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Dopo il Giurì anche l’Antitrust dice basta alla pubblicità mascherata di blogger e influencer su Facebook, Instagram, YouTube …

Antitrust dice stop a pubblicità occulta di food blogger e influencer

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha inviato lettere di moral suasion ad alcuni dei principali influencer e blogger, e alle società titolari dei marchi visualizzati in questi siti senza che non indicano la natura commerciale della comunicazione. La decisione è il frutto di indagini iniziate dopo le polemiche su alcuni blogger che attraverso i social fanno pubblicità ai prodotti senza indicare la natura commerciale del rapporto. Per arginare il fenomeno della pubblicità mascherata anche l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria nel 2016 aveva pubblicato un documento (“Digital chart”),  in cui denunciava come, nonostante l’esistenza di regole, nelle pagine dei food blogger spesso risultava difficile distinguere un contenuto pubblicitario sponsorizzato da un consiglio spontaneo, frutto dell’esperienza. Anche Il Fatto Alimentare qualche mese fa è intervenuto su questo argomento inviando una richiesta  di censura.

Secondo l’Antitrust l’influencer marketing è una nuova forma di comunicazione che consiste nella diffusione su blog, vlog e social network (come Facebook, Instagram, Twitter, Youtube, Snapchat, Myspace) di foto, video e commenti da parte di “bloggers” e “influencers” (ovvero di personaggi di riferimento del mondo online, con un numero elevato di followers), che mostrano sostegno o approvazione (endorsement) per determinati brand, generando un effetto pubblicitario, ma senza palesare in modo chiaro e inequivocabile ai consumatori la finalità pubblicitaria della comunicazione. Il fenomeno sta assumendo dimensioni crescenti in ragione della sua efficacia derivante dal fatto che gli influencer riescono a instaurare una relazione con i followers-consumatori, i quali percepiscono tali comunicazioni come consiglio derivante dall’esperienza personale e non come comunicazione pubblicitaria. Spesso, le immagini con brand in evidenza, postate sul profilo personale del personaggio, si alternano ad altre dove non compare alcun marchio, in un flusso di immagini che danno l’impressione di una narrazione privata della propria quotidianità. Le immagini, infatti, talvolta, rappresentano un ambiente domestico e sono realizzate con tecniche fotografiche non ricercate; altre volte, le tipologie di immagini, le pose dei personaggi e l’ambiente assumono lo stile di un set fotografico. L’evidenza data ai marchi può variare in intensità e modalità, in quanto le tipologie di post e personaggi si presentano molto eterogenee. In alcuni casi, i nomi dei brand sono citati negli hashtag dei post, in altri casi, sono invece in evidenza nell’immagine. Il post può essere accompagnato da commenti enfatici sul prodotto.

L’Antitrust ha  chiesto ai gestori e tutti gli operatori coinvolti  di rendere chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, in relazione a tutti i contenuti diffusi mediante social media, attraverso l’inserimento di avvertenze, quali, a titolo esemplificativo e alternativo, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento, o, nel caso di fornitura del bene ancorché a titolo gratuito, #prodottofornitoda; diciture alle quali far sempre seguire il nome del marchio. L’avvertenza deve essere inserita laddove esso derivi da un rapporto di committenza e abbia una finalità commerciale, ancorché basato sulla fornitura gratuita di prodotti.

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  Redazione Il Fatto Alimentare

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2 Commenti

  1. Mah: regola, regolamenta, norma… tutto bene, ma alla fine lacci e lacciuoli legano gli onesti e fanno un baffo ai furbi.
    Mi risulta che gli USA abbiano una legislazione che obbliga a quello che si vorrebbe fare anche da noi. Ma non sarebbe più semplice che fosse la gente a non farsi influenzare? Ovvero, se ragioni col cervello degli altri… ti metti la maglietta della tizia X.. mangi il grano senza gluitine del tizio Y.. e via influenciandosi… ma deve essere lo Stato a difenderti dalla tua immaturità?
    ps – semmai è la pubblicità “normale”, quella che passa sulla tv e sui giornali, che è stracolma di messaggi ingannevoli. Ed aggiungiamo le minuscole scritte sui tv, illeggibili: è vero che sono sostanzialmente inutili ed in pochi le leggono, ma comunque come minimo dovrebbero avere la correttezza formale di essere leggibili: se in partenza non hanno dimensioni (o colori: il bianco che spara su sfondo grigio) è pubblicità incompleta

  2. Saluti da https://lamagiaincucina.wordpress.com/2017/07/30/qui-non-si-fa-pubblicita-occulta/- articolo in cui parliamo attraverso voi dell’argomento . Vi sosteniamo ;o)