Nutrizione

Cibo e alcol: secondo una studiosa americana esistono analogie tra gli eccessi alimentari e le dipendenze

Il cibo può provocare dipendenza? A questa domanda, posta da diversi esperti in seguito al riscontro di dati che sembrano suggerire l’esistenza di analogie tra la difficoltà a limitare l’apporto di cibo e quella ad assumere droghe o alcol, non è stata ancora data una risposta univoca. Tuttavia, secondo alcuni neurologi e neuroendocrinologi, sotto molti punti di vista è proprio così: il desiderio di mangiare oltre il necessario, anche quando si è ben consapevoli dei potenziali danni legati agli eccessi, è paragonabile all’impulso che spinge i consumatori abituali di droghe o alcolici a cercarne sempre di più, fino a non poterne fare a meno.

 

Tra i sostenitori di quest’impostazione, che se confermata potrebbe avere ricadute molto importanti sull’approccio a tutto il problema dell’obesità e del sovrappeso, vi è Nora Volkow, direttore del National Institute on Drug Abuse, che nei giorni scorsi ha tenuto un seminario alla Rockfeller University durante il quale ha fatto il punto sulle ultime novità e spiegato su che cosa basa la sua convinzione. Come raccontato da Time, il primo indizio giunge dai numeri: secondo tutte le statistiche – ha spiegato la Volkow -  più di un americano su tre tra coloro che hanno già compiuto i vent’anni è obeso, e se si includono tutti coloro che sono in sovrappeso, la percentuale di chi non riesce a resistere al cibo sale ai due terzi della popolazione; per contro, le persone che possono a tutti gli effetti essere considerate dipendenti da una droga o dall’alcol sono circa il 20% della popolazione. Il cibo sembra essere una causa di dipendenza assai più potente delle droghe.

 

Poi ci sono i riscontri fisiologici. «Nelle persone che non riescono a resistere al cibo – ha spiegato ancora l’esperta – vi sono molto spesso squilibri del sistema della dopamina legati ai meccanismi della ricompensa e del piacere e, in particolare, una riduzione dei recettori D2 della dopamina, esattamente come accade nei tossicodipendenti. La carenza dei recettori D2 indebolisce la sensazione di piacere indotta dal cibo, rendendo necessaria l’assunzione di dosi sempre maggiori per ottenere lo stesso risultato».

 

Ma c’è di più. Volkow ha chiamato in causa anche la leptina, ormone rilasciato dalle cellule adipose e associato alla regolazione del senso di fame e di sazietà. «Di solito – ha spiegato – quando si è introdotto del cibo, la produzione di leptina aumenta e mangiare diventa meno desiderabile. Anche la leptina agisce sui recettori D2, ma negli obesi la leptina stessa è meno efficace, e ciò significa che l’organismo trasmette con maggiori difficoltà il messaggio: “per ora basta così”. Guarda caso, stanno aumentando le prove del fatto che qualcosa di analogo succeda anche nei tossicodipendenti, che sembrano sviluppare una insensibilità verso la leptina».

 

I punti di connessione tra i due tipi di dipendenza sembrano essere numerosi, e se ciò fosse confermato si potrebbe pensare a farmaci che abbiano lo stesso effetto tanto in chi mangia troppo quanto in chi abusa di droghe o alcol. Tuttavia esistono anche differenze significative, perché la fisiologia e la patologia dell’assunzione di cibo sono più complesse. Bisogna poi tenere presente che nella stragrande maggioranza dei casi le persone vivono in un ambiente che stimola continuamente a mangiare e ad assumere alimenti sempre più appetibili in quanto ricchi di sale, grassi, zuccheri. Si tratta di un elemento importante che incide sulla quantità di cibo assunta.

 

«È ancora presto – ha concluso Volkow – per pensare a terapie uniche anti-abuso, ma considerare i problemi del sovrappeso e dell’obesità anche da questo punto di vista può essere utile per trovare soluzioni più efficaci rispetto a quelle attuali.» 

 

Agnese Codignola

Foto: Photos.com

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