo gene possa favorire una predisposizione alla dipendenza di questa sostanza. Tra i comportamenti sentinella ci sono i disturbi del sonno, che sono frequentemente associati con l’uso di cannabis.

I lavori presentati rendono lecito chiedersi se le dipendenze di qualsiasi tipo e genere possano avere una base o meglio un background genetico, per alcune come i prodotti a base di cannabis, abbiamo visto che questa relazione è possibile. Non escludo che anche nella dipendenza dal cioccolato ci possa essere lo stesso meccanismo d’azione, anche se secondo me incidono più gli aspetti psicologici e neurologici, e sono questi da trattare quando una preferenza si trasforma in una dipendenza che può generare una patologia. Dopo avere passato la vita alla ricerca di comportamenti virtuosi, sono arrivato a delle nuove conclusioni: sono per la felicità individuale, come diceva Oscar Wilde “il segreto della felicità è cedere alle tentazioni”, con un minimo di controllo cognitivo, un quadratino al giorno e qualche volta anche due!

Günther Karls Fuchs blogger di Papille vagabonde

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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3 Commenti

  1. il segreto della felicità è cedere alle tentazioni”.

    Eh, eh….. Perchè hai stravolto l’aforisma che ritengo fondamentale di O. Wilde?
    Sono appassionato di Wilde da quando avevo 15 anni ( ne ho 60) e lo leggo da sempre, specialmente gli aforismi che sembrano divertenti. ma fanno molto pensare.
    L’aforisma in questione è:

    “POSSO RESISTERE A TUTTO, MENO CHE ALLE TENTAZIONI!”. un pochino diverso non credi.

    Come quel tal politico che citando un imprenditore diceva:
    “Un video che racconta falsità quando è virale diventa verità”. Mentre, invece, l’imprenditore aveva detto:

    “Quando un video (virale) raccontà falsità, smette di essere virale”. Un “pochino” diverso anche qui.

    E’ giusto citare, però esattamente, sia le fonti, sia le citazioni. In caso contrario nascono dubbi sull'”affidabilità”.

    Have a nice day!
    Ronnie

  2. Non è un segreto neurologico che le dipendenze sono diverse per ognuno e “dipendono” dalla produzione endogena genetica e/o acquisita di endorfine.
    In carenza di queste, c’è necessità di fonti esterne da sostanze stimolanti e gratificanti. Il cioccolato è un ottimo integratore per la produzione surrogata di endorfine, quando mancano altre fonti più dirette ed endogene.