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In Usa la fiducia nel Bio sta diminuendo

Negli Stati Uniti il cibo Bio (che loro definiscono Organic), sta perdendo smalto e non è più sinonimo di salutare. Secondo un’indagine della società Mintel, che indaga gli orientamenti dei consumatori, e di cui dà conto Time, più della metà degli acquirenti ritiene che in molti casi la denominazione Biologico sia solo una scusa per aumentare i prezzi, mentre  più di un terzo ritiene ci sia la possibilità di truffe e inganni. Da che cosa arriva una tale crisi di fiducia? La dicitura infatti è regolata da norme piuttosto stringenti messe a punto nel 2002, e fino a pochi anni fa la percentuale di consumatori diffidenti era meno del 10%?

 

Billy Roberts, analista Mintel che ha redatto il rapporto, fornisce una serie di spiegazioni. «In parte questa è l’eredità di anni di sfiducia verso le aziende alimentari e il governo – spiega l’esperto – cioè conseguenza dei molti scandali che si sono susseguiti e che hanno minato alla radice la fiducia nei grandi marchi, tutti o quasi entrati in forze anche nel mercato del biologico. Se un consumatore vede alimenti Organic targati Walmart o Pepsi Cola, non si fida, anche se ne ha dei vantaggi, perché l’allargamento della concorrenza amplia l’offerta e causa un abbassamento generalizzato dei prezzi. Ma in qualche modo il biologico era garantito da due fattori: i costi elevati e la provenienza da piccole aziende, per lo più locali. Essendosi ridimensionati entrambi questi due fattori, la diffidenza è cresciuta».

 

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Se anche Pepsi si dedica al “bio”, la credibilità diminuisce

Eppure le regole ci sono, e sono stringenti, ricorda ancora Roberts. Lo US Department of Agricolture, infatti,  concede il marchio Organic solo a prodotti derivanti da aziende che non abbiamo utilizzato alimenti (mangimi o altro) GM negli ultimi tre anni, nelle quali non siano impiegati mangimi non ottenuti da materie prime non trattate e nei quali gli animali, se presenti, non siano cresciuti all’aperto. Inoltre le aziende Organic vengono ispezionate ogni anno e sottoposte a controlli di varia natura. Ma la mancanza di fiducia, secondo Roberts, non a caso riguarda più le filiere di lavorazione che quelle della produzione. “Ci sono altri motivi – continua il ricercatore: «negli ultimi anni è cresciuto a dismisura l’impiego di diciture quali naturale o artigianale, o di illustrazioni che tendono ad accreditare la visione di prodotti ottenuti non da processi industriali, con esempi anche clamorosi quali i nuggets Tyson, definiti “100% naturali». Non c’è nessuno standard minimo richiesto per apporre simili etichette, e questo, alla fine, confonde i consumatori e distrugge la credibilità di tutti”.

 

L’unica via per rimediare a questa situazione, conclude Roberts, è aumentare il livello di trasparenza in tutte le fasi, dall’allevamento alla coltivazione, alla lavorazione, dallo stockaggio al confezionamento, e fornire ai consumatori ogni possibile strumento per compiere scelte consapevoli, e per non sentirsi raggirato da operazioni meramente commerciali.

 

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vincenzo
vincenzo
25 Maggio 2015 14:55

“Negli Stati Uniti il cibo Bio …. non è più sinonimo di salutare”, infatti è così. Sono lobby entrambe, coinvolte in guerra di marketing a discapito dei consumatori.

Anna
Anna
25 Maggio 2015 15:00

E in Italia come funziona? Perché pur tentando di mangiare il più possibile sano e bio, non mi fido più di tanto della dicitura sulla confezione. Tanto per fare un esempio il miele a marca Carrefour lo trovo “normale” e bio, la provenienza è la stessa (paesi dell’est, Romania e Bulgaria mi pare) e il prezzo è comparabile. E a me sorge il dubbio che sia esattamente lo stesso miele messoin due vasetti diversi. Sono troppo diffidente io?

MAurizio
MAurizio
Reply to  Anna
27 Maggio 2015 10:16

Automatismi e condizionamenti del marketing.
Essendo “bio” DEVE costare di più. 🙂
Ma il miele bio come fa ad essere tale ? Come fai a controllare che le api prendano questo (campo bio) o quello (campo non bio) di polline ?
Ovvero quali aggiunte “non bio” si possono fare al miele ?

ezio
ezio
26 Maggio 2015 18:17

In Italia ed in Europa, bio non convive con grande (coltivazione, allevamento, trasformazione).
Negli Usa, Brasile, Cina e India è possibile, ma prematuro e non generalizzabile (Kamut può essere un esempio e un traguardo).
La chiave di volta della credibilità sta nella serietà dei controlli, che vanno eseguiti da enti statali e non da privati che lucrano, ne da agenzie lobbistiche come la FDA.
Ma prima che grandi aziende e multinazionali possano inserirsi, occorre attendre la disponibilità delle materie prime, pena il flop totale del mercato organico e biologico.

Alessandro
Alessandro
29 Maggio 2015 10:06

Una volta una mia conoscente ha acquistato delle spezie “bio” in un supermercato “bio” per poi accorgersi che provenivano dalla Cina. Niente di vietato, intendiamoci, ma quali sono le regole per le quali un cibo in Cina, o comunque “made in China” possa essere considerato “bio” secondo i nostri parametri? Il calo della fiducia dei consumatori nasce anche da episodi come questo, e non si verifica solo negli USA, ma anche da noi.

Valeria Nardi
Reply to  Alessandro
29 Maggio 2015 10:35

Le leggi che regolamentano i prodotti di origine italiana si applicano uguali a quelli dell’Unione europea o fuori dall’Unione, se vogliono la certificazione del biologico.